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È in una solitudine che lei non sente affatto

22 maggio 2017

Stamani visita liscia. La Viola si è un po’ calmata. Sembra una libellula. Magra, spiritata, agile. È ancora tutta canti di chiesa ma di umore sereno. È ancora in cella. Nuda, un materasso per terra. È in una solitudine che lei non sente affatto.
(Le donne magre con l’andare degli anni mantengono di più il respiro giovanile.)

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Oscar Mondadori

È bello quassù

17 maggio 2017

Quando la collina si raddolcì, cominciammo a vedere dall’alto le colline, la valle, la pianura di Torino. Non ero mai stata a Superga. Non sapevo che fosse così alto. Certe sere, dai ponti di Po, la si vedeva nera e ingioiellata di una corona di luci, una collana gettata per storto sulle spalle di una bella signora. Ma adesso era mattino, era fresco e c’era un solo d’aprile che riempiva tutto il cielo.
Momina disse: – Non ce la faccio più. – Venne a fermarsi contro un mucchio di ghiaia. Il radiatore fumava. Allora scendemmo e guardammo le colline.
– È bello quassù, – disse Rosetta.
– Il mondo è bello, – disse Momina, venendoci dietro, – se non ci fossimo noi.

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

 

Il Fat Charlie’s è ovunque

9 maggio 2017

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Bastava aver frequentato Oceanside per un po’ per sapere che quel cibo fresco era in realtà il fish & chips del giorno prima fatto rinvenire sotto la lampada a infrarossi, e che la musica dal vivo, quando c’era, di solito era suonata da teenager raffazzonati, jeans a brandelli e una spilla da balia a trapassargli le labbra. Nadia Turner sapeva altre cose del Fat Charlie’s che non potevano figurare su una pubblicità, per esempio il fatto che una porzione di Charlie’s Cheesy Nachos era lo snack perfetto dopo una sbornia o che il capocuoco vendeva il fumo migliore a nord del confine.  Sapeva che dentro al locale c’erano dei salvagenti gialli appesi sopra al bancone e per questo, dopo i turni più faticosi, i tre camerieri neri lo soprannominavano “la nave degli schiavi”. Sapeva i segreti del Fat Charlie’s perché glieli aveva raccontati Luke.
“Che mi dici dei bastoncini di pesce?” gli aveva chiesto.
“Intrisi di unto.”
“La pasta ai frutti di mare?”
“Pericolosa.”
“Cosa ci può essere di tanto pericoloso in una pasta?”
“Sai come fanno quella merda? Prendono gli avanti del pesce e li ficcano nei ravioli.”
“Va bene, ma almeno il pane?”
“Se non finisci il tuo pane, lo portiamo a un altro tavolo. Magari ti ritrovi a toccare lo stesso pane di uno che si è grattato le palle tutto il giorno.”

Brit Bennett, Le madri, Giunti, traduzione di Giovanna Scocchera

Cucina di famiglia

25 aprile 2017

Una cucina particolarissima, non giudicabile col solito metro, che si potrebbe definire l’opposto della mensa aziendale è la cucina di famiglia: la cucina della mamma (o della zia). Può anche essere, per gli invitati, una cattiva cucina, ma per quelli di casa è una cucina speciale, che non fa male, che protegge, che, quando non c’è più, si ricorda con le lacrime agli occhi. Dice Flaiano: «Quando mia madre insisteva: “Prendi un altro po’ di fettuccine” (le sue fettuccine) mi sentivo infastidito. Ora quanto pagherei per risentire quell’invito e aver davanti quelle fettuccine».

Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi

Eccentrica

17 aprile 2017

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Greta Lovisa Gustafsson quando recitò in Ninotchka aveva già trentatré anni, eppure al regista Lubitsch parve la più inibita attrice che avesse mai diretto. Ella arrossiva, imbarazzata di apparire ubriaca in una scena del film al ristorante. Lubitsch se ne compiacque: Ninotchka, fanatica marxista, doveva essere malata di moralismo. Altro pregio: la fronte della Garbo era sì bellissima; ma vasta in un viso oblungo: perfetta fisiognomica dell’anima malinconica. E l’enigma del suo carattere era tutto nell’inclinazione alla noia triste, proprio come quella che il comunismo generava. Ma almeno Greta Garbo, se rideva, era incantevole. Il ripiegarsi delle guance ingenuo, la bocca, i vasti occhi rassicuravano la vita come un sole che sorge dalle nubi.

Geminello Alvi, Eccentrici, Adelphi

Intervista a Emanuele Giammarco e Stefano Friani di Racconti edizioni (8×8, quinta serata)

14 aprile 2017

Ve l’avranno chiesto mille volte: perché fare una casa editrice di soli racconti?
Emanuele Giammarco
: Innanzitutto il mercato editoriale presentava una grossa lacuna. Sia per quanto riguarda la possibilità di vedere pubblicato il proprio manoscritto di racconti – dato che gli editor in sostanza spesso tendono a trasformarlo in un romanzo – sia dal punto di vista dell’offerta. Di fatto erano rimasti fuori mercato molti libri di grande valore, come Una coltre di verde di Eudora Welty, che uscirà a maggio ed era assente dagli scaffali dagli anni Ottanta. Facendo uno studio accurato ci siamo accorti che c’erano grandissimi libri che a causa di un pregiudizio riferito alla forma breve non sarebbero mai potuti uscire. Si pensa che non siano in grado di vendere e di mantenere una casa editrice.
Stefano Friani: Sì, di sicuro i racconti meritavano una casa editrice. Poi che si meritassero noi è un altro discorso…
Giammarco: Sono stati così tanto bistrattati, evidentemente, che gli siamo dovuti capitare proprio noi in sorte. Ovviamente c’era anche la passione per il racconto in sé che accomuna me e Stefano. In questo senso è stato semplice imboccare questa via.
Friani: E dobbiamo ammettere che prima è nata l’idea di fare una casa editrice e poi quella di Racconti nello specifico. Volevamo fare un progetto editoriale assieme. Poi, cercando e spiluccando quello che mancava negli scaffali e nell’offerta delle librerie, ci siamo accorti che i racconti erano effettivamente la risposta. Tra l’altro, mentre noi stavamo creando la casa editrice, c’era già un certo fermento attorno alla forma racconto: c’era «Cattedrale», «Watt», «effe», «Carie», una serie di riviste e attività parallele; senza contare i blog come «Nazione Indiana». Mi ricordo che Maria Di Biase di scratchbook.net, mentre noi avevamo già scelto Eudora Welty, aveva a suo tempo comprato un libro dell’autrice a una bancarella dell’usato chiedendosi poi su facebook come mai nessuno non la ripubblicasse. E la stessa cosa era successa con James Baldwin. Mi ricordo che eravamo insieme e ci siamo detti: che facciamo, lo diciamo o ce lo teniamo ancora per noi?
Giammarco: Avevamo paura di rovinare la sorpresa… senza sapere che in Italia nessuno compra libri.

Qual è il limite tecnico che vi siete dati per definire uno scritto un racconto?
Giammarco
: «Definire» non è proprio nelle nostre corde. Ci siamo accorti di questo: tutti i confini sono sfumati, sono tutti orizzonti. Ci sono alcuni parametri, certo, la lunghezza canonica delle cento pagine calviniane, a livello strutturale e propriamente editoriale, sembra il massimo consentito per un racconto. Ci siamo interrogati spesso su quale fosse il principio letterario più adatto per identificare la forma, ma è davvero difficile e siamo quasi arrivati alla conclusione che la lunghezza standard, intorno alle trenta pagine, fino a quella un po’ più lunga che gli americani e gli inglesi chiamano «novella», è l’unico vero principio adatto a identificare cosa sia una short story. Poi esistono milioni di interpretazioni letterarie su quale sia il tipo di scrittura che renda un racconto quello che è, a prescindere dalla lunghezza. Sono discorsi interessanti – per me quelli di Trilogia di New York sono racconti, per esempio – e molte di queste interpretazioni dicono il vero. Ma porre dei limiti troppo stringenti non è mai prudente. Preferisco usufruire di un rasoio critico e perdermi in una tautologia: i racconti sono scritti brevi.
Friani: Ci sono anche i racconti di una sola riga come quello famoso di Ernest Hemingway sulle scarpe da neonato. Esistono i racconti lunghi che storicamente hanno una tradizione anche importante nell’editoria italiana. Se uno va a spulciarsi la Piccola Biblioteca Adelphi può trovare delle perle meravigliose: Stefan Zweig ha scritto delle novella, anche Bennett, e insieme a loro penso a Le due zittelle di Landolfi. Diciamo che noi come casa editrice, assumendoci l’impegno di chiamarci Racconti e quindi avocando a noi un nome «pesante», ci siamo detti che quello era il massimo del nostro orizzonte: i racconti lunghi. L’unica cosa su cui possiamo mettere la mano sul fuoco è che non pubblicheremo mai romanzi, saggi o poesia.
Giammarco: Forse arriverà il momento in cui sforeremo le cento pagine e ci diranno «ma è un romanzo breve!»; però credo che a quel punto la discussione sarà così sterile che forse sarà inutile parlarne.

Nel vostro catalogo ci sono autori di nicchia ma che hanno ricevuto il favore della critica e alcuni riconoscimenti letterari (James Baldwin, Virginia Woolf, Philip Ó Ceallaigh, Rohinton Mistry, Éric Faye, Stephen Graham Jones). Dopo un inizio improntato su queste scelte editoriali, cosa possiamo aspettarci da Racconti? Potete anticiparci qualcosa sui progetti futuri della casa editrice?
Giammarco
: Direi che esiste una biforcazione nel catalogo di Racconti, andiamo verso due direzioni, e l’abbiamo capito anche con il senno di poi. La prima è il repêchage dei classici che non venivano pubblicati per motivi a noi oscuri. Ad esempio James Baldwin – che è o comunque si sta affermando come un classico della letteratura americana – ma anche Virginia Woolf. Non so se posso anticipare qualcosa, ma andremo ancora in quella direzione: a maggio uscirà la già citata Eudora Welty, un grande classico non solo della short story – è inclusa nell’albero di Atlantide, per dire. Poi esiste un’altra direzione che è quella più in fieri: quella che coinvolge maggiormente i nostri gusti e le nostre opinioni personali riguardo la letteratura internazionale e – non ancora, ma presto – italiana… È questo il filone in cui si inserisce Mia Alvar – che uscirà a maggio-, quello delle letterature poco calcate, come quella filippina…
Friani: …ma anche quella americana e latinoamericana, dato che Mia è saldamente inserita nell’universo culturale statunitense: ha vinto il Bingham Prize per l’opera prima, ed è finita nella lista dei migliori libri dell’anno per Amazon, per il «San Francisco Chronicle», per «The New York Times». È un’autrice di tutto rispetto. Però quello che ci interessa, l’ho detto più volte, è lo sguardo dell’autore o dell’autrice. Nel suo caso è molto interessante perché è il prototipo della sradicata, visto che è nata nelle Filippine, dove ha vissuto fino ai nove anni, e poi si è trasferita in Bahrain per lavorare lì e poi ha vissuto fino a oggi negli Stati Uniti, a New York, dove è inserita nel circolo letterario degli autori stranieri e no.
Giammarco: Abbiamo pubblicato molti autori di lingua inglese, non tanto perché è la lingua che mastichiamo meglio, ma anche perché l’inglese, in quanto lingua internazionale per eccellenza, ci ha permesso di visitare paesi diversi, come i nostri autori, che per un verso o per un altro possono essere ritenuti dei migranti. La cosa interessante è che scrivono in una lingua che non è la loro, cosa che secondo noi si dovrebbe notare nella lingua, in uno sguardo che è sempre altro, a metà tra due mondi, per varie ragioni ogni volta diverse.

A questo proposito, in un’intervista dell’anno scorso avete dichiarato di voler proporre una raccolta di racconti italiana per ottobre 2017. Ora che sono passati diversi mesi potete dirci qualcosa di più?
Giammarco: Incredibilmente è la prima volta che in vita nostra forse riusciremo a mantenere una promessa. Non dirò il nome, ma è un esordiente, giovane, che si inserisce perfettamente nel nostro catalogo; questa era la cosa che più ci faceva tremare: l’idea di trovare un italiano che stesse bene con questa pletora di migranti e classici. Ci siamo riusciti… chi lo sa!
Friani: Una cosa che ci premeva era che stesse in armonia con il resto del catalogo e quindi che potesse stare accanto a Philip Ó Ceallaigh, James Baldwin, e che avesse quel tipo di sguardo e di sensazione che è quella dello straniero in patria. È un libro su cui abbiamo puntato in modo particolare.

L’avete scoperto insieme oppure uno di voi l’ha portato in redazione?
Giammarco: Questo è abbastanza importante perché quando ho letto quest’autore sono andato da Stefano a dirgli di aver letto in una rivista letteraria una cosa molto interessante, la più interessante di quelle che mi erano capitate fin lì; incredibilmente Stefano si era già preoccupato di leggere un altro racconto di questo autore e mi ha confidato di aver avuto la stessa impressione. È uno di quei segnali, per gli appassionati di destino, che…
Friani: …che indicano quanto ci sbagliamo entrambi, congiuntamente, così nessuno dei due potrà dire all’altro «te l’avevo detto!». No, sul serio, siamo entrambi innamorati del libro, è stato un bel momento quando ci siamo ritrovati a parlarne. Effettivamente non capita di frequente di fare una scoperta assieme, generalmente è uno dei due che trova l’autore e poi l’altro quasi sempre, immancabilmente, se ne innamora; anche se avviene in un momento successivo. Questa volta invece c’è stata una sinergia astrale.
Giammarco: Sì, l’ha letto anche Leonardo Neri e ha avuto impressioni contigue. Ci siamo confrontati in maniera più matura. Dopo la prima lettura…
Friani: Dillo che hai voluto fare la riunione.
Giammarco: Sì, abbiamo fatto la riunione del mercoledì. Comunque abbiamo molte cose in lettura, alcune idee stanno venendo fuori da sole. C’è un dibattito interno su un manoscritto canonico, su qualcosa che è arrivato direttamente da fuori, senza mediazioni da parte del mondo editoriale.

Qual è per voi il tipo di «filosofia» che deve trasmettere una raccolta di racconti? Avete un testo o un autore di riferimento che consigliereste come modello agli esordienti nel racconto?
Giammarco: Dal punto di vista della narrazione tipica, cioè quello che viene in mente quando si pensa a un racconto, ce ne sono tanti ovviamente. Ci sono i grandi classici, è quasi inutile nominarli. Gli scrittori di racconti sanno benissimo che leggendo attentamente Carver impareranno a togliersi qualche vizio, avvicinandosi a ciò che viene solitamente riassunto con l’espressione «non detto». Quello che faceva Lish era tagliare il più possibile, quasi a far partecipare il lettore alla stesura stessa del racconto. La verità è che la forma breve ha dato esempio di sé, e ce ne rendiamo conto ogni giorno, in maniere completamente diverse l’una dall’altra. Un esempio che faccio spesso ultimamente, perché l’ho letto di recente, è Goethe muore. Quelli di Thomas Bernhard sono certamente racconti, eppure ragionando sulla scrittura in sé è certamente l’ultima maniera che ti viene in mente per approcciare la forma breve: Bernhard è ridondante, il suo una specie di flusso di coscienza – espressione orrenda mi rendo conto –, un monologo interiore, ossessivo, basato molto sulle ripetizioni. Dov’è la famosa epifania?
Friani: La stessa Mia Alvar, come abbiamo scritto nella quarta di copertina, fa dei romanzi in miniatura, che sono talmente densi che si fatica a dire che siano racconti perché hanno talmente tanti livelli di lettura e c’è talmente tanto dentro che minaccia di esondare, di esplodere, al punto che è difficile definirla una scrittrice canonica di racconti.
Giammarco: Certo, se qualcuno vuole scrivere racconti horror è meglio che si legga Poe o magari passi per Hawthorne, i primi classici americani. È chiaro che se vuoi affrontare il grottesco, devi leggere appunto Eudora Welty, i racconti di Faulkner; tra i russi Čechov è citato da tutti i più grandi scrittori di racconti come il migliore. Per quanto riguarda la filosofia, invece, è importante sentire la filosofia dell’autore non dall’autore ma nella storia. In Philip Ó Ceallaigh una certa filosofia si evince non solo perché filosofo lo è di formazione, ma perché per vie traverse, in maniera intelligente, con questa prosa alla Flaubert, si concede nei suoi racconti qualche riflessione sul mondo. In quel caso è molto bello che si senta la voce dell’autore attraverso i personaggi.
Friani: In altri casi invece è la storia a dare incisività alla voce dell’autore. A noi non dispiace che ci sia anche una certa disomogeneità nei nostri libri, al contrario di altri editori che invece privilegiano un’unità piuttosto lapalissiana all’interno del catalogo; a noi non dispiace ad esempio che in Mia Alvar i racconti possano essere ambientati negli Stati Uniti, in Bahrain e nelle Filippine, o in Philip Ó Ceallaigh a Bucarest e negli Stati Uniti. L’importante è che si percepisca un filo rosso, un tratto che guidi la lettura e che corrisponda alla voce dell’autore.
Giammarco: Vorrei aggiungere che appunto, come la filosofia, secondo me la letteratura più che dare risposte deve suscitare una serie di problematiche. Credo che i nostri libri siano adatti a fare questo, o almeno spero che lo siano: a suscitare grandi e piccole domande. Lo dimostra il fatto che ognuno di noi dà una diversa interpretazione dello stesso libro. È uno dei fattori più divertenti del lavoro editoriale: ti puoi confrontare con gli altri sull’interpretazione e la lettura di un determinato racconto. Il fatto che sia aperto, secondo me, aggiunge qualcosa in più alla narrazione. Il classico show, don’t tell: una vecchia legge che però secondo me funziona. Quando nelle descrizioni si sente troppo la voce dello scrittore il lettore un po’ storce il naso. Non si tratta tanto di dire le cose in faccia o meno. Credo che essere uno scrittore significhi comprendere la distanza fra l’uomo che batte i tasti sul computer e il narratore della storia.

Dal punto di vista della comunicazione che difficoltà avete riscontrato? Che soddisfazioni avete avuto? Si dice tanto che viviamo nell’epoca della brevità (nel senso della lettura) ma alla fine i racconti – per motivi incomprensibili – sono vituperati dal mercato.
Giammarco: Com’è d’uopo oggigiorno, la comunicazione è un gran problema. Se possibile, il problema nel comunicare una raccolta di racconti è lo stesso che impedisce a lettori poco motivati di comprarla. Tenere a mente un’intera raccolta, «comprenderla» nel vero senso etimologico della parola, è infatti più difficile, richiede uno sforzo mnemonico maggiore, più elasticità mentale e disponibilità a uscire dal torpore tipico del puro intrattenimento passivo a cui ci siamo abituati e forse arresi. Non è semplice raccontare un libro di racconti, proprio perché è sempre una costellazione di racconti, ed è diverso dal raccontare una stella.
Friani: Storicamente è il motivo per cui faticano i racconti con i librai.
Giammarco: Se non sappiamo tenere a mente una raccolta non sappiamo raccontarla: anche i cosiddetti mediatori culturali soffrono questo scoglio, e spesso ci si trova di fronte allo stesso problema del gioco in cui ci si bisbiglia all’orecchio una frase e alla fine l’ultimo del cerchio ne tira fuori una totalmente diversa da quella di partenza. La prima difficoltà di comunicazione a cui penso è quindi questa: la capacità di dare una sintesi di quello che succede all’interno di una raccolta di racconti. In più noi tentiamo sempre di crearla questa cosa o di scovarla, di cercare una voce unitaria per tutti i racconti affinché sia un libro e non solo una specie di collezione estemporanea.
Friani: Lì subentra anche la voce dell’editore nelle bandelle; cerchiamo un po’ di tirare le somme e di individuare qual è il cuore dei racconti e del libro. Riallacciandomi alla domanda iniziale, dei limiti ci sono sicuramente su internet. Quest’anno abbiamo inaugurato il blog Altri animali, gestito e curato da Leonardo Neri, in cui viene pubblicato un racconto a settimana, il racconto del martedì, ed è onestamente molto difficile mantenere un’attenzione costante su tutti i racconti, e farli leggere on line; il supporto forse non aiuta. Sebbene ci siano stati anche racconti importanti c’è una certa ritrosia che mi fa credere che non si legge poi così volentieri sul web. E però tempo fa era uscito un articolo riguardo il fatto che Adelphi avesse di fatto inventato il long form, il che è in effetti significativo di come si parli, si scriva e si legga on line. Siamo in una situazione di stallo in cui il cartaceo, a quanto pare, regge.
Giammarco: Delle soddisfazioni ci sono state però. Siamo riusciti a far digerire – in sostanza rimbambendo di slogan i malcapitati ascoltatori – il fatto che Philip Ó Ceallaigh e Virginia Woolf potessero stare nello stesso catalogo. Spesso ci siamo riusciti comunicando i nostri stessi dubbi, assieme a quelle poche certezze acquisite. Ci capiamo sul non capirci, diciamo.

Come vedete un’iniziativa come 8×8 che dà voce a potenziali esordienti?
Giammarco: Ogni volta che se ne presenta l’occasione, e ci ricordiamo di farlo, non lesiniamo complimenti per 8×8, così come per le altre realtà attente alla forma racconto e al brulicante mondo dei manoscritti e degli esordienti. Si tratta di un lavoro faticoso e non dico utile, ma necessario. La letteratura – vado con i termini forti – non vive soltanto di libri buttati giù su carta o addirittura stampati, ma anche in quei libri che ancora devono essere scritti, vagheggiati nella testa di scrittori che ancora non sanno di esserlo, nascosti in un’idea appena abbozzata. La cosa più difficile per uno scrittore esordiente, in questo brodo primordiale, è riuscire a sentire, mentre scrive, il lettore che è in lui: per questo è fondamentale che questa figura del «lettore» si palesi e faccia valere le sue ragioni. Si scrive per essere letti, del resto, no? Ed essere letti non è solo qualcosa di meccanico, presuppone che lo scrittore si sia preso in qualche modo cura del lettore. E questa cosa che io chiamo «prendersi cura del lettore» all’inizio sembra dover fare a botte con un’altra cosa che sintetizzo malamente con l’espressione «ricerca di uno stile». È fondamentale quindi che qualcuno dia una mano dall’esterno, in questa lotta con sé stessi, che si butti con lui nella mischia – una mischia davvero emotiva, fatta di speranze, insoddisfazioni, frustrazioni eccetera. Perciò chi si carica le spalle di questo compito, come chi si occupa di far funzionare 8×8, avrà sempre il nostro appoggio, se non altro morale.

Può essere per voi un’occasione di scouting?
Giammarco, Friani: Certo, perché no?

Nei racconti in gara di questa sera avete riscontrato delle peculiarità stilistiche, linguistiche, tematiche?
Giammarco: Beh, innanzitutto abbiamo riscoperto la troppo spesso dimenticata nobiltà letteraria del piscio… Ragionandoci su a mente fredda bisogna riconoscere il coraggio di tutti i concorrenti: siamo capitati in una tornata sicuramente originale per quanto riguarda i temi trattati. Da un lato c’è la ricerca dell’attimo, del momento di svolta, dell’epifania finale che è tipica della forma racconto. Dall’altro si nota invece una discreta voglia di dilungarsi nelle descrizioni, di introdurre alla narrazione, che è invece sconsigliabile con sole ottomila battute a disposizione. Mi pare che l’efficacia dei racconti sia spesso dipesa da come l’autore si è divincolato nelle varie questioni di adattamento al tema scelto; adattamento del registro linguistico, adattamento della struttura, adattamento dello stile con cui l’autore si trova più a suo agio rispetto all’intuizione avuta all’inizio. Se dicessi che sono errori tipici sembrerei ancora più spocchioso di quanto potrei sembrare sul palco. Diciamo che sono errori obbligati. Ognuno dei concorrenti ha tentato con tutte le forze di costruirsi una voce che fosse solo la sua, questo va riconosciuto e vanno fatti i complimenti a tutti.

Investireste su qualcuno di questi esordienti per un’eventuale raccolta di racconti?
Giammarco: Non bisogna avere fretta, la fretta è il male assoluto. Tanto più oggi, che di libri se ne vendono pochi. Noi ci consideriamo teorici del libro di racconti pensato per essere tale – poi la pratica è tutto un altro discorso e siamo aperti alle critiche. Non di raccolte estemporanee quindi. Esiste una narrazione interna tra i racconti, in questo senso davvero metanarrativa, a cui va dato il giusto peso. Un racconto singolo non basta. Però è vero, da alcuni di questi racconti si potrebbe cominciare a impostare un discorso, fatto soprattutto di confronto e lettura continua con l’autore, ammesso che a lui vada bene.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Risvolti

11 aprile 2017

Il risvolto del Gadda è fumoso, stanco, moscio ed in un punto asintattico. Quando si sa che, i risvolti devono essere chiari, discorsivi, invitanti. Se non si vogliono fare, si passano di mano, ma se si fanno, si fanno come deve essere.

Roberto Cerati, Lettere a Giulio Einaudi e alla casa editrice (1946-1979), Einaudi

Ero convinta che gli scrittori fossero gente calma

9 aprile 2017

Non credevo in lui. Non avevo capito quanto fosse necessario da parte mia dargli fiducia. Lo ritenevo senz’altro intelligente e dotato, ma non ero certissima che sarebbe diventato uno scrittore. Non riconoscevo in lui l’autorevolezza che, a mio giudizio, uno scrittore doveva possedere. Era troppo impaziente, troppo permaloso con tutti, troppo megalomane. Ero convinta che gli scrittori fossero gente calma, malinconica, esageratamente consapevole. Li consideravo naturalmente speciali, dotati dalla nascita di una qualità rara, luminosa e impressionante, di cui Hugo non disponeva. Pensavo che un giorno o l’altro se ne sarebbe accorto. Frattanto, Hugo abitava una realtà fatta di riconoscimenti e castighi che mi erano imperscrutabili e bizzarri quanto quelli vissuti da uno psicopatico.

Alice Munro, “Materiali”, Una cosa che volevo dirti da un po’, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

Siamo esseri umani

7 aprile 2017

Più tardi aveva detto: “Sei felice con Amanda?”.
“Sì, credo di sì.”
“È per tutta la vita?”
“Spero di sì.”
“Io sono stata fortunata,” aveva detto la mamma. “Con tuo padre sono stata felice. Ma non è stato sempre facile. Una volta ho pensato seriamente di lasciarlo.”
“Davvero?”
“Siamo esseri umani.” Si era sistemata il cuscino sotto la testa e aveva trasalito. “Stupidi.” Aveva sorriso.

Jay McInerney, Le mille luci di New York, Bompiani, traduzione di Marisa Caramella

Intervista a Stefano Petrocchi (8×8, quarta serata)

3 aprile 2017

Da direttore della fondazione Bellonci, che promuove la diffusione della narrativa italiana anche all’estero, come viene recepita la nostra letteratura? Pensa che ci sia una preferenza per un genere in particolare (romanzo o raccolta di racconti)? Secondo lei viene apprezzata la nuova generazione di autori o vengono ancora prediletti gli scrittori del Novecento?
Ci sono alcuni scrittori italiani contemporanei, diciamo della generazione trenta-quarantenni – per esempio Teresa Ciabatti lo ha detto in un’intervista a «The Huffington Post» qualche giorno fa, ma lo ha detto anche Nicola Lagioia in passato –, che ritengono la narrativa contemporanea italiana non meno interessante di quella americana, francese o inglese. Questo è secondo me un punto di vista minoritario, ma non lontano dalla verità. Ci sono grandi autori italiani che in questo momento non hanno nulla da invidiare ai celebrati americani, francesi e inglesi; se questa percezione – minoritaria da noi – è anche diffusa fuori d’Italia, non saprei. Secondo me noi scontiamo una non altissima propensione di alcuni paesi stranieri a tradurre la nostra narrativa. Naturalmente c’è il fenomeno Ferrante, che ha cambiato un po’ questo panorama negli ultimi anni, ma gli autori più tradotti credo tendano a essere gli stessi da molti anni, vale a dire Dacia Maraini, Alessandro Baricco, Italo Calvino. Questi autori faticano meno a entrare rispetto agli autori più recenti, anche se qualcosa si sta muovendo: per esempio il fatto che recentemente sia stato tradotto in inglese – da un premio Pulitzer quale Jhumpa Lahiri e pubblicato da Europa Editions negli Stati Uniti – il libro di Domenico Starnone, Lacci, è una cosa molto interessante, che apre scenari nuovi. Ecco, il fatto che Europa Editions, che è la testa di ponte dell’editore e/o negli Stati Uniti, abbia tutta la narrativa in traduzione, non solo italiana ma anche europea in generale, è molto importante e sta contribuendo a far cambiare le cose.

Con il premio Strega state facendo un gran lavoro di rinnovamento sia nel sistema di acquisizione delle opere sia dal punto di vista delle votazioni. In che direzione state andando? Ci possiamo aspettare sorprese o la logica dell’accentramento editoriale determinerà l’esito dei vincitori?
Sono due cose diverse. Intanto quello che sta facendo il premio Strega è andare verso i lettori. Si è sempre detto che il premio – questo lo abbiamo anche misurato statisticamente – dà un grande impulso alle vendite dei vincitori, pari a quattro-cinque volte di più rispetto a quello che avevano venduto prima dell’assegnazione. Se c’è questa corrispondenza tra le scelte della giuria del premio e il gusto dei lettori, non c’è ragione per non includere i lettori stessi nel processo di selezione delle opere. Lo abbiamo fatto raggiungendo un numero abbastanza grande di voti espressi dai lettori forti che abbiamo individuato insieme alle librerie indipendenti italiane; abbiamo istituito il premio Strega giovani dove cinquecento ragazzi di tutta Italia leggono i libri della dozzina, la selezione di partenza del premio Strega; abbiamo creato molti circoli di lettura all’estero coordinati dagli istituti italiani di cultura – sono circa una ventina e coinvolgono potenzialmente duecento persone, dieci per ciascun circolo, sono composti perlopiù da amanti della nostra lingua, non solo da italofoni per nascita. È una direzione su cui proseguiremo, forse fin da quest’anno: quando ad aprile dovremo annunciare la dozzina dei candidati probabilmente annunceremo anche l’allargamento ulteriore della giuria. Se questo potrà portare a risultati inaspettati nelle votazioni potrebbe accadere, ma non è uno scopo primario. Quello che ci interessa è avvicinare di più i lettori al premio. Registro che i grandi editori vincono il premio Strega più o meno nella stessa percentuale in cui vincono anche gli altri premi italiani: il panorama letterario italiano non comprende solo il nostro premio, ma anche altri importanti riconoscimenti, altrettanto storici quali il premio Campiello, il premio Mondello e così via. E più o meno i risultati sono simili, ovvero noi non facciamo le riforme del premio contro qualcuno, ma le facciamo badando semplicemente ad allargare la platea dei lettori e a premiare i migliori. Che il libro migliore sia edito da un grande editore o da un piccolo editore non deve avere importanza.

Dal punto di vista letterario cosa indaga o ascolta lo Strega?
Ultimamente è stato notato che i libri che hanno vinto il premio rispecchiano in maniera molto fedele alcuni macrofenomeni della società, per esempio il libro vincitore di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, è un romanzo che racconta la crisi della sinistra, quella preberlusconiana e postberlusconiana; il libro di Walter Siti che aveva vinto l’anno prima racconta come la grande finanza influisce sulle nostre vite e come abbia punti di contatto con la criminalità organizzata; potrei citare ovviamente anche il libro di Edoardo Nesi del 2011, Storia della mia gente, che racconta il disfacimento di un polo industriale, quello del settore tessile di Prato, dove peraltro operava lo stesso Nesi come imprenditore. È un fatto: ultimamente la cronaca penetra molto, in modo molto forte, nei libri proposti al premio. Forse viene meno quell’aspetto fantastico della letteratura che pure è importante, ovvero la capacità non solo di rispecchiare il mondo in cui siamo ma anche di farcene immaginare un altro. Sta di fatto che questo filone molto aderente alla realtà è decisamente prevalente negli ultimi tempi.

Ha scritto un libro pieno di storie attorno ai premi Strega. Che effetto le ha fatto stare dall’altra parte a sentire i giudizi dei critici e dei lettori, e presentare il libro in giro per l’Italia?
Ah beh, interessante! Ma non è che ci siano stati tantissimi giudizi… per esempio è interessante quello che ha scritto un lettore di aNobii – l’unico commento – che dice: «Che il premio Strega fosse una pastetta lo sapevamo già; sentircelo raccontare è persino stucchevole, un libro sostanzialmente inutile». Un bagno di umiltà notevole. In realtà quello che alcuni hanno riconosciuto è la cosa che stava dietro, ovvero l’intenzione di raccontare le storie intorno al premio non è tanto quella di mettere in piazza i suoi retroscena, quanto quella di far capire come questo premio, che la stessa fondatrice aveva chiamato «una polveriera» – da qui il titolo del libro –, accende in qualche modo gli animi – ci sono scrittori che si trasfigurano quando concorrono al premio. Io racconto di una battuta che fece Anna Maria Rimoaldi, che ha diretto il premio dopo Maria Bellonci, su uno scrittore che di solito era un pezzo di ghiaccio ma che la sera in cui vinse il premio Strega tremava come una foglia. Ecco, è l’umanità degli scrittori e degli editori che in realtà volevo raccontare.

Secondo lei quali devono essere le caratteristiche di un buon racconto a livello di trama, scrittura e forma? Ha un testo o un autore di riferimento che consiglierebbe come modello agli esordienti nel racconto?
Io amo molto i romanzi brevi; in inglesi li chiamano short novel. Da noi sono anche definiti racconti lunghi. Per esempio: Giro di vite di Henry James, Un anno terribile di John Fante, La figlia oscura di Elena Ferrante – un racconto gotico straordinario. Mi interessano romanzi che in poche pagine riescono a tendere un arco narrativo che è come un lungo respiro, dall’inizio alla fine non ti lasciano riprendere fiato. Non sono un grandissimo lettore di racconti, devo dire la verità, però mi piacciono moltissimo i racconti brevissimi, fulminanti, per esempio quelli di Max Aub in Delitti esemplari, dove in un racconto dice «L’ho ucciso perché era più forte di me», e in quello successivo «L’ho ucciso perché ero più forte di lui». Oppure un racconto di Mario Benedetti di tre righe, Il loro amore non era semplice.

In un panorama editoriale che non lascia forse molto spazio al racconto perché crede abbia una diversa fortuna di pubblico, come si inserisce secondo lei l’iniziativa di un concorso letterario come 8×8?
Beh, è molto interessante. Intanto perché fa un lavoro di scouting. Questa è tra l’altro una cosa che facciamo anche noi con i ragazzi nelle scuole, intendo con la fondazione Bellonci. Li invitiamo ogni anno a raccontarsi attraverso poche pagine e ci siamo accorti, selezionandoli in anni diversi, che spesso tendiamo a selezionare i racconti degli stessi ragazzi, cioè tendiamo a far emergere un talento. Il racconto in questo è secondo me straordinario come rivelatore del talento, in poche pagine devi fare delle scelte linguistiche molto ponderate, e se ti riescono vuol dire che hai della stoffa e che devi continuare a scrivere.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente