Archive for febbraio 2017

Per me sei perfetta così

19 febbraio 2017

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Zelda: …per te sono pigra.
Scott: No, mi piaci così. Per me sei perfetta così. Sei sempre lì ad ascoltarmi mentre ti leggo quello che scrivo a qualunque ora del giorno o della notte. Sei affascinante – e bella. E sbrini il frigo una volta a settimana. O almeno credo.

Scott intervista Zelda, The Baltimore Sun, 7 ottobre 1923

Bangkok e l’isola di Crusoe

15 febbraio 2017

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Usando la decina di vocaboli che avevo a disposizione potevo sopravvivere, mangiare e lavarmi, ma certo non addentrarmi nelle insidiose sfumature dei rapporti umani – e del resto non ne avevo neanche voglia. Nessuno riesce a capire fino a che punto Robinson Crusoe si godesse la sua solitudine. A modo loro, la casa di vetro e il giardino erano una specie di isola, persino tropicale, ma la differenza fra Crusoe e una transfuga a Bangkok nel Ventunesimo secolo erano i domestici con le cesoie da giardino, che dall’altra parte del vetro guardavano il farang – reperto A – allungato su un sofà che si esercitava con la calligrafia. Quelli su cui facevo veramente colpo erano i bambini, che passavano ore appesi ai rami, a mangiare pesce e a fissarmi preoccupati.

Lawrence Osborne, Bangkok, Adelphi, traduzione di Matteo Codignola

Intervista a Giulia Caminito (8×8, prima serata)

15 febbraio 2017

Sappiamo che è la tua prima volta a 8×8: cosa ti aspetti dai racconti di questa serata? Credi che la lettura dal vivo dei racconti sia un valore aggiunto in vista del giudizio?
Fin dall’inizio ero curiosa di capire la differenza tra la lettura personale e l’interpretazione degli scrittori per bilanciare le mie impressioni nel confronto con loro. Infatti ho molte domande sui contenuti: capire se gli autori avevano intenzione di inserire i racconti in un progetto, all’interno di un raccolta, se hanno avuto già esperienze del genere, come si immaginano di collocarli in un percorso più ampio.

Rispetto alla forma del racconto, cosa cerchi da lettrice e da scrittrice?
È complicato. Questo è forse un discorso banale, però purtroppo esiste una tradizione italiana di racconti ma sembra che non faccia mai lo scatto verso il grande pubblico. Io sono una grande amante dei racconti. Quello che mi aspetto, dipende da racconto a racconto. A me piacciono le raccolte in cui ogni racconto è all’interno di una costellazione. Per me è più difficile leggere un singolo racconto in un’antologia: non mi dà lo stesso effetto di una raccolta pensata da un solo autore. Quindi ricerco identità e progettualità, che ci sia qualcosa di raccontato e che l’idea sia conclusa. In certi casi si tende a lasciare molto sospesa la narrazione però questo deve essere ben calibrato. O la tua idea è la sospensione — e te la devi giocare in un certo modo — oppure in certi casi l’effetto risulta un po’ esile. 

Hai notato alcune di queste caratteristiche nei racconti della prima serata di 8×8?
Alcuni hanno questo difetto anche se è vero che gli scrittori avevano a disposizione poco spazio. Ottomila battute sono poche ed è solo sopra le diecimila che si comincia ad avere un po’ di spazio. Secondo me queste cose devono essere considerate nella valutazione. Si potrebbe chiedere agli autori se hanno tagliato dei racconti che già avevano e se li hanno adattati. Il racconto deve essere studiato e preciso all’interno dei suoi spazi, altrimenti potrebbe perdere il senso originario in cui è stato immaginato. I racconti ovviamente vanno ben misurati, ricalibrati e riletti.

Tra romanzo e racconto qual è per te la forma più congeniale di scrittura?
Per me sono allo stesso livello anche se da un punto di vista editoriale i racconti vengono considerati marginali nel percorso narrativo di un autore rispetto al romanzo, come se non avessero uno sguardo sul presente e una forza attrattiva sul pubblico. È una cosa che mi dispiace molto perché per me le due cose si equivalgono in forza. Nel racconto tendo a costruire un rapporto tra il quotidiano e il surreale, posso inserire più idee e più concentrate. Non mi disperdo nella ricerca di un contesto ma lavoro di più sul linguaggio e sulle finzioni narrative.

A proposito dello stile e del linguaggio, hai notato tra queste voci una tonalità comune?
In realtà i racconti sono tutti molto diversi. Ce ne sono alcuni che riprendono una linea della letteratura americana: la letteratura della crudeltà. Questa nei racconti continua ad avere la meglio soprattutto sui lettori giovani. Però è una cosa già sentita che non produce più l’effetto shock iniziale. Il gusto si è ormai abituato. Ho notato una prevalenza della prima persona, un senso di sospensione, però alcuni hanno un buon contesto. Infatti secondo me l’importante è che il microcosmo del racconto sia riconoscibile.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Intervista a Alice Di Stefano (8×8, prima serata)

15 febbraio 2017

In quanto editor di esperienza presso Fazi, dalla lettura dei racconti in gara questa sera che cosa ti ha colpito di più sullo stile, il linguaggio e i temi trattati?
Essendo alla mia seconda esperienza a 8×8 questi racconti sono nettamente più belli e interessanti. Nella maggioranza sono costruiti e scritti molto bene. Però ho notato in tutti una difficoltà enorme a trovare un finale. Alcuni mi sembrano solo degli incipit mentre quelli più simili a dei racconti hanno dei finali un po’ manchevoli, zoppicanti. Si vede che gli autori non hanno trovato una soluzione e il testo rimane in sospeso.

Tra queste voci esordienti hai notato un tratto comune, una tendenza di scrittura?
Forse una scrittura molto semplice, paratattica. A volte volutamente semplificata che però non trovo molto moderna o nuova. Mi ricorda sempre l’atmosfera e le tematiche degli anni Novanta, come i Cannibali e il pulp, già viste e lette. Anche la lingua si richiama a questi modelli e non a quelli più recenti: è curioso che siano i loro ultimi riferimenti.

In generale cosa deve essere per te un racconto a livello di trama, di scrittura e di forma?
Il racconto deve avere una storia che inizia e che si conclude. Per questo ho insistito sull’assenza dei finali: è come se uno iniziasse con una buona idea ma non riuscisse a chiuderla nel giro di poche pagine. Un racconto deve colpire e fare immaginare un’atmosfera proprio attraverso la sua brevità. Per la scrittura in generale ricerco l’originalità, una certa brillantezza e la vivacità. Dal lato dello stile mi interessano i testi scritti bene e con una lingua musicale, qualsiasi sia l’argomento — anche crudele, violento e thriller.

 A partire da un’esperienza come 8×8 investiresti su racconti di esordienti?
Anche se è chiaro che vendono limitatamente rispetto al romanzo, noi di Fazi non abbiamo preclusioni né pregiudizi sui racconti in quanto prodotto editoriale. Vediamo più di buon occhio una raccolta di un solo autore anziché un’antologia a più voci.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Intervista a Luca Ricci (8×8, prima serata)

15 febbraio 2017

Da scrittore e presumibilmente lettore di racconti, cosa cerchi in un racconto?
In quanto scrittore cerco di scrivere racconti che abbiano rispetto al romanzo una verticalità e un carattere scosceso. Più volte ho paragonato il racconto a un pezzo punk perché secondo me deve avere una melodia e una ritmica molto veloce. Mi piace sintetizzarlo graficamente con una verticale mentre invece il romanzo è un orizzontale. Quindi cerco sempre il piano inclinato di una frase che poi mi porta direttamente al finale.

Secondo te qual è la caratteristica principale che emerge dai racconti in concorso questa sera a 8×8?
I racconti di stasera sono più dei potenziali romanzi. Non ho ritrovato una velocità particolare. Nei casi più felici invece mi sarebbe piaciuto saperne di più sulla situazione, sui personaggi. Sembrano nascere come racconti contratti che in realtà avrebbero bisogno di più pagine per essere sviluppati.

Da autore di racconti e insegnante di scrittura creativa, quanto è possibile secondo te insegnare la forma e il ritmo del racconto e quanto di questo può essere appreso da uno scrittore esordiente?
Il racconto può essere la palestra dello scrittore perché ti costringe a fare economia di parole e a essere consapevole della loro importanza: meno parole ha un testo, più risalto ha una parola. In questo senso il racconto è più vicino alla poesia che non al romanzo, anche se scritto in prosa e non in versi. Quindi il racconto può essere effettivamente la forma con cui si inizia un percorso di scrittura. Ma può anche essere il punto più alto della scrittura proprio perché, a differenza del romanzo che può basarsi tutto sulla trama o sulle variazioni narrative, nel racconto si deve per forza fare uno scarto sullo stile data la brevità della storia e la presenza di pochi personaggi. Il racconto non può non avere uno stile e basarsi tutto sulla tecnica: diventerebbe un aneddoto, uno sketch. Il racconto può essere un buon punto di partenza anche per acquisire maturità. Mi viene in mente il percorso fantastico di Parise che iniziò con un romanzo astratto, Il ragazzo morto e le comete, poi passò al figurativo con Il prete bello e i racconti di La vita di provincia ma la summa l’ebbe con i Sillabari. La scrittura breve ha quindi questa doppia funzione: poter dare l’avvio ma anche consacrare, centrare la sintesi di un’esperienza di scrittura.

In un panorama editoriale che non lascia forse molto spazio al racconto e che crede abbia una diversa fortuna di pubblico, come si inserisce secondo te l’iniziativa di un concorso letterario come 8×8?
Da un lato può essere un trampolino per fare scouting, dall’altro per sensibilizzare al racconto stesso. Tutte le iniziative di questo genere sono le benvenute perché nonostante gli scrittori e frequentatori, i lettori e amanti del racconto abbiano smesso di piangersi addosso rispetto agli anni scorsi, è vero che il sistema editoriale continua ad avere dei pregiudizi sul racconto. Ancora oggi nelle librerie il racconto non trova molto spazio sugli scaffali. Anche all’estero tutto il mercato gira intorno a scritture più lunghe. Per cui 8×8 è utile per farci capire che invece esiste un pubblico e che se c’è un pubblico ci sono anche persone che si ritrovano per celebrare questa parte di mercato.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Senza di lei eravamo patetici

9 febbraio 2017

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Aveva l’influenza. Era insolito che si ammalasse. I bambini erano piccoli e aveva nevicato e lei non ne poteva più del baccano che facevamo, così ci siamo coperti bene e siamo andati al parco a correre sullo slittino. Senza di lei eravamo patetici. I bambini non trovavano i berretti. Non riuscivano a tirare fuori dalle maniche del piumino le due muffole legate insieme; non volevano vedere nessun altro scendere in slittino per il pendio, nessun ragazzo più grande. Io sono stato un disastro. Li ho portati fuori senza gli stivali di gomma, così non eravamo neanche in fondo alla via che avevano già le dita dei piedi gelate. Si sono messi a rognare e tutti e tre abbiamo capito che senza di lei niente funzionava a dovere. Mi hanno compatito. Che imbarazzo mostrare che il mio talento di padre dipendeva completamente da lei. Se avessi saputo che erano le prove generali della nostra vita futura, forse avrei detto: FATEVI FORZA MERDINE CHE NON SIETE ALTRO, oppure AIUTO. Oppure, prendi me, ti prego, prendi me al posto suo.

Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini