Archive for dicembre 2015

Munro: Qual è la cosa importante? Su che cosa vuole che si concentri l’attenzione del lettore?

28 dicembre 2015

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Un tempo Georgia ha frequentato un corso di scrittura creative, ed ecco cosa le disse il docente: troppa roba. Troppe cose tutte insieme, e troppe persone, anche. Rifletta, le disse. Qual è la cosa importante? Su che cosa vuole che si concentri l’attenzione del lettore? Ci pensi.
Alla fine scrisse un racconto su suo nonno che ammazzava polli, e il docente sembrò soddisfatto. Georgia al contrario lo giudicava fasullo. Compilò un lungo elenco di tutto ciò che era rimasto fuori e lo consegnò in appendice al racconto. Il docente le disse che aveva aspettative troppo alte su se stessa e sul processo di scrittura, e aggiunse che lo stava stancando.

Alice Munro, “Diversamente”, tratto da Amica della mia giovinezza, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

Georgia once took a creative-writing course, and what the instructor told her was: Too many things. Too many things going on at the same time; also too many people. Think, he told her. What is the important thing? What do you want us to pay attention to? Think.
Eventually she wrote a story that was about her grandfather killing chickens, and the instructor seemed to be pleased with it. Georgia herself thought that it was a fake. She made a long list of all the things that had been left out and handed it in as an appendix to the story. The instructor said that she expected too much, of herself and of the process, and that she was wearing him out.

Alice Munro, “Differently”, tratto da Friend of my youth, Viking

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Dire mai

27 dicembre 2015

Lei dice non mi importa se tu mi credi o no, è la semplice verità, tu continua pure a credere quello che ti pare. Quindi è sicuro che sta mentendo. Quando dice la verità impazzisce pur di convincermi a crederle. Perciò sono sicuro che sta mentendo.
Lei si accende una sigaretta e guarda fuori, lontano da me, fa la maliziosa con la sigaretta bene in vista e lo sguardo verso la finestra ancora bagnata, e io non so proprio cosa dire.
Dico Mayfly io davvero non so cosa dire o cosa fare e se posso crederti più. Ma queste sono le cose che so. So che io invecchio e tu no. E so che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani che ho e con il cuore che ho. Tutto quello che ho dentro, io te l’ho dato. Tenendolo insieme e lavorando duro ogni giorno. Ti ho fatto diventare la ragione di ogni cosa che faccio. Ho provato anche a costruirti una casa da offrirti, per farti restare con me, perché fosse bello restare con me.
Mi accendo anch’io una sigaretta e butto il fiammifero nel lavabo dove ci sono gli altri fiammiferi e i piatti e la spugna e tutte queste cose qua.

David Foster Wallace, “Dire mai”, La ragazza con i capelli strani, Einaudi Stile libero, traduzione di Francesco Piccolo

We want Moore: Ordine sottopone a prova il suo disordine

27 dicembre 2015

è una cosa incantata,
come lo smalto sopra
un′ala di locusta,
suddiviso dal sole
finché le trame sono una legione.
Come Gieseking che suona Scarlatti;

come il punteruolo che l′apteryx
ha per becco, oppure come
lo scialle da pioggia del kivi,
fatto di piume filiformi, la mente
tenta la strada come fosse cieca
e cammina tenendo gli occhi a terra.

Ha l′orecchio della memoria,
che sa udire senza
dover udire.
Come l′inclinazione del giroscopio,
che è davvero univoca perché
imperante certezza la governa,

è un potere
di forte incantamento.
È come il collo della
colomba, animato
dal sole; è l′occhio della memoria;
è incoerenza coscienziosa.

E strappa il velo, squarcia
la tentazione,
la nebbia che il cuore porta addosso,
gliela strappa dagli occhi — se pure
il cuore ha un volto; dissipa
lo scoramento. È fuoco nell′iridescenza

del collo della colomba; nelle
incoerenze
di Scarlatti.
Ordine sottopone
a prova il suo disordine; non è
un giuramento di Erode, che non può mutare.

Marianne Moore, «La mente è una cosa che incanta», da Le poesie, Adelphi, a cura di Gilberto Forti, Lina Angioletti

La complessità non è un delitto

26 dicembre 2015

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non nei giorni di Adamo ed Eva, ma quando Adamo
era ancora solo; quando il fumo non c’era, e il colore
era bello, non per l’affinamento
di un’arte primitiva, ma per la sua stessa
originalità; e nulla c’era a modificarlo se non la

nebbia che saliva, e l’obliquo era una variante
del perpendicolare, semplice a vedersi e
a spiegarsi: non è
più così; né la fascia blu-rosso-gialla
di incandescenza che era il colore ha serbato il suo schema: è
anch’essa una

di quelle cose in cui si può immettere e scoprire molto di
peculiare;
la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell’oscurità,
più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece

di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
come per confonderci con la tetra
illusione che l’insistenza
è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev’essere caligine. Gutturale com’è principalmente
la sofisticazione è quel che è sem-

pre stata – agli antipodi delle iniz-
iali grandi verità. «Parte strisciava, parte
si accingeva a strisciare, il resto
stava torpido nella tana». Nel procedere lento, sussul-
tante, nel gorgogliare e in tutte le minuzie – noi abbiamo la
classica

moltitudine di piedi. A quale scopo! La verità non è l’Apollo
del Belvedere, non è cosa formale. L’onda potrà
sommergerla, se vuole.

Sappi però che ci sarà se dice:
«Ci sarò quando l’onda se n’è andata».

Marianne Moore, «Nei giorni del colore prismatico», da Le poesie, Adelphi, a cura di Gilberto Forti, Lina Angioletti

Al matrimonio di Lila c’erano tutti tranne, ovviamente, uno

25 dicembre 2015

Adesso c’erano gerani alla finestra della cucina e qualcosa che somigliava all’allegria nel candore e nella freschezza delle tendine. Nuove aiuole si stendevano lungo il viottolo. Per il matrimonio di Ames erano tornati a casa tutti i Boughton, tranne Jack, ovviamente. Era l’ultimo matrimonio che avrebbe celebrato, aveva detto il padre, e il più lieto di tutti. […] Lila, l’improbabile sposa, in tailleur di raso giallo e cappellino senza tesa, aveva indugiato sorridendo con imbarazzo affabile, sopportando le loro fotografie, secondandoli. Aveva le braccia piene di rose che aveva coltivato e colto personalmente. Quei fiori erano il suo grande vanto. La prendevano ancora in giro perché si era rifiutata di lanciare il bouquet. Come la sua canonica, il vecchio Ames sembrava trasformato pur rimanendo uguale a se stesso. Adesso non era solo paterno ma anche padre, non solo cortese ma anche cavaliere di una donna che sembrava sempre consapevole delle cortesie che le riservava e ironicamente commossa.

Marilynne Robinson, Casa, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

 

Furono uniti in matrimonio nel salotto della casa del reverendo Boughton, con tutti i figli del celebrante presenti tranne, ovviamente, uno. Portarono addirittura dabbasso Mrs Boughton con indosso un bel vestito e la sistemarono nella sua poltrona. Le ragazze si chinarono per dirle che era un matrimonio, il matrimonio di John. Bello, vero? Poi la lasciarono alla sua quiete sorridente, perché si agitava sempre se percepiva che si aspettavano di più da lei.
Dopo la cerimonia e il pranzo preparato dalle figlie di Boughton, andarono a casa del vecchio. Lila non aveva mai capito la faccenda delle forchette e dei coltelli, che bisognava usarli secondo una certa regola. Ma lui, suo marito, le era seduto accanto, e vicino, e tutti i sentimenti benevoli di cui era oggetto adesso erano dovuti anche a lei. C’era una grande torta bianca decorata con rose di glassa, e le sorelle risero di quante ne avevano fatte e di quanto poche fossero venute simili a quelle delle figure sulla rivista. Piuttosto che ad altre cose. Cavolfiori. Funghi atomici. Gracie ne aveva fatta cadere una per terra e si era irritata tanto da lavarsene le mani e andare a fare una passeggiata, ma Faith aveva capito il trucco, appena in tempo, prima che cominciassero ad arrivare gli ospiti. C’era glassa ovunque in cucina. Teddy disse che aveva sorpreso Glory a leccarsi le dita. Ridevano tutti, tutti così abituati gli uni agli altri, così belli, anche i maschi. Lila non vedeva l’ora di andare via.

Marilynne Robinson, Lila, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

I topi se ne vanno dalla nave quando presentono il naufragio

23 dicembre 2015

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Eccomi dunque di nuovo steso sul letto inclinato all’indietro a meditare sui vari modi di togliersi la vita, tra tutti penso che il meno complicato siano senz’altro i barbiturici per quanto non è che in casa ho i barbiturici, se ne avessi comunque non esiterei a impiegarne una dose abbondantemente mortale per non rimanere a metà strada come fanno tanti, che conta la vita se ormai perfino la ragazzetta se n’è andata, dicono che i topi se ne vanno dalla nave quando presentono il naufragio e io sono proprio finito, non ho neanche avuto la forza di togliere i vocabolari da sotto i piedi del letto sebbene ormai non esistano dubbi circa la loro scarsa utilità, non è da pensare che si possa porre rimedio ad una tubercolosi renale con un paio di vocabolari, a una malattia del genere non si può contrapporre che la morte magari col gas se mancano i barbiturici, però quanto è triste morire soli abbandonati da tutti guarda un po’ a quale condizione mi ha portato colui che voleva vendicarsi del mio abbandono, è il sistema del contrappasso a quanto sembra, comunque non riesco a convincermi che proprio tutti mi abbiano abbandonato e in effetti dopo un poco sento suonare alla porta e sarebbe bellissimo se fosse la ragazzetta così potrei darle un appropriato addio sul limite estremo della vita, invece non senza delusione constato che è il medico di casa del cui abbandono a dire il vero non mi sarebbe importato gran che […].

Giuseppe Berto, Il male oscuro, Rizzoli

Aderire, mentre l’oscurità fluttua sul giardino

23 dicembre 2015

Mi teneva abbracciata forte. Anche se abbracciare non è la parola giusta. Ero confusa, perché fino ad allora non aveva mai avuto esperienza di un contatto di quel tipo, per di più in una sala da bagno in disuso.
Io avevo ancora solo le scarpe nere, mentre lui indossava il camice bianco. I vestiti che mi aveva tolto erano rotolati in un angolo della vasca. Eravamo sdraiati direttamente sulle piastrelle, con i piedi rivolti verso le bocchette di scarico.
Mi teneva stretta fra le sue grandi braccia – non in un abbraccio dolce per assaporare la sensazione dei nostri corpi, ma piuttosto in una morsa soffocante – come se avesse voluto farmi aderire del tutto a sé.
Ero bloccata fra le piastrelle e il suo camice. Soffrivo, ma non in modo insopportabile. Restando in ascolto, a occhi chiusi, percepivo l’oscurità della notte fluttuare sul giardino.

Yoko Ogawa, L’anulare, Adelphi, traduzione di Cristiana Ceci Piccola

Le cose che rimangono. L’incipit di Gilead, Marilynne Robinson

21 dicembre 2015

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Ieri sera ti ho detto che forse un giorno me ne andrò, e tu mi hai detto: – Dove? – E io: – A stare con il Buon Dio –. E tu: – Perché? – E io: – Perché sono vecchio –. E tu mi hai detto: – Secondo me non sei vecchio –. Hai infilato la tua mano nella mia e hai detto: – Non sei tanto vecchio, – quasi che questo sistemasse la questione. Ti ho detto che forse avrai una vita assai diversa dalla mia e da quella che hai avuto insieme a me, e sarebbe meraviglioso, perché si può vivere bene in tanti modi. E tu mi hai detto: – Questo me lo ha già spiegato mamma –. E poi mi hai detto: – Non ridere! –Perche credevi che stessi ridendo di te. Hai teso la mano coprendomi le labbra con le dita e mi hai rivolto quello sguardo che in tutta la mia, vita ho visto solo sui viso di tua madre e di nessun altro. È una sorta di orgoglio furioso, assai intenso e severo. Mi stupisco sempre un po’ di non avere le sopracciglia strinate dopo essere stato esposto a uno di quegli sguardi. Mi mancheranno.
Sembra assurdo pensare che i morti soffrano di nostalgia. Se sarai un uomo fatto quando leggerai questa lettera – e mia intenzione che tu la legga solo allora – me ne sarò andato da un bel po’. Saprò tutto quel che c’e da sapere sulla morte, o quasi, ma con ogni probabilità me lo terrò per me. Così stanno le cose, a quanto pare.

Marilynne Robinson, Gilead, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

 

Gilead, le rose, proposta di matrimonio

20 dicembre 2015

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Ha una voce incredibilmente soave. Il fatto che al mondo esistesse una voce siffatta e che io fossi l’uomo destinato ad ascoltarla, mi sembrò allora e mi sembra anche adesso una grazia insondabile.
Cominciò a venire a casa mia insieme ad alcune delle altre donne, per prendere le tende da lavare, o sbrinare la ghiacciaia. E poi cominciò a venire da sola per prendersi cura del giardino. Lo fece diventare bellissimo e rigoglioso. E una sera, quando la trovai là, vicino alle splendide rose, le chiesi: – Come potrò sdebitarmi di tutto questo?
E lei mi rispose: – Dovrebbe sposarmi –. E lo feci.

Marilynne Robinson, Gilead, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

 
Tornarono indietro verso il centro di Gilead.
Lui disse: – Immagino che ancora non si fidi di me neanche un po’.
– È che in genere non mi fido del primo che capita. Non vedo perché dovrei -. Continuarono a camminare.
– Le rose sono bellissime. Quelle sulla tomba. È molto gentile occuparsene.
Lei si strinse nelle spalle. – Mi piacciono le rose.
– Sì, però vorrei potermi sdebitare in qualche modo.
Lei si sorprese a dire: – Dovrebbe sposarmi. – Lui si bloccò, e lei si allontanò attraversando la strada a passo frettoloso, il rossore della vergogna e della rabbia così cocente che questa volta di sicuro non avrebbe potuto continuare a vivere. Quando lui la raggiunse, quando le sfiorò il braccio, lei non osava guardarlo.
– Sì, – disse lui, – ha ragione. Lo farò.

Marilynne Robinson, Lila, Einaudi, traduzione di Eva Kampmann

Divorato dall’ambizione

19 dicembre 2015

Sono sempre stato divorato dall’ambizione: da una smania insaziabile d’esser qualcuno. E ce l’ho fatta: sono diventato il più grande scrittore di noir vivente. A Chicago, Düsseldorf, Marsiglia, Londra, Barcellona, Milano ci sono maschi e femmine, giovani e vecchi, gay ed etero, stronzi e fichi, bianchi, neri, asiatici, cristiani, ebrei, musulmani che si sentono sedotti o commossi o sconvolti o perfino disgustati dai miei romanzi.

James Ellroy