L’esule è una creatura a metà

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L’elefantino del Bernini di piazza della Minerva è uno degli amici migliori che ho nella città di Roma. Per me quell’elefantino è somalo. Ha lo stesso sguardo degli esuli. E anche la stessa irriverenza. Bernini, infuriato perché gli avevano sabotato il progetto originale, disegnò l’elefante in modo che puntasse le terga verso il vicino convento. La coda poi, quella malandrina, è leggermente spostata, come a salutare i domenicani (i frati commissionari) in maniera piuttosto scurrile!
La prima volta che vidi l’elefantino, che i romani chiamano «il pulcin della Minerva», ero con mia mamma. Ricordo che chiesi: «Ma siamo in Somalia?». Avevo visto molte puntate di Quark e sapevo che l’elefante è un animale africano. Mamma rise. Mi disse che no, quella era ancora Roma. La mia confusione durò giorni. Allora Roma è in Somalia? O la Somalia si trova dentro Roma? Quell’elefantino africano nella città confondeva tutte le mie certezze.
Nel tempo ho scoperto che quell’elefantino ha lo stesso sguardo della mia mamma. Non può tornare, non può dissetare la sua angoscia. L’esule è una creatura a metà. Le radici sono state strappate, la vita è stata mutilata, la speranza è stata sventrata, il principio è stato separato, l’identità è stata spogliata. Sembra non esserci rimasto niente. Minacce, denti aguzzi, cattiveria. Ma poi c’è un lampo. Quello che ti cambia la prospettiva.

Igiaba Scego, La mia casa è dove sono, Rizzoli

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