Aderire, mentre l’oscurità fluttua sul giardino

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Mi teneva abbracciata forte. Anche se abbracciare non è la parola giusta. Ero confusa, perché fino ad allora non aveva mai avuto esperienza di un contatto di quel tipo, per di più in una sala da bagno in disuso.
Io avevo ancora solo le scarpe nere, mentre lui indossava il camice bianco. I vestiti che mi aveva tolto erano rotolati in un angolo della vasca. Eravamo sdraiati direttamente sulle piastrelle, con i piedi rivolti verso le bocchette di scarico.
Mi teneva stretta fra le sue grandi braccia – non in un abbraccio dolce per assaporare la sensazione dei nostri corpi, ma piuttosto in una morsa soffocante – come se avesse voluto farmi aderire del tutto a sé.
Ero bloccata fra le piastrelle e il suo camice. Soffrivo, ma non in modo insopportabile. Restando in ascolto, a occhi chiusi, percepivo l’oscurità della notte fluttuare sul giardino.

Yoko Ogawa, L’anulare, Adelphi, traduzione di Cristiana Ceci Piccola

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