Nessuno deve dirmi come scrivere

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«[…] hai una splendida carnagione, così candida e rosea, come le eroine dei romanzi. Hai notato», proseguì con aria sognante leccandosi dalle dita un ultimo residuo di panna, «che nei romanzi si parla continuamente dell’aspetto fisico delle protagoniste? Dev’essere penoso per Miss Milliment leggere quelle cose sapendo che lei non potrebbe mai essere descritta in quel modo».
«Non sono mica sempre così belle», puntualizzò Polly. «Prendi Jane Eyre».
«E poi ha dei capelli così belli! è vero che i capelli ramati tendono a scolorire con l’età», aggiunse pensando alla madre di Polly. «Diventano color marmellata annacquata. Oh, non parlarmi di Jane Eyre! Mr Rochester non parla d’altro che di quanto è piccola e fiabesca. Un modo furbo per dire che è bella».
«Chi legge vuole conoscere questi dettagli. Spero che non diventerai troppo moderna come scrittrice, Clary. Quei libri in cui non si capisce quello che succede». Polly aveva preso Ulisse dalla biblioteca di sua madre e lo aveva trovato davvero difficile.
«Scriverò alla mia maniera», replicò Clary. «Nessuno deve dirmi come scrivere».

Elizabeth J. Howard, Il tempo dell’attesa (La saga dei Cazalet 2), Fazi, traduzione di Manuela Francescon

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