Qualcosa che non si può tramandare

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Tutti i Tintin; tutti gli album originali di Cocco Bill; tanti L’Uomo Mascherato; pochi Mandrake; un po’ di Nembo Kid, un po’ di Jeff Hawke, le prime tre annate di Linus, quel primo Paperepopea, quel primo Topolineide, due Zio Tibia […]. Li maneggio con cautela io che li ho posseduti, li palpo con guanti ideali, li sfoglio con pinze mentali come fossero inestimati papiri io che ne fui il signore, e altri dovrebbe stabilire con loro un rapporto pratico d’immediata fruizione, reificarli così? È tardi, ormai. Non ci si può più divertire, con ciò ch’è fasciato dall’aura; non ci si può confondere carnalmente con l’oggetto del nostro culto, non csi può più interrogare quando si può solo contemplare. Perdonami Filippuccio venturo, ma se fra i giornaletti venturi (tu omologo ad essi, essi organici a te) io insinuassi questi antichissimi miei, tu non ne riconosceresti la categoriale diversità, la trascendenza immanente, l’assiologica superiorità […].

 

Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Mondadori

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