Eravamo una famiglia

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A rotazione ognuno si prendeva cura di una parte del convento. Era tutto un andirivieni di scope e stracci. Eravamo sedici maschi che pulivano i loro segni in quello spazio sacro, i loro scarti. Qualcuno non sapeva nemmeno tenere in mano una scopa e non avrebbe mai imparato a farlo. Finite le pulizie ci si preparava per lo studio. Si tornava in cella a prendere i quaderni e la penna, si scendeva nella sala dello studio, accanto alla biblioteca conventuale. Non pativamo la gogna dell’accademia. Stavamo lì, composti, con i quadernoni a righe aperti sui banchi ad appuntare le parole del frate di turno che ci impartiva lezioni di storia del francescanesimo, di storia della spiritualità, di teologia ascetica e mistica, di psicologia della vita conscrata. Tu divoravi i libri. Avevi fame, volevi conoscere. Nell’anno di noviziato avevi scoperto Dostoevskij, Melville, il potere della parola che proiettava la tua mente verso il silenzio, verso la liberazione.
Si arrivava, più o meno storditi, a mezzogiorno. Raccoglievamo i nostri quaderni, lasciavamo la biblioteca per tornare brevemente in cella. E poi di nuovo giù a precipizio, in chiesa per la preghiera dell’Ora Sesta. Lasciavamo il Coro per il refettorio, per il pranzo. Chi mangiava piano, chi voracemente. C’erano i secchi e c’erano i grassi. C’era chi ingrassava solo per il vento e chi assottigliava solo per il vento. Eravamo una congrega di sconosciuti che si erano trovati, casualmente, arrivando da terre diverse, alla stessa tavola. Il cibo è comunione. Coi gomiti poggiati sulla stessa mensa percorsa e ripercorsa da generazioni di frati, mangiavamo le fave crude con l’olio e il sale, alla stessa tavola bevevamo il vino centellinato che altri frati avevano provveduto a spremere dal grappolo, a pestare nella tinozza. Dormivamo uno accanto all’altro, in quella sacra promiscuità. Ci inventavamo il mondo e la vita, stavamo tutti dentro quella sacra rappresentazione. Ci amavamo come si amano gli angeli, quegli esseri alati che hanno portato la confusione in questo mondo. Qualcuno, timidamente, provava ad amoreggiare con un altro: c’era chi faceva il maschio e chi faceva la femmina. Chi faceva la moglie e chi il marito. Chi la madre e chi il padre. Chi il figlio, chi il nipote. Eravamo una famiglia.

Emanuele Tonon, Fervore, Mondadori

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Una Risposta to “Eravamo una famiglia”

  1. Poesie per finta Says:

    il brano è interessante, il resto del libro com’è?

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