Archive for febbraio 2016

Se uno non ha il minimo talento perché si ostina a scrivere?

22 febbraio 2016

La qualità più importante per uno scrittore, non c’è nemmeno bisogno di dirlo, è il talento. Se uno non ha il minimo talento letterario può scervellarsi finché vuole, metterci tutto il suo ardore, non scriverà mai nulla di valido. Più che una qualità necessaria, questa è una condizione preliminare. Senza carburante, anche l’automobile più bella non va avanti.

Murakami, L’arte di correre, Einaudi, traduzione di Antonietta Pastore

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Gli editori, e gli scrittori, sono perlopiù cattive persone

21 febbraio 2016

Gli editori sono perlopiù cattive persone. Gli editori e i critici e i lettori delle case editrici e le migliaia di impiegatucci che si aggirano per i corridoi tenebrosi o illuminati a giorno delle case editrici. Ma gli scrittori perlopiù sono peggiori, perché, fra le altre cose, credono nell’eternità o in un mondo retto da leggi darwiniste o forse perché nelle loro anime si annida uno spirito cortigianesco ancora più ignobile.
Io ho avuto la disgrazia di conoscere vari editori che erano una sciagura perfino per le loro madri e ho avuto la fortuna di conoscerne alcuni, sette o otto, che erano e sono persone responsabili, un po’ tristi (la malinconia è un segno distintivo della professione), intelligenti e con forti dosi di umorismo, editori che si ostinano, per esempio, a pubblicare autori e libri di cui si sa a priori che venderanno pochissime copie.

Roberto Bolaño, Tra parentesi, Adelphi, traduzione di Maria Nicola

La prima serata di 8×8 – 2016

16 febbraio 2016

8x8, prima serata 2016, racconti

Ecco a voi gli 8 concorrenti della prima serata di ‪#‎8×8‬ (23 febbraio, Le Mura):

Stefano Felici, Boltzmann;
Anna Lovisolo, La colomba bianca;
Valentina Maìni, Traffico;
Marco Morana, Garage;
Gianluca Wayne Palazzo, La prima onda del mattino;
Olga Paltrinieri, Fratello;
Monica Pezzella, La croce di Sodoma;
Simone Traversa, Se non avesse preso il furgone.

Per leggere i racconti andate qui.

In giuria: Christian Raimo, Giorgio Gianotto, Alessandra Di Pietro, Leonardo Luccone.
Bando, regolamento e faq.

L’arsenico in bocca

15 febbraio 2016

farmacia-3.jpgI personaggi immaginari mi circondano, mi perseguitano – o piuttosto sono io a essere nella loro pelle. Quando scrivevo l’avvelenamento di Madame Bovary avevo il gusto
dell’arsenico in bocca, ero io stesso così avvelenato, che mi sono regalato due indigestioni di seguito – due indigestioni reali, perché ho vomitato tutto quello che avevo mangiato.

Gustave Flaubert, lettera a Hippolyte Taine, 20 novembre 1866
Illustrazione Carlo Emilio Zummo

Il demonio dell’arte

15 febbraio 2016
“Lavoro come un demonio alzandomi alle tre e mezza del mattino. […] e occupiamoci sempre dell’arte che […] è sempre là, sospesa nell’entusiasmo con il suo diadema di Dio.”
Gustave Flaubert, lettera a Ernest Chevalier, 14 agosto 1835

La bella bionda di Dorothy Parker

9 febbraio 2016

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Hazel Morse was a large, fair woman of the type that incites some men when they use the word “blonde” to click their tongues and wag their heads roguishly. She prided herself upon her small feet and suffered for her vanity, boxing them in snub-toed, high-heeled slippers of the shortest bearable size. The curious things about her were her hands, strange terminations to the flabby white arms splattered with pale tan spots–long, quivering hands with deep and convex nails. She should not have disfigured them with little jewels.
She was not a woman given to recollections. At her middle thirties, her old days were a blurred and flickering sequence, an imperfect film, dealing with the actions of strangers.

Dorothy Parker, Big Blonde

 
Hazel Morse era una bella donna alta e ben piantata, una donna di quel tipo che induce gli uomini, quando pronunciano la parola “bionda”, a schioccar la lingua e ad alzar la testa con aria furbesca. Era orgogliosa dei suoi piedini e si sacrificava per questa vanità, imprigionandoli in certe pantofoline dalla punta schiacciata e dai tacchi altissimi, della misura più piccola che sia portabile. Ma soprattutto erano curiose le sue mani, lunghe mani oscillanti, dalle unghie incassate e convesse, che terminavano in modo strano quelle braccia flaccide e bianche, sparse qua e là di efelidi pallide. Quelle mani non avrebbe dovuto mai sfigurarle con piccoli gioielli.
Non era donna dedita ai ricordi. A trentacinque anni circa, i suoi giorni erano una fuggevole e labile sequenza, una mediocre pellicola che mostrava solo volti e gesti di sconosciuti.

Dorothy Parker, “La bella bionda”, Il mio mondo è qui, Bompiani, traduzione di Eugenio Montale

 
Hazel Morse era una bella donna alta e formosa, il tipo che spinge certi uomini, quando pronunciano la parola “bionda”, a schioccare la lingua scuotendo maliziosamente la testa. Si vantava dei suoi piedini minuscoli e soffriva per vanità costringendoli in scarpine strette con tacchi a spillo, della misura più piccola che riuscisse a sopportare. La cosa più curiosa erano le sue mani, bizzarre terminazioni di braccia candide e flosce punteggiate di pallide macchie di sole, mani lunghe e palpitanti con unghie profonde e convesse. Non avrebbe mai dovuto deturparle con gioiellini da quattro soldi.
Non era una donna portata all’introspezione. Giunta a cavallo tra i trenta e i quaranta, i giorni passati erano una sfilza di immagini sfocate e tremolanti, un film imperfetto, che parlava di socnosciuti.

Dorothy Parker, “Una bella bionda”, Tanto vale vivere, La Tartaruga Edizioni, traduzione di Chiara Libero

Fare la donna delle pulizie è come leggere un libro

7 febbraio 2016

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Amo le case, le cose che mi raccontano, e questo è uno dei motivi per cui non mi dispiace fare la donna delle pulizie. È proprio come leggere un libro.
Da un po’ lavoro per Arlene, al Central Reality. Perlopiù pulisco case vuote, ma anche le case vuote hanno le loro storie, i loro indizi. Una lettera d’amore nascosta in fondo a un armadio, bottiglie vuote di whisky dietro l’asciugatrice, liste della spesa… “Per piacere compra una scatola di Tide, un pacco di linguine e una confezione da sei di Coors. Scusami per quello che ti ho detto ieri sera”.
Ultimamente mi è capitato di pulire case dove qualcuno è morto da poco. Pulisco e do una mano a fare una cernita tra le cose che prenderanno e quelle che andranno a finire da Goodwill. Arlene chiede sempre se ci sono vestiti o libri per la Home for the Jewish Parents, la casa di riposo dvoe è ricoverata Sadie, sua madre. Questo lavoro è deprimente. Qualche volta tutti vogliono tutto, e si contendono anche stupidaggini tipo un paio di bretelle logore o una tazza da caffè. Altre volte nessuno vuole niente, quindi io prendo e imballo tutto. In entrambe le situazioni la cosa triste è che ci vuole pochissimo tempo. Pensateci. Se voi moriste… io potrei fare piazza pulita di tutte le vostre cose in non più di due ore.

Lucia Berlin, “Lutto”, La donna che scriveva racconti, Bollati Boringhieri, traduzione di Federica Aceto

Portavamo nella nostra carne di foca il peso di una felicità impossibile

4 febbraio 2016

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Saltavamo come foche impazzite, e non sapevamo saltare. Saltavamo come foche su un campo minato, pieni d’amore per quel Dio che ci avevano insegnato a adorare. Stavamo fuori da quel mondo che aveva misconosciuto l’adorazione, che ne aveva orrore. Adoravamo un ciborio, ci squagliavamo davanti a una pala d’altare, ci faceva male tutto, sanguinavamo dal costato, inzuppavamo di miele una maglia della salute che conservava memoria del sudore di frati ormai abitatori dell’altro mondo, ormai depositati nel cimitero conventuale. Portavamo nella nostra carne di foca il peso di una felicità impossibile e saltavamo sul prato goffi, goffi come solo gli angeli e le foche sanno essere. Ma non sapevamo niente. Prendevamo in mano il badile e lo affondavamo nella terra, ci si inspessivano i palmi, ci facevano male, a sera. C’erano quelli così delicati che cadevano a terra e squittivano come topolini, c’erano quelli così forti che zappavano anche per altri due topolini; eravamo quel bestiario sacro, quei campi che aprivamo con la zappa nell’attesa di una nascita. E gli squarci che facevamo nella terra, per gettarci poi il seme, andavano richiudendosi, lasciavano fermentare il seme che poi riapriva la terra, buttava davanti ai nostri occhi quella meraviglia di germoglio che sarebbe diventato frutto, che ci avrebbe nutriti. Tra la terra e il cielo c’erano le nostre bocche ansiose, il nostro bisogno di ruminare, di bere. C’erano le nostre preghiere inutili di cui il mondo aveva bisogno per diventare grano da macina, per diventare pane, perché tutto fosse ricondotto a quel Dio fattosi pane, quel Dio che adoravamo, che amavamo come sposi impazziti di desiderio, gelosi fino alla malattia, fino al furore con cui ci cingevamo i fianchi, ci spremevamo i lombi, noi sterili, noi figli di un batterio diventato pesce, noi pesci zampettanti, noi foche da circo, eunuchi che avevano l’ardire di salvare il mondo solo salmodiando e zappando, così certi della fine da indossare tuniche marrone, da ridurci ad angeliche scimmie sterili nell’attesa di un imminente altro mondo, di un regno di sola felicità.

Emanuele Tonon, Fervore, Mondadori