Archive for giugno 2017

Le librerie vanno dissacrate

25 giugno 2017

Soltanto rinnovando completamente la fisionomia della libreria si riuscirà a conservarle il ruolo importantissimo che sino ad oggi essa ha giocato nel mondo editoriale. E la libreria si rinnova innanzi tutto compiendo un coraggioso atto di dissacrazione. Sì, le librerie vanno dissacrate, vanno aperte al passante, vanno rese accoglienti come i più moderni negozi di vendita, senza timore che perdano il loro antico prestigio. Al contrario il prestigio sarà molto maggiore di quello che mai hanno avuto in passato, perché lì dentro operano organizzatori della cultura dal basso, librai che non attendono più il cliente ma promuovono la formazione di un mercato nuovo, la formazione di nuovi lettori non più di seconda bensì di prima categoria e di essi si fanno legittimi ed autorevoli rappresentanti.

Vito Laterza, Quale editore. Note di lavoro, Laterza

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La lama di Fritz Leiber

20 giugno 2017

 

FritzLeiber

Se non altro, quel giorno il cielo era più limpido e soleggiato. Il forte vento dell’ovest stava spazzando l’aria. Le piccole vette lontane oltre le città dell’East Bay e a nord, verso Marin County, spiccavano nitide. I ponti risplendevano. Persino il mare di tetti oggi sembrava calmo e amichevole.
A occhio nudo, Franz localizzò la fessura dove pensava dovesse trovarsi la sua finestra – il sole la stava illuminando in pieno – e poi tirò fuori il binocolo. Non perse tempo a metterselo al collo: sentiva di avere la presa salda. Sì, il rosso fluorescente si vedeva benissimo, spiccava tanto che sembrava riempire l’intera finestra, ma occupava solo la parte in basso a sinistra. Accidenti, si poteva distinguere quasi il disegno… No, non si poteva arrivare a tanto, le linee nere erano troppo sottili.
Ecco la risposta ai dubbi di Gun (e suoi) sulla finestra giusta!
La visibilità era proprio eccezionale, quel giorno. Il giallo chiaro della Coit Tower su Telegraph Hill (un tempo la struttura più alta di “Frisco” mentre oggi una bazzecola tra le tante) risaltava contro l’azzurro della baia. E l’Hobart Building, a forma di nave, la poppa con le sue finestre ricurve come la cabina dell’ammiraglio di un galeone, maestosa e carica di decorazioni, contro le austere striature d’alluminio del nuovo Wells Fargo Building che torreggiava su di esso come un cargo interstellare in attesa del decollo. Franz continuò a guardarsi intorno col binocolo, aggiustando senza sforzo la messa a fuoco. Lo puntò un’altra volta verso la fessura della sua finestra, prima che l’ombra l’inghiottisse. Magari sarebbe riuscito a vedere il disegno, calibrando bene l’obiettivo…
Proprio mentre guardava, il rettangolo di cartone rosso fu strappato via. Dalla sua finestra sbucò una cosa chiara che cominciò ad agitare freneticamente nella sua direzione le lunghe braccia alzate. Più in basso, Franz poté vedere il volto teso della cosa sporgersi verso di lui, una maschera stretta come quella di un furetto, un triangolo marrone chiaro senza lineamenti, con due puntini che potevano essere occhi o orecchie, e la parte inferiore come un mento affusolato… no, un muso… nemmeno; una proboscide molto corta, una bocca inquisitrice che sembrava fatta per succhiare il midollo. Poi l’entità paramentale attraversò le lenti e gli saltò agli occhi.
Nel successivo istante di consapevolezza Franz udì un rumore sordo e un debole tintinnio e cominciò a scrutare a occhio nudo tra l’oscuro mare di tetti, per individuare una cosa marrone chiaro velocissima che lo perseguitava, al riparo dietro ogni possibile copertura: un comignolo con la calotta, una cupola, una cisterna d’acqua, un vasto attico o uno piccolo, qualche grosso tubo, un bocchettone dell’aria, uno scivolo per i rifiuti, un lucernario, un cornicione, il parapetto di un condotto di aerazione. Sentiva il cuore martellargli il petto e aveva il respiro affannoso.
I suoi pensieri frenetici presero una nuova direzione: cominciò a esplorare con lo sguardo i pendii davanti a sé, e i nascondigli che offrivano le rocce e i cespugli secchi. Quanto poteva essere veloce un’entità paramentale? Come un ghepardo? Come il suono? Come la luce? Poteva benissimo essere già lì sulla collina. Vide il binocolo sotto la roccia contro cui l’aveva scagliato quando aveva convulsamente buttato le mani avanti per allontanare la cosa dai suoi occhi.
Si inerpicò fino in cima. Nei campi verdi sottostanti le bambine non c’erano più, e nemmeno la loro accompagnatrice, l’altra coppia o i tre animali. Mentre si rendeva conto di ciò, un grosso cane (uno dei dobermann? O qualcos’altro?) scattò in avanti verso di lui e scomparve dietro un blocco di rocce alla base del pendio. Franz aveva pensato di correre giù da quella parte, ma con quel cane (o cos’altro?) in agguato non volle più. C’erano troppi nascondigli lungo quel versante di Corona Heights.
Scese rapidamente più in basso e si fermò in piedi sul suo sedile di roccia. Si costrinse a rimanere immobile e, socchiudendo gli occhi, ritrovò la fenditura dove si trovava la sua finestra. Era troppo buia. Nemmeno col binocolo sarebbe riuscito a vedere qualcosa.
Balzò giù lungo il sentiero, sfruttando gli appigli, e mentre lanciava rapide occhiate attorno, raccolse il binocolo rotto e se lo infilò in tasca, anche se non gli piaceva affatto il modo in cui i pezzi di vetro rimasti all’interno tintinnavano, e neppure lo scricchiolio della ghiaia sotto il suo passo cauto, a dirla proprio tutta. Piccoli suoni come quelli potevano rivelare la sua posizione.
Un singolo istante di consapevolezza non poteva cambiare la vita fino a quel punto, no? Eppure era successo.

Fritz Leiber, Da “La cosa marrone chiaro” in La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, Cliquot 2017, traduzione di Federico Cenci

 

Non mi sono più riaddormentata

8 giugno 2017

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L’incubo è stato il culmine delle mie angosce notturne. Dopo brevi cedimenti al sonno i risvegli erano sussulti improvvisi, e la certezza di una disgrazia imminente, ma quale? Brancolavo in quelle assenze della memoria finché la malattia di mia madre tornava a galla di colpo, e si ingigantiva, si aggravava nel buio. Di giorno potevo governarla, credere a una guarigione, un mio ritorno a casa, poi. Di notte lei peggiorava fino a morire in sogno.
Più tardi sono scesa io da Adriana, per una volta. Non si è svegliata, ha spostato i piedi per accogliermi nella consueta posizione reciproca, ma ho voluto appoggiare la testa accanto alla sua, sul cuscino. L’ho abbracciata, per consolarmi. Era così piccola e ossuta, odorava di capelli grassi.

Donatella Di Pietrantonio, Arminuta, Einaudi

La contemplazione disinteressata dell’arte

7 giugno 2017

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L’attribuzione fu il fondamento della carriera di Berenson. All’inizio degli anni Novanta, bisognoso di credibilità professionale e liquidità finanziaria, con Mary e Senda che lo esortavano a scrivere e guadagnare, cominciò i tre progetti ai quali avrebbe lavorato per il resto della vita: scrivere di pittura e dei pittori per il pubblico generalista e per gli esperti; comporre vasti cataloghi enciclopedici degli autori e dei loro dipinti; autenticare dipinti per il mercato dell’arte. Ognuna di queste attività era per lui causa di tensione. Le considerava tutte in conflitto reciproco e, ancor peggio, ciascuna gli pareva minacciare la contemplazione disinteressata dell’arte, ovvero la cosa che più di tutte lo faceva sentire vicino al sublime.

Rachel Cohen, Bernard Berenson. Da Boston a Firenze, Adelphi, traduzione di Mariagrazia Gini