Gente strana, quelli che vivono di scrittura

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innamoramenti -- marias

Per alcuni giorni, dopo il mio viaggio, sentii la mancanza di quella coppia sebbene sapessi che non sarebbe venuta. Adesso arrivavo in casa editrice con puntualità (facevo fuori la mia colazione e via così, senza motivo per tirar tardi), ma con un certo scoramento e più svogliatezza, è sorprendete come le nostre abitudini accolgano male le variazioni, persino quelle che sono a fin di bene, questa non lo era. Era più impigrita nell’affrontare i miei compiti, nel vedere il mio capo che si esaltava e nel ricevere le noiosissime telefonate o visite degli scrittori, il che, non si sapeva per quale ragione, aveva finito per trasformarsi in uno dei miei compiti, forse perché tendevo a prestar loro più attenzione dei miei colleghi, che direttamente li evitavano, soprattutto quelli più presuntuosi ed esigenti, da un lato, e dall’altro i più fastidiosi e disorientati, quelli che vivevano soli, quelli disastrati, quelli che si atteggiavano in modo incredibile, quelli che facevano il nostro numero di telefono per cominciare la giornata e comunicare a qualcuno che ancora esistevano, servendosi di qualunque pretesto. Sono gente strana, la maggior parte. Quelli che vivono della letteratura e dei suoi addentellati e perciò sono privi di un impiego – e ormai sono diventati parecchi, in questo affare c’è del denaro, al contrario di quanto si afferma, principalmente per gli editori e i distributori – non si muovono di casa e la sola cosa che devono fare è tornare al computer e alla macchina da scrivere – c’è ancora qualche suonato che la usa e al quale si devono scannerizzare i testi, quando li consegna – con incomprensibile autodisciplina: bisogna essere un po’ anormale per mettersi a lavorare a qualcosa senza che nessuno lo abbia ordinato. E così, mi sentivo molto meno disposta e paziente nell’aiutare a vestirsi, come facevo quasi ogni giorno, un romanziere di nome Cortezo che mi chiamava con qualche scusa assurda per domandarmi subito dopo, “approfittando del fatto che sei qui al telefono”, se mi sembrava che potesse stare bene con gli abiti assurdi o antiquati che aveva indossato o pensava d’indossare, e che mi descriveva.

Javer Marías, Gli innamoramenti, Einaudi, traduzione di Glauco Felici

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