Archive for ottobre 2015

Andare oltre, ma senza dimenticare

30 ottobre 2015

Superando definitivamente il malessere del sentirsi circondato da Paz, Scoz, Tanino e del non poter competere con loro sul puro piano del disegno (Massimo per lui da questo punto di vista non era in gara, anche se si impossessò di molte trovate tecniche inventate dall’amico-nemico), Tamburo creò Snake Agent, un agente segreto ottenuto scippando, ritagliando, rimontando, fotocopiando, “in movimento” le vignette di un fumetto americano, Secret Agent Corrigan. Snake Agent era ventamente interessante, e strano, e incasinato. I personaggi si muovevano a velocità supersoniche, si amavano, si sposavano, divorziavano, ammazzavano, indagavano e risolvevano casi nell’arco di cinque-sei minuti, sullo sfondo di guerre mondiali altrettanto fulminee.

Filippo Scòzzari, Prima pagare poi ricordare, Coniglio editore, collana Maxima amoralia

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Il viaggio dell’esule è infinito

27 ottobre 2015

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Il poeta palestinese Mahmud Darwish […] tra gli anni ’60 e ’80 raccontava in versi la tragedia della sua gente scacciata dalla propria terra senza speranza di tornare. Per il poeta il viaggio dell’esule è infinito e il bagaglio è composto di ricordi e immagini evanescenti come le nubi. Darwish dava voce all’amore per la propria terra, all’orgoglio della propria dignità, e con la poesia contribuiva a ricostruire l’identità perduta, offrendo nuove ragioni per l’esistenza. I movimenti poetici negli ultimi cinquant’anni hanno preso nome dai grandi eventi storici, come la «letteratura di giugno», Adāb Ḥuzayrān, nata sull’onda emotiva della sconfitta del giugno 1967. La sconfitta sollecitava i poeti a ricostruire un tessuto culturale disfatto, e l’allontanamento dall’impegno politico li portava all’introspezione, al surrealismo, creando dalla tragedia del presente un nuovo mito. L’illusione che la sola unità araba avrebbe portato al progresso era svanita, e Adonis ribadiva la necessità di riformare l’atteggiamento arabo; denunciando i limiti insiti nella tendenza all’autocommiserazione, faceva appello alla necessità di risvegliare l’innata capacità creativa umana di forgiare nuovi ideali più consoni allo spirito del tempo.

Francesca Maria Corrao, Islam: religione e politica, Una piccola introduzione, LUISS University Press

Dorothy Parker su Hemingway

26 ottobre 2015

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[…] Dunque: Il sole sorge ancora era scritto nello stesso identico stile “legnoso” dei racconti di Hemingway: e trattava argomenti altrettanto “sgradevoli”. E allora per me rimane un mistero perché mai il pubblico se lo sia stretto al seno, madido di lacrime, mentre Nel nostro tempo, che a me appare superbo, sia stato del tutto ignorato. A parer mio (so già che questa conversazione mi si rivolterà contro prima o poi, meglio prima che poi) lo stile di Hemingway, la sua prosa scarnita fino all’ossatura giovane e salda, è assai più d’impatto, assai più commovente nei racconti che non nel romanzo. E, a parer mio, Hemingway è il più grande autore vivente di racconti; e, sempre a parer mio, non è il più grande romanziere vivente.
Dopo tutto quel can can su Il sole sorge ancora, avevo temuto per il prossimo libro di Hemingway. Sapete come vanno le cose: non appena si comincia ad acclamare uno scrittore, quello scrittore è sul punto di iniziare la fase discendente. I critici letterari, come avvoltoi, volteggiano solo sul leone in agonia.
È quindi una grande soddisfazione scoprire che il nuovo libro di Hemingway, Uomini senza donne, è davvero magnifico. È composto di tredici racconti, per la maggior parte già pubblicati. Storie tristi e terribili; l’enorme fame di vita dell’autore sembra essere stata, in qualche modo, saziata. Vi si trova ben poco della pacifica estasi che caratterizzava il viaggio in tenda di Il sole sorge ancora e i giorni del pescatore solitario di “Il grande fiume dai due cuori” in Nel nostro tempo. Tra i racconti c’è “Gli uccisori”, che mi sembra una delle quattro grandi novelle americane. (Basterà un vostro cenno, e vi dirò quali credo siano le altre. […]) Nel volume sono inoltre compresi “Cinquanta bigliettoni”, “In paese straniero” e il delicato e tragico “Colline come elefanti bianchi”. Non saprei proprio dove sia possibile trovare una miglior raccolta di racconti.
Ford Madoz Ford ha detto: “Hemingway scrive come un angelo”. Dissento (niente di meglio che dissentire, per curare quel certo mal di testa mattutino). Hemingway scrive come un essere umano. Credo sia per lui impossibile scrivere di un fatto a cui non abbia assistito; possiede quindi un vero talento per raccontare; così come Sinclair Lewis. Ma, o almeno così la penso io, Lewis rimane un reporter mentre Hemingway è un genio perché dispone di un infallibile senso selettivo. Elimina i dettagli con munifica prodigalità; tiene le parole al piccolo trotto. Come ogni lettore sa, è un’influenza pericolosa. Le semplici cose che fa sembrano così facili da imitare. Ma guardate un po’ come se la cavano quei tizi che ci hanno provato.

Dorothy Parker, The New Yorker, 29 ottobre 1927 (Tanto vale vivere, La Tartaruga)

La Grande Bellezza di Carnevali

21 ottobre 2015

[…] Poiché sono povero
nessun rito mi purificherà;
in questa stanza gremita
tutto mi tocca,
mi sporca.
Cominciare la giornata
sentendosi sudici
è come andare in guerra
senza credere alla causa. […]

Lavoro, latte, pane, vestiti, patate, patate…
Questa è
la grande bellezza che continua a brontolare.

Tratta da Emanuel Carnevali, Il primo dio, Adelphi, a cura di Maria Pia Carnevali

Calasso su Einaudi

20 ottobre 2015

Giulio Einaudi cominciò probabilmente senza saperlo a praticare l’editoria come forma, spinto da una vocazione esigente e radicale. Fu allora che dovettero balenargli l’immagine dell’editore come Sommo Pedagogo ovvero come Sovrano che filtra, secondo suoi illuminati disegni, la materia di cui è fatta la cultura perché essa venga a poco a poco octroyée dal popolo.

Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, Adelphi

La riproduzione

20 ottobre 2015

Avvicinare le cose spazialmente e umanamente è un’esigenza vivissima delle masse attuali, come lo è la loro tendenza al superamento dell’unicità di qualunque dato tramite la ricezione della sua riproduzione. Ogni giorno si fa valere in modo sempre più incontestabile il bisogno di impossessarsi dell’oggetto da una distanza il più possibile ravvicinata nell’immagine, o meglio nell’effigie, nella riproduzione. E inequivocabilmente la riproduzione, quale viene proposta dai giornali illustrati o dai settimanali, si differenzia dall’immagine. Unicità e durata s’intrecciano strettissimamente in quest’ultima, quanto la labilità e la ripetibilità in quella.

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi

La cultura del deserto

20 ottobre 2015

Islam Corrao

Nell’epoca preislamica, la ğahiliyya, popolazioni nomadi e qualche tribù sedentaria vivevano tra la steppa, le rigogliose aree coltivate dello Higiaz e dello Yemen e le infinite distese desertiche dall’Arabia, dove la parola poetica aiutava a richiamare alla memoria i ricordi di paesaggi, di eventi e volti cari. Il patrimonio poetico della lingua araba è immenso, e spazia dagli antichi versi dei nomadi del VI secolo, a quelli dell’epoca dei grandi califfati sino ai moderni.
Per comprendere la fortuna di una produzione tanto vasta occorre analizzare il ruolo che da sempre la poesia ha nell’immaginario della cultura araba. Nell’antica Arabia la recitazione allietava le veglie notturne attorno al fuoco nel ricordo delle gesta, delle gioie e dei dolori della propria gente. La tradizione orale trasmetteva la memoria storica, l’orgoglio e la virtù dei cavalieri del deserto. Il poeta narrava la fama buona o cattiva della tribù o degli individui, e per questo era temuto e ammirato. Si credeva che il poeta nutrisse il proprio “genio creativo” nella valle popolata da geni (ğinn), e grazie alla propria capacità oratoria riuscisse anche a fare credere quello che non era il vero, a costruire e a distruggere con le parole quanto neanche le armi erano in grado di fare. “La poesia influenza l’anima come la ferita segna il corpo”, affermava il poeta preislamico Imrū al-Qays (V-VI sec.). Nel tempo questa definizione non ha perso valore e la poesia preislamica, ancora oggi, rappresenta l’origine e il modello di riferimento per la poesia classica araba.
Attraverso la poesia si conoscono le credenze e le tradizioni della società araba in cui matura l’opera del Profeta. La cultura dei sedentari delle oasi del Higiaz non era molto diversa da quella dei nomadi; solo la Mecca era più strutturata politicamente in quanto sede di commerci e importante luogo di culto. L’edificio sacro della Ka’ba custode della meteorite che indica il luogo prescelto da Dio, con l’avvento dell’islam sopravvivrà assieme ad altri luoghi simbolo del giudaismo e del cristianesimo mentre gli altri idoli pagani saranno tutti distrutti. In occasione del pellegrinaggio annuale, che coincideva con la fiera, si declamavano poesie; si narra che le migliori venivano trascritte su drappi appesi alla Ka’ba: tra queste poesie appese (Mu’allaqāt) c’era quella di Imrū al-Qays, il re poeta testimone della cultura araba ma anche dei contatti con ambienti culturali contigui (Bisanzio e i vassalli dei sasanidi).
Nel preludio della poesia preislamica si descrive l’accampamento, l’ambiente della vita nomadica, e si ricorda la pena per la separazione dall’amata conosciuta presso il fuoco dell’accampamento nelle gelide notti. Il poeta interpreta un sentimento comune; chi ascolta condivide e si identifica nella fatica di riprendere il viaggio con l’animale amico, il cammello o il cavallo, che lo accompagna nella traversata del deserto di cui conosce e trasmette ogni prezioso segreto della flora e fauna. Rinnova il ricordo delle modalità della caccia, delle feste o dei giochi tradizionali che segnano le soste nel duro viaggio ed infine esprime il vanto, l’encomio della tribù, l’aspra satira contro il nemico, l’elegia funebre. Attraverso la poesia si trasmettevano i miti e i valori della cultura beduina e si proponeva il modello da emulare, l’eroe del deserto valente in guerra ma affabile e liberale in pace, ospitale, generoso, ma anche autorevole oratore per difendere le ragioni del proprio clan nei consigli tribali.

Francesca Maria Corrao, Islam: fede e politica, Una piccola introduzione, LUISS University Press

Essere a tal punto preoccupata per qualcuno da averne quasi paura

15 ottobre 2015

Allan Gurganus -- Playground

Ero fiera, certo; ma anche preoccupata e – a dirla tutta – sempre un po’ innervosita. Avevo paura per lei, mi capite? Già prevedevo, infastidita, lo sfinimento che la sua grande disponibilità sarebbe costata a lei, e quindi a me. Lasciava sempre aperta la porta di casa. Uccelli, topi, aria fredda, barboni, Testimoni di Geova, entrava di tutto e senza problemi.
E così può capitarti di essere a tal punto preoccupata per qualcuno da averne quasi paura. È sbagliato desiderare che un figlio superi sano e salvo – salvato da un sano egoismo – i diciott’anni? Sentivo cosa rischiava Cait per colpa di quell’eccesso di pregi.

Allan Gurganus, Anche le sante hanno una madre, Playground, traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini

Cosa non cattura la riproduzione

14 ottobre 2015

“Anche nel caso di una riproduzione altamente perfezionata, manca un elemento: l’hic et nunc dell’opera d’arte – la sua esistenza irripetibile nel luogo in cui si trova. Proprio in questa esistenza irripetibile, e in nient’altro, si è compiuta la storia a cui essa è stata sottoposta nel corso del suo perdurare. In quest’ambito lontano rientrano sia le modificazioni che essa ha patito nella propria struttura fisica nel corso del tempo, sia i mutevoli rapporti di proprietà in cui può essere capitata. […]. L’hic et nunc dell’originale costituisce il concetto della sua autenticità […]. L’intero ambito dell’autenticità si sottrae alla riproducibilità tecnica – e naturalmente non soltanto di quella tecnica […]. Le circostanze, in cui il prodotto della riproduzione tecnica può essere utilizzato, possono mantenere intatta la consistenza dell’opera d’arte – in tutti i casi, però, determinano la svalutazione del suo hic et nunc.

Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi

Scrivere per la massa e vendere un sacco di copie è un bene, o un danno alla carriera?

11 ottobre 2015

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Io avevo letto entrambi i libri di Humphrey Carruthers; ritengo faccia parte del mestiere di uno scrittore essere al corrente di ciò che scrivono i suoi contemporanei. Ho una gran voglia di imparare e pensavo che avrei potuto scoprirvi qualcosa di utile, ma rimasi deluso. Amo i racconti che hanno un inizio, una parte centrale e una fine. Mi piace che si arrivi al sodo. Penso che l’atmosfera sia una gran cosa, ma l’atmosfera da sola è come una cornice senza quadro: non ha significato. Ma può darsi che io non abbia riconosciuto i meriti di Humphrey Carruthers a causa dei miei limiti, e se ho descritto senza entusiasmo i suoi due racconti di maggior successo la causa è forse da ricercarsi nella mia vanità ferita: sapevo benissimo, infatti, che Hymphrey Carruthers mi considerava uno scrittore di poco conto. Sono certo che non avesse mai letto una sola parola di ciò che ho scritto; la mia popolarità bastava a convincerlo che non valeva la pena di dedicarmi la sua attenzione. Col clamore che aveva suscitato parve per un attimo condannato alla mia stessa ignominia, ma ben presto fu chiaro che le sue mirabili opere erano troppo complesse per la gente comune. Non si può mai dire quante persone facciano parte dell’intelligencija, ma si può dire con discreta approssimazione quante di loro siano disposte a pagare per sostenere le arti che hanno a cuore. Le commedie troppo raffinate per attrarre i clienti del teatro commerciale possono contare su diecimila spettatori, e i libri che richiedono ai lettori uno sforzo maggiore di quello che ci si aspetta dalla massa vendono milleduecento copie. L’intelligencija, infatti, per quanto sensibile alla bellezza, preferisce andare a teatro a scrocco e prendere i libri dalla biblioteca.
Sono sicuro che tutto questo non angustiasse particolarmente Carruthers. Lui era un artista, e anche un funzionario del ministero degli Esteri. Da scrittore rinomato, il volgo non gli interessava, e anzi, vendere bene avrebbe forse arrecato danno alla sua carriera.

W. Somerset Maugham, “L’elemento umano”, Una donna di mondo e altri racconti, Adelphi, traduzione di Simona Sollai