Archive for gennaio 2016

Immagine inattesa

31 gennaio 2016

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Al pranzo di matrimonio, in un ristorante con vista sulla Senna, tiene la testa leggermente reclinata all’indietro, le mani sul tovagliolo steso sopra le ginocchia, sorride un po’, vagamente, come tutti coloro che si annoiano nell’attesa che arrivino le portate. Quel sorriso vuol dire anche che tutto, qui, oggi, va molto bene. Indossa un abito blu a righe che si è fatto fare su misura, una camicia bianca con, per la prima volta, dei gemelli ai polsi. Istantanea della memoria. Tra le mie risate, avevo girato la testa verso di lui sicura che non si stesse divertendo.

Annie Ernaux, Il posto, L’orma editore, traduzione di Lorenzo Flabbi

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Mi basta sentire il richiamo della vecchia casa

29 gennaio 2016

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La prima volta che vidi questa spiaggia ero con un uomo che durante il nostro soggiorno si paragonò a Gesù, il suo modo per non considerare quel viaggio una perdita di tempo. La seconda volta mi ci portò qualcun altro. Affittammo per un giorno un cottage davanti alla spiaggia, con molta atmosfera e qualche sedia umida. Gli dissi che era il mio compleanno. Mi lasciò da sola nel cottage e tornò con un pezzo di torta al cioccolato. Non c’erano né piatti né forchette. Mi guardò mangiare la torta. Io dissi: “Cosa c’è, sono coperta di glassa?”. “Ogni giorno della tua vita”, mi rispose, e andò a casa dalla moglie.
La terza volta mangiai quei pancake.
Rimarrò per tutto il tempo necessario. Non chiamerò nessuno della mia lista. Non gli amici di amici che vivono da queste parti, smaniosi di mostrarmi il loro giardino e presentarmi i loro figli. Né visiterò la famosa riserva naturale dove viveva una sterna in via d’estinzione. Perché dovrei conoscere quello che resterà, o che se ne andrà?
Chi cerca balene di peluche e granchi di gomma arancione, magliette e tazze, tovagliette con la mappa della zona, deve andare più su lungo la costa. Qui c’è un negozio che vende solo cartoline. Per me va bene. Non devo andare a caccia di souvenir. Mi basta sentire il richiamo della vecchia casa, che demolisce la nuova.

Amy Hempel, “Il nuovo inquilino”, Ragioni per vivere, Mondadori, traduzione di Silvia Pareschi

Manganelli su Iris Murdoch

28 gennaio 2016

Iris Murdoch
The Sandcastle
Chatto & Windus, London, 1957

Meno ambizioso e singolare del precedente: è un romanzo di struttura abbastanza consueta, ma di una complessità e intelligenza e sottigliezza psicologica straordinarie. La storia: un professore di un college, già sposato e padre di due figli, si innamora di una giovane pittrice; vagheggia di divorziare, di sposarla; in conclusione fallisce. Niente di inconsueto, dunque: ed esperta – con qualche durezza – è la mano che svolge la trama. È quello che si dice un “buon romanzo”: non di serie, ma senza decisive audacie intellettuali. Assai più facile del precedente, meglio impastato, più leggibile, senza grandi cadute: ma di un respiro sensibilmente più cauto. È un libro che mi pare metta conto di prendere in considerazione.

Giorgio Manganelli, L’impero romanzesco, Aragno, 2003

Siedentop e l’introduzione dell’individuo

26 gennaio 2016

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I cambiamenti introdotti dal papato tra il 1000 e il 1300 gettarono le basi per la fondazione di una nuova società. Erano cambiamenti rivoluzionari, anche se c’è stato bisogno di molto tempo per riconoscerli come tali. Perché furono sottovalutati così a lungo?
Si era soliti descrivere questi cambiamenti come “riforme gregoriane”. Tuttavia, questa descrizione può essere fuorviante perché dà troppo rilievo a un papa e non chiarisce che il movimento riformatore era cominciato prima che Gregorio divenisse papa e continuò per molto tempo dopo il suo pontificato. Questa descrizione non rende conto nemmeno del profondo impatto che queste riforme ebbero al di fuori della Chiesa, cioè del loro impatto
sul governo secolare. Anche una descrizione più recente – il “rinascimento del dodicesimo secolo” – rischia di non cogliere appieno la natura dei cambiamenti in corso. Spesso questa descrizione si focalizza sugli sviluppi culturali a discapito di quelli istituzionali. Inoltre, descrivere questi sviluppi come una “rinascita” non rende conto della loro originalità. Attribuisce troppa importanza alle fonti classiche e sottovaluta il ruolo della Chiesa.
C’è molto da dire anche su un’altra descrizione, la “rivoluzione papale”, introdotta dallo studioso Harold Berman di Harvard. Eppure, nemmeno questa descrizione va al cuore del problema. Cos’è infatti che rese la rivoluzione papale tanto dinamica da trasformare anche il governo secolare? Che cosa dava un tale potenziale sovversivo al sistema giuridico creato dalla Chiesa e fondato sulla teologia? La fonte più profonda fu l’invenzione dell’individuo, l’introduzione di un ruolo sociale primario che iniziò a minare le differenze radicali di status e di trattamento che i ruoli sociali tradizionali portavano con sé. L’eguaglianza di status implicita in questo nuovo ruolo spinse l’Europa verso una strada che nessuna società umana aveva ancora percorso.

Larry Siedentop, L’invenzione dell’individuo, LUISS University Press, traduzione di Domenico Melidoro, in uscita il 18 febbraio 2016

Abitudine e indolenza

24 gennaio 2016

A casa, mamma stava tutto il tempo a seguirmi con gli occhi, in silenzio. All’ospizio, i primi giorni, piangeva spesso. Ma era per via dell’abitudine. Dopo qualche mese avrebbe pianto se l’avessi portata via da lì. Sempre per via dell’abitudine. È un po’ per questo che nell’ultimo anno non ci sono andato quasi più. E anche perché mi portava via tutta la domenica – senza contare lo sforzo di andare fino alla fermata, comprare i biglietti e fare due ore di viaggio.

Albert Camus, Lo straniero, Bombiani, traduzione di Sergio Claudio Perroni

Per me la messa voleva dire dramma

23 gennaio 2016

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[…] Con il passare del tempo i riti della messa cominciarono a perdere il loro fascino. Che i preti leggessero sempre da un libro mi sembrò improvvisamente un fatto arido e meccanico. Notai quanto i rituali cattolici, con la loro pompa, ricordassero la pacchianeria di un melodramma. Ero inorridita dalla rapidità con cui la Chiesa ostracizzava e umiliava, da come la minaccia del castigo fosse sempre incombente, come un pugno pronto ad abbattersi. I parenti di un uomo che conoscevo non poterono organizzare un funerale cattolico dopo la sua morte perché doveva dei contributi alla Chiesa.
Mi rivoltava l’enfasi con cui la Chiesa raccoglieva soldi, il potere tracotante dei preti, il crescente scarto tra la dottrina e la vita delle persone. Era una Chiesa che aveva paura di sé stessa, di esaminarsi, e che preferiva crogiolarsi in false certezze.
Desideravo più compassione e meno legge canonica. Provai ad andare alle messe del Rinnovamento carismatico cattolico, un movimento simile a quello pentecostale e disapprovato dalle istituzioni ufficiali della Chiesa. Riuscii a resistere qualche settimana, fino a quando non ne potei più dell’astiosa bigotteria di persone che chiamavano Gesù “fratello”, si lanciavano in teatrali profezie e consideravano le donne con i pantaloni delle peccatrici.
Poco dopo andai a studiare in un college negli Stati Uniti. Ero incuriosita dalla Chiesa cattolica locale. Andai alle messe organizzate per gli studenti, apprezzandone le chitarre e l’atmosfera informale e accogliente, ma l’insieme mi sembrò frivolo e inadeguato. Per me la messa voleva dire dramma, incenso e vetrate colorate. […]

dall’articolo “La mia educazione cattolica” di Chimamanda Ngozi Adichie, Internazionale, 8 gennaio 2016

Esplosioni

20 gennaio 2016

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Non posso dire che mamma avesse torto sulle mie capacità di badare a me stessa. Non ci misi molto a riconoscere in Bea Edwards la bomba a orologeria che era. Dopo appena tre settimane dal nostro arrivo capii che ciò che poteva farla esplodere era imprevedibile. Toccava a me apparecchiare la tavola la sera. A volte Ted rientrava ben oltre l’ora di cena, quando uno dei suoi compagni di bevute lo riaccompagnava a casa e lo spingeva su per la rampa di compensato fino alla porta. Era capace di farlo anche da solo se non aveva alzato troppo il gomito.
Una sera avrei fatto meglio a non chiedere se sarebbe tornato per cena. «Devo apparecchiare anche per Ted?» domandai a Bea mentre disponevo i piatti in tavola.
«Come faccio a saperlo?» rispose bruscamente.
Ma questo era niente. Questa risposta insofferente era la normalità per Bea. Fu più tardi, mentre lavavamo i piatti e io le passai anche il piatto pulito, inutilizzato, di Ted, che Bea esplose. Le sue mani insaponate emersero bruscamente dall’acqua calda. Si strappò gli occhiali appannati dalla faccia, li scagliò a terra, dove andarono a sbattere contro la griglia del frigorifero, e sbraitò: «Ho così poco da fare qui? così poco? così poco?» I suoi occhi pallidi schizzarono fuori dalle orbite, gonfi di lacrime, nel bel mezzo della macchia rossa che era diventata la sua faccia. «Ora devo anche lavare i piatti puliti! Devo lavare pure i piatti che non sono stati usati! È così chefate le cose a casa vostra? Eh?» Cominciò ad arraffare dagli armadietti piatti e piattini puliti, tazze e scodelle pulite, e ad ammucchiarli a casaccio accanto al lavandino. Si fermò solo dopo che aveva sgombrato ogni singolo ripiano della cucina. Indietreggiai, le mani intrecciate davanti a me. Le scrutai il viso, che si gonfiava e si faceva sempre più rosso, le vene che pulsavano sulle tempie. “Sarebbe potuta letteralmente esplodere” pensai. E invece si afflosciò come uno strofinaccio zuppo, e con un singhiozzo strozzato sibilò: «Lavali». Uscì dalla cucina, la porta oscillante dietro di lei. E così feci.

Frances Greenslade, Il nostro riparo, Keller editore

L’invenzione dell’individuo

19 gennaio 2016

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La storia dello sviluppo occidentale non è né semplice né unilineare. Nessun fattore ha dominato tutte le epoche storiche. Tuttavia, mi sembra che le credenze morali abbiano dato una chiara “direzione” complessiva alla storia occidentale.
Dunque, racconto una storia su come l’“individuo” sia diventato il ruolo sociale strutturante in Occidente – cioè come la società civile, che noi diamo per scontata, sia emersa con la sua tipica distinzione tra pubblico e privato e la sua enfasi sul ruolo della coscienza e della scelta. È una storia sui lenti, discontinui e difficili passi che hanno condotto al riconoscimento pubblico e alla protezione dell’agire morale dell’individuo, insieme all’eguaglianza davanti alla legge e all’affermazione di diritti “fondamentali” azionabili.
Una trasformazione fondamentale riguardante le credenze morali ha dato forma al mondo in cui viviamo. Ciò non equivale ad affermare che coloro che hanno introdotto o promosso questa trasformazione abbiano previsto o voluto le conseguenze sociali che poi sono state effettivamente prodotte. La storia che qui racconto riguarda, in parte, le conseguenze involontarie di questa trasformazione di credenze. Rintracciare queste conseguenze è una parte importante della storia del liberalismo occidentale.

dal prologo di L’invenzione dell’individuo di Larry Siedentop, LUISS University Press, in uscita nella nuova collana Pensiero Libero il 18 febbraio 2016

Mi chiesi perché mai Dio ci mettesse tanto a punirmi

17 gennaio 2016

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Ero malato. Ero morboso. Ero un criminale. Ero un sodomita, un amoreo, un ittita, un sineo, un gebuseo. Ero Caino. Ero Esaù. Ero la moglie di Lot. Mi chiesi perché mai Dio ci mettesse tanto a punirmi, a gettarmi sotto un autobus con le tasche piene di Slim Jim, a farmi venire un attacco di cuore nel bel mezzo di una merendina Moon Pie. E quando credevo che Lui lo stesse facendo – quando sentivo un dolore lancinante al petto (attacco di cuore), o una fitta acuta alla testa (aneurisma cerebrale) – correvo in bagno e mi ficcavo le dita in gola, tentando di rigurgitare i peccati che avevo già inghiottito, sussultando in preda ai conati e sperando che quella sera Dio si sentisse Incline al Perdono Totale, o almeno Incline al Perdono Parziale, o magari soltanto Vagamente Assolutorio. Dopodiché tornavo nella mia stanza, mi prendevo a pugni nello stomaco e cominciavo a dondolarmi avanti e indietro sul bordo del letto, abbracciato a una busta di patatine Doodles che disperatamente, disperatamente non volevo mangiare.

Shalom Auslander, Il lamento del prepuzio, Guanda, traduzione di Elettra Caporello

L’importante è la continuità, nella corsa, nella scrittura

15 gennaio 2016

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Da quando sono arrivato alle Hawaii mi alleno quotidianamente. Sono già due mesi e mezzo che ho ripreso questo stile di vita: correre senza saltare nemmeno un giorno, a meno di qualche impedimento eccezionale. Stamattina ho corso per un’ora e dieci minuti ascoltando sul mio walkman due album dei Lovin’ Spoonful che ho registrato su MD, Daydream e Hums of the Lovin’ Spoonful.
Sono nella fase in cui devo lavorare sulla resistenza e aumentare la distanza che percorro, mentre il tempo che impiego per il momento è irrilevante. Basta che copra in silenzio il numero di chilometri che mi sono prefisso, mettendoci le ore necessarie. Se desidero arrivare più lontano aumento in proporzione la velocità, ma se accelero il ritmo, riduco la durata dell’allenamento, perché l’essenziale per me è ritrovare domani il piacere fisico che provo oggi. Quando scrivo un romanzo è fondamentalmente la stessa cosa. Anche se sento che potrei continuare, a un certo punto poso la penna. Così mi sarà più facile mettermi al lavoro il giorno seguente. Ernest Hemingway ha detto qualcosa di simile. L’importante è la continuità – non spezzare il ritmo. Nel caso di un’opera molto lunga è fondamentale. Se si riesce a mantenere un ritmo costante, qualche risultato bene o male lo si ottiene. Ma bisogna insistere finché il volano non comincia a girare regolarmente a velocità fissa.

Murakami Haruki, L’arte di correre, Einaudi, traduzione di Antonietta Pastore