Archivio dell'autore

La proliferazione delle emoticon

17 luglio 2018

È curioso notare come nel Novecento e nei primi anni di questo secolo una certa stasi normativa e una scarsa permeabilità a possibili evoluzioni (da aggiungere, a mio parere, a un insufficiente ruolo della didattica nelle scuole secondarie e all’università) abbiano dato adito allo sviluppo rocambolesco di stili interpuntivi improntati su una semplificazione radicale come, per esempio, l’egemonia del punto fermo e la virgola multifunzione. Ciò che potrebbe sembrare una legittima scelta stilistica è piuttosto il risultato di ignoranza e pigrizia.
Un discorso a parte andrebbe fatto per l’estensione e la proliferazione iconica dei segni paragrafematici. Siamo più bravi a scegliere la faccina giusta che a deciderci tra punto o punto e virgola. E poi, va detto, una emoticon risolve in un attimo un sacco di guai.

Leonardo G. Luccone, Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, Laterza

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Orologi rossi ticchettanti

22 maggio 2018

I bambini un tempo erano astrazioni. Erano Forse sì, ma non adesso. La biografa prima assumeva un’aria di scherno quando sentiva parlare di scadenze biologiche, credendo che l’argomento dell’ossessione della maternità fosse robaccia per le riviste di stile. Le donne che si preoccupavano di orologi ticchettanti erano le stesse che si scambiavano ricette del polpettone al salmone e chiedevano ai loro mariti di pulire le grondaie. Lei non era e non sarebbe mai stata una di loro.
Poi, all’improvviso, era una di loro. Non per le grondaie ma per l’orologio.

Leni Zumas, Orologi rossi, Bompiani, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

Povertà è una ideologia

8 marzo 2018

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.
Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Goffredo Parise, Dobbiamo disobbedire, Adelphi

Tuono che tutto scuoti

6 marzo 2018

Soffiate, venti, fino a che vi squarcino le guance!
Infuriate, soffiate! Sputate, voi, uragani e cateratte,
finché sommergerete i campanili
affogando anche i galli sopra i tetti!
Fuochi di zolfo, lesti come i pensieri,
avanguardie di folgori che fendono le querce,
scotennate questa mia testa bianca!
Tuono che tutto scuoti,
spiana a furia di colpi il tondo ventre
di questo mondo,
e schianta le matrici di natura.
Disperdi insieme tutti quanti i semi
che fanno l’uomo ingrato!

William Shakespeare, Re Lear, traduzione di Guido Bulla

 

The strongest bond I have ever had

16 gennaio 2018

I’ve never made a career of anything, you know, not even of writing. I started out with nothing in the world but a kind of passion, a driving desire. I don’t know where it came from, and I don’t know why—or why I have been so stubborn about it that nothing could deflect me. But this thing between me and my writing is the strongest bond I have ever had—stronger than any bond or any engagement with any human being or with any other work I’ve ever done. I really started writing when I was six or seven years old. But I had such a multiplicity of half-talents, too: I wanted to dance, I wanted to play the piano, I sang, I drew. It wasn’t really dabbling—I was investigating everything, experimenting in everything. And then, for one thing, there weren’t very many amusements in those days. If you wanted music, you had to play the piano and sing yourself. Oh, we saw all the great things that came during the season, but after all, there would only be a dozen or so of those occasions a year. The rest of the time we depended upon our own resources: our own music and books. All the old houses that I knew when I was a child were full of books, bought generation after generation by members of the family. Everyone was literate as a matter of course. Nobody told you to read this or not to read that. It was there to read, and we read.

Katherine Anne Porter, intervista di «the Paris Review», 1963

Il lavoro redime

13 gennaio 2018

Il lavoro redime. Il lavoro salva. Preparata una torta di limone e meringa, fatta raffreddare la crema e la sfoglia sul freddo davanzale del bagno, mescolandoci dentro la notte nera e le stelle. Preparata la tavola, le candele, i bicchieri che gettavano scintille di cristallo sulla tovaglia gialla. Rassettato, ripulito con cura i tappetini, lustrato i tavoli di acero e i tavoli scuri. A preparare un pranzo, la gente, mi è tornata l’allegria. Servo a qualcosa.

Sylvia Plath, Diari, 12 gennaio 1958

Tra i tesori di The Word

10 novembre 2017

Mi piace andare a casa delle persone e comprare grosse collezioni. È sempre  un’avventura. Quando ti trovi di fronte buste e buste piene di libri saltano sempre fuori storie interessanti. E io sto lì a pensare alla felicità che provo quando arrivo a casa e metto a posto i miei nuovi tesori.

Intervista a Adrian King-Edwards, libraio di The Word, Montreal

Scott e Zelda

31 ottobre 2017

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Ah, Fitzgerald!
Da ragazzo, Scott (perché nessuno all’infuori di sua madre lo chiamò mai Francis) scriveva di Zelda: “Mi sono innamorato di un turbine di vento, e devo tessere una rete grande abbastanza da imprigionarlo e cacciarlo via dalla mia testa, una testa piena del tintinnio di monete che sfuggono via, l’incessante carillon del povero…”. E Zelda sembrava rispondergli, molti anni dopo, in una lettera dalla clinica psichiatrica svizzera in cui era finita: “Scott, ti amo più d’ogni altra cosa sulla terra e, se ti sei offeso, io sono disperata. Ti prego, amamai. La vita è molto confusa. Io ti amo”.

Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani

 
Il momento in cui sono arrivato più vicino a lasciarti è stato quando in rue Palatine mi hai detto che ero un frocio, ma a quel punto qualunque cosa dicessi suscitava in me una sorta di pena spassionata nei tuoi confronti. Nonostante la tua brillante capacità d’osservazione e la tua intelligenza superiore, riesco a indovinare, senza prove e persino con un certo stupore, perché e da dove è nata quella scorciatoia mentale. Vorrei che Belli e dannati fosse un libro scritto con maturità, perché è tutto vero. Ognuno ha distrutto se stesso, ma non ho mai pensato che ci siamo distrutti a vicenda.

Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori, minimum fax, a cura di Leonardo Luccone, traduzione di Vincenzo Perna

Il macero macera tutto

23 ottobre 2017

Lo farò ristampare. Roba da ridere. Le copie, quasi tutte, sono rifluite al magazzino dell’editore, che se ne lamenta e che non ha altra via da seguire se non quella del macero. Il macero macera tutto: le pagine, la pelle, le illusioni di uno scrittore. Dalla poltiglia, che la parola “macero” suscita, si ricava altra carta, altre pagine per altri scrittori da mandare, poi, al macero.

Libero Bigiaretti, “L’uomo che mangia il leone”, Il dissenso, Bompiani

Una volta con Ingeborg

17 ottobre 2017

La vecchiaia, disse, è orribile. Ma tutto è orribile, le dicevo. Con una specie di allegria. Tentavo di convincerla che tutto è davvero orribile (a quel tempo le nostre vite non erano affatto male) e non per finta. Allora i suoi occhi irradiavano felicità, e passarono gli anni. Brevi. Ogni giorno andavo al Sant’Eugenio, reparto grandi ustionati. Due volte entrai in una stanza che doveva essere asettica.

Fleur Jaeggy, “La stanza asettica”, Sono il fratello di XX, Adelphi