Archivio dell'autore

L’amore al trotto

16 settembre 2017

Com’è difficile pensare all’amore andando al trotto. Al trotto di scuola poi, impossibile. Al galoppo, si può provare. Ma al passo!… Al passo, i pensieri dell’amante, felice o infelice che sia (ma un amante felice pensa poco), non sono sfibrati e frantumati dallo sballottamento, non restano indietro come soldati stremati nella neve o spiccioli sputati da una tasca logora, né sono proiettati in avanti e perduti oltre le orecchie della creatura che di buona o malavoglia galoppa.

Fabrizio Dentice, Messalina, Adelphi, Milano 1991, p. 50

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Facevamo le scenette

16 settembre 2017

Nel Giardino l’uomo e la donna erano nudi senza vergogna, erano una cosa sola. Noi facevamo le scenette, ridevamo per un mezzo bicchiere di vino in quella congraga di eunuchi pelosi truccati da quello che più ci mancava e che cercavamo nella mammella della Vergine che suggeriva il nostro Dio bambino. Ci si induriva il pene e ne aveamo orrore, a guardare la Vergine con la mammella esposta.
Emanuele Tonon, “Fervore”, Mondadori

Intervista a Leonardo G. Luccone: editor, agente letterario e curatore di SARÀ UN CAPOLAVORO, raccolta di lettere di Fitzgerald

15 settembre 2017

Sarà un capolavoro, Fitzgerald, a cura di Luccone, copertinaSarà un capolavoro è una raccolta di lettere di e per Francis Scott Fitzgerald che, insieme alle note di Leonardo G. Luccone, compongono una biografia dettagliata dello scrittore e consentono di seguire il tormentato processo creativo delle sue opere, offrendo anche un disincantato spaccato del mondo culturale ed editoriale degli Stati Uniti nella prima metà del ’900. Emerge il profilo di un autore dall’animo umbratile e dallo stile di vita sregolato, tormentato dai debiti, ma allo stesso tempo consapevole del proprio talento, puntuale revisore di se stesso e lettore attento degli scritti altrui, capace di slanci generosi e risentite stoccate tanto verso i colleghi (in particolare l’amico-rivale Hemingway) quanto nei confronti della sua odiata e adorata compagna, Zelda. Di tradurre le lettere se n’è occupato Vincenzo Perna, mentre a curare l’opera è stato Leonardo G. Luccone, titolare dell’agenzia letteraria Oblique: ne ho approfittato per intervistarlo sia su questa pubblicazione edita da minimum fax sia sul suo lavoro.

Come nasce Sarà un capolavoro – Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori? Hai proposto tu l’idea a minimum fax o sei stato contattato dalla casa editrice?
Lavoravo alle lettere di Fitzgerald da qualche anno e ho proposto a Giorgio Gianotto, il direttore editoriale di minimum fax, di progettare una specie di biografia di Fitzgerald attraverso la corrispondenza e i diari. Mi sono reso conto che era possibile raccontare questo grande autore da un altro punto di vista. Ne viene sovvertita la sua immagine istituzionale. Fitzgerald si è consumato nella scrittura. Eccessi e stravaganze sono una componente minoritaria della sua vita, è la buccia. Il libro mostra uno scrittore consapevole del funzionamento della macchina editoriale, un uomo fragile che diventa vittima dell’architettura che aveva messo in piedi. Nelle lettere scorre la preoccupazione per l’inefficacia dei suoi scritti e per la mancanza di soldi. Un assillo che lo spinge a chiedere continui prestiti al suo agente e al suo editor. Poi c’è il padre e il marito cinico e dolcissimo, geloso e vendicativo.

Quali aspetti della personalità di Francis Scott Fitzgerald hai scoperto o ti hanno colpito maggiormente durante il lavoro di curatela?
La tenacia, il rispetto per la scrittura, l’altruismo. Fitzgerald aiuta tanti scrittori a emergere (Hemingway, Wolfe). L’abnegazione. Ma più di tutti mi ha colpito la sua sensibilità. Alla fine della stesura del Grande Gatsby Fitzgerald capisce di aver scritto un’opera unica. Lo dice senza modestia a Perkins. Allo stesso modo era spietato con i suoi racconti più effimeri, scritti in due giorni perché aveva bisogno di soldi.
Pur spendendo tantissimo, Fitzgerald era piuttosto tirato col denaro. Per quasi tutta la vita ha compilato il Ledger, un libro mastro di entrate e uscite che comprendeva anche le spese di cancelleria e le mance.

Ritieni che il sostegno anche economico del suo agente, Harold Ober, e del suo editor, Max Perkins, abbiano contribuito a tenere a galla Fitzgerald o abbiano viceversa finito per indurlo a un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità?
Entrambe le cose. Senza quei soldi sicuri (che poi restituiva sempre) si sarebbe contenuto; ma senza quei soldi non avrebbe avuto la possibilità di cimentarsi con ogni tipo di scrittura e non avrebbe sperimentato così tanto. Di fatto Fitzgerald scrive i racconti per mantenersi come romanziere e per sostenere il suo tenore di vita. Alla fine degli anni Trenta andrà a Hollywood perché è l’unico modo che ha per guadagnare mille dollari a settimana (il minimo indispensabile per coprire le spese delle cure di Zelda e l’istruzione della figlia Scottie). Come più volte ha detto, Fitzgerald ha raccontato sempre la stessa storia: quella di un ragazzo povero che si innamora di una donna irraggiungibile e per conquistarla fa di tutto.

«Possibile che la trasformazione delle opere stupefacenti in opere riconosciute da tutti sia cessata vent’anni fa?», «Naturalmente penso che gli strilli siano diventati un cumulo di fesserie, ma questo forse è il punto di vista dello scrittore, e il lettore qualunque non capisce gli scambi di favori che spesso ci stanno sotto»: sono due delle tante sconsolate considerazioni di Fitzgerald. La ristrettezza del mondo culturale è dunque una costante a cui tocca rassegnarsi? Cosa differenziava il panorama editoriale della prima metà del ’900 da quello attuale?
Questa è un’altra delle cose che viene fuori dal libro. Ci sono pochissime differenze. Le paure e le speranze sono sempre le stesse. Lo stesso dicasi per i limiti: solo i libri che hanno successo vengono portati avanti; gli altri venivano abbandonati subito anche allora. E, curiosamente, da Belli e dannati in poi, Fitzgerald non è uno scrittore di successo in volume. Vende poco e ricava poco dai libri. Il grande Gatsby è una delusione commerciale e di critica. Dopo qualche anno non si trovano più copie nelle librerie.
Una differenza importante – con l’Italia, intendo – è la popolarità e il rispetto per i racconti, sia quelli più popolari (Fitzgerald ne scrive tantissimi per The Saturday Evening Post), sia quelli più audaci.

Come nasce Oblique? Di cosa si occupa e chi ne fa parte oltre te?
Oblique è uno studio editoriale e un’agenzia letteraria. Ci siamo costituiti dodici anni fa e ci occupiamo di editoria libraria. Non siamo un’agenzia di servizi, ci interessano gli aspetti progettuali. Aiutiamo gli editori a fare il loro lavoro. Siamo un gruppo affiatato di persone che lavorano insieme da tanti anni ormai.

Quali sono le difficoltà maggiori nel rapporto col sistema editoriale italiano contro le quali ti scontri?
La mancanza di coraggio e il cambio bisbetico delle prospettive. L’assenza della progettualità a lungo termine. Credo che l’editoria italiana rifletta abbastanza bene la politica del nostro paese, anche se per la verità non abbiamo partiti buoni come l’Einaudi e l’Adelphi o Neri Pozza.

Quali caratteristiche devono avere e come vengono selezionati gli scrittori da voi rappresentati?
Ci devono piacere. Tendenzialmente giovanissimi ed esordienti, ma non è una condizione dogmatica. Il più giovane dei nostri autori ha ventun anni e il più anziano ottantanove. La media è comunque sotto i trenta.

Harold Ober era diventato agente quando aveva compreso che non sarebbe mai stato uno scrittore di talento: tu sei mai stato tentato dalla scrittura?
Non credo che la scrittura sia una tentazione. Si è scrittori o no, si ha qualcosa da dire o no.

Da lettore, quali sono state tra le pubblicazioni recenti quelle che ti hanno particolarmente colpito?
Per fortuna tante cose. I libri sul cibo dell’editore Giulio Tommasi, i libri di Orecchio acerbo e la linea editoriale della Graywolf Press, una casa editrice del Minnesota che in pochi anni è entrata nel novero degli editori che contano in Usa.

Sorgente: Intervista a Leonardo G. Luccone: editor, agente letterario e curatore di SARÀ UN CAPOLAVORO, raccolta di lettere di Fitzgerald

Il segreto per scrivere un racconto

11 settembre 2017

“I’ll give you the sole secret of short-story writing, and here it is:

Rule 1. Write stories that please yourself.

There is no rule 2.

The technical points you can get from Bliss Perry. If you can’t write a story that pleases yourself, you will never please the public. But in writing the story forget the public.”

O. Henry intervistato dal New York Times 

La lama di Fritz Leiber

20 giugno 2017

 

FritzLeiber

Se non altro, quel giorno il cielo era più limpido e soleggiato. Il forte vento dell’ovest stava spazzando l’aria. Le piccole vette lontane oltre le città dell’East Bay e a nord, verso Marin County, spiccavano nitide. I ponti risplendevano. Persino il mare di tetti oggi sembrava calmo e amichevole.
A occhio nudo, Franz localizzò la fessura dove pensava dovesse trovarsi la sua finestra – il sole la stava illuminando in pieno – e poi tirò fuori il binocolo. Non perse tempo a metterselo al collo: sentiva di avere la presa salda. Sì, il rosso fluorescente si vedeva benissimo, spiccava tanto che sembrava riempire l’intera finestra, ma occupava solo la parte in basso a sinistra. Accidenti, si poteva distinguere quasi il disegno… No, non si poteva arrivare a tanto, le linee nere erano troppo sottili.
Ecco la risposta ai dubbi di Gun (e suoi) sulla finestra giusta!
La visibilità era proprio eccezionale, quel giorno. Il giallo chiaro della Coit Tower su Telegraph Hill (un tempo la struttura più alta di “Frisco” mentre oggi una bazzecola tra le tante) risaltava contro l’azzurro della baia. E l’Hobart Building, a forma di nave, la poppa con le sue finestre ricurve come la cabina dell’ammiraglio di un galeone, maestosa e carica di decorazioni, contro le austere striature d’alluminio del nuovo Wells Fargo Building che torreggiava su di esso come un cargo interstellare in attesa del decollo. Franz continuò a guardarsi intorno col binocolo, aggiustando senza sforzo la messa a fuoco. Lo puntò un’altra volta verso la fessura della sua finestra, prima che l’ombra l’inghiottisse. Magari sarebbe riuscito a vedere il disegno, calibrando bene l’obiettivo…
Proprio mentre guardava, il rettangolo di cartone rosso fu strappato via. Dalla sua finestra sbucò una cosa chiara che cominciò ad agitare freneticamente nella sua direzione le lunghe braccia alzate. Più in basso, Franz poté vedere il volto teso della cosa sporgersi verso di lui, una maschera stretta come quella di un furetto, un triangolo marrone chiaro senza lineamenti, con due puntini che potevano essere occhi o orecchie, e la parte inferiore come un mento affusolato… no, un muso… nemmeno; una proboscide molto corta, una bocca inquisitrice che sembrava fatta per succhiare il midollo. Poi l’entità paramentale attraversò le lenti e gli saltò agli occhi.
Nel successivo istante di consapevolezza Franz udì un rumore sordo e un debole tintinnio e cominciò a scrutare a occhio nudo tra l’oscuro mare di tetti, per individuare una cosa marrone chiaro velocissima che lo perseguitava, al riparo dietro ogni possibile copertura: un comignolo con la calotta, una cupola, una cisterna d’acqua, un vasto attico o uno piccolo, qualche grosso tubo, un bocchettone dell’aria, uno scivolo per i rifiuti, un lucernario, un cornicione, il parapetto di un condotto di aerazione. Sentiva il cuore martellargli il petto e aveva il respiro affannoso.
I suoi pensieri frenetici presero una nuova direzione: cominciò a esplorare con lo sguardo i pendii davanti a sé, e i nascondigli che offrivano le rocce e i cespugli secchi. Quanto poteva essere veloce un’entità paramentale? Come un ghepardo? Come il suono? Come la luce? Poteva benissimo essere già lì sulla collina. Vide il binocolo sotto la roccia contro cui l’aveva scagliato quando aveva convulsamente buttato le mani avanti per allontanare la cosa dai suoi occhi.
Si inerpicò fino in cima. Nei campi verdi sottostanti le bambine non c’erano più, e nemmeno la loro accompagnatrice, l’altra coppia o i tre animali. Mentre si rendeva conto di ciò, un grosso cane (uno dei dobermann? O qualcos’altro?) scattò in avanti verso di lui e scomparve dietro un blocco di rocce alla base del pendio. Franz aveva pensato di correre giù da quella parte, ma con quel cane (o cos’altro?) in agguato non volle più. C’erano troppi nascondigli lungo quel versante di Corona Heights.
Scese rapidamente più in basso e si fermò in piedi sul suo sedile di roccia. Si costrinse a rimanere immobile e, socchiudendo gli occhi, ritrovò la fenditura dove si trovava la sua finestra. Era troppo buia. Nemmeno col binocolo sarebbe riuscito a vedere qualcosa.
Balzò giù lungo il sentiero, sfruttando gli appigli, e mentre lanciava rapide occhiate attorno, raccolse il binocolo rotto e se lo infilò in tasca, anche se non gli piaceva affatto il modo in cui i pezzi di vetro rimasti all’interno tintinnavano, e neppure lo scricchiolio della ghiaia sotto il suo passo cauto, a dirla proprio tutta. Piccoli suoni come quelli potevano rivelare la sua posizione.
Un singolo istante di consapevolezza non poteva cambiare la vita fino a quel punto, no? Eppure era successo.

Fritz Leiber, Da “La cosa marrone chiaro” in La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, Cliquot 2017, traduzione di Federico Cenci

 

Intervista a Giorgio Gianotto (8×8, seconda serata)

7 marzo 2017

La tua carriera nell’editoria è iniziata con Codice edizioni che si occupa prevalentemente di saggistica.Ora che dirigi minimum fax devi organizzare un catalogo che si occupa di saggistica e narrativa, quale pensi sia il giusto amalgama?
Non c’è un bilanciamento ma c’è una coerenza di lavoro. minimum fax è una casa editrice che parla a un pubblico interessato a quello che succede fuori, per cui il lavoro lo facciamo tutto guardando all’esterno. Questo è un momento in cui la saggistica è importante perché c’è un esterno che sta cambiando, per cui invece di raccontare un qualcosa che si è solidificato devi cercare dove sta il cambiamento. Poi, da quel punto di vista, anche l’autore deve cercare la stessa immagine in termini narrativi. Il bilanciamento è storico, ci sono momenti in cui la saggistica ha più cose da dire come alcuni filoni narrativi hanno qualcosa da dire: in questo momento la fantascienza ricomincia a essere una ricerca. vera soprattutto quella orientale. Il bilanciamento è dovuto all’attenzione che l’editore ha nei confronti del mondo: se l’editore non guarda il mondo e decide un suo bilanciamento vuol dire che sta sbagliando.

Qualche giorno fa avete annunciato il nuovo corso di minimum fax. Ti va di dirci in due parole cosa ci aspetta?
Lo sguardo verso il mondo. Sì, abbiamo cambiato un po’ di cose che poi in realtà vengono annunciate in maniera istantanea ma il lavoro che c’è prima è naturalmente molto lungo. E quello che viene dopo è il futuro che ti sei disegnato addosso. Abbiamo preso Luca Briasco per la direzione della narrativa straniera perché è uno dei più grandi americanisti che ci siano in questo paese e soprattutto per il tipo di sguardo che lui ha nei confronti del mondo. In questo senso è secondo noi la persona giusta al momento giusto ma lo crede anche lui perché il gesto è lo stesso: il modo di guardare il mondo e disegnare attraverso i libri la tua idea di quello che stai guardando. Il suo non è uno sguardo da tecnico ma di una persona curiosa e attenta che analizza i libri nella loro coerenza generale. Attraverso di lui ad esempio stiamo guardando l’America con occhi molto diversi rispetto a quelli di prima. La ricerca aveva raggiunto un picco e poi aveva accomodato tutto quello che c’era intorno. Con Luca stiamo facendo un passo in avanti, oggi l’America non è più quella degli ultimi vent’anni ma è l’America di Trump, l’America che ha evidentemente un substrato sociale completamente diverso, che ha delle esigenze culturali diverse su cui vogliamo lavorare.

Io ho preso la saggistica, l’ho fatta per un sacco di anni. Lo sguardo sarà evidentemente diverso perché quello di Codice è scientifico e quello di minimum fax è in un certo senso più politico. Ma l’unione che stiamo creando con Luca è quella di dare uno sguardo; anche con Alessandro Gazoia che al momento ha una sorta di vicariato sulla narrativa italiana. Stiamo lavorando per creare un’immagine di quello che sta cambiando: inizieremo a maggio a pubblicare titoli tradotti, mentre la saggistica di Indi è sempre stata una saggistica italiana. Sarà un saggistica che racconta, una non fiction – non andiamo a pestare i piedi a chi fa bene il suo lavoro. Noi faremo il nostro che è quello di trovare delle modalità di sguardo sulle cose che a volte saranno narrativa pura e nella saggistica saranno una via di mezzo tra i reportage e gli studi ma sempre con una voce che racconta.

Da lettore qual è il tuo rapporto con i racconti?
Ottimo, mi piacciono moltissimo. È difficile trovarne di belli nel senso che ultimamente c’è una grandissima capacità di scrivere. In casa editrice ci arrivano molti racconti e anche come lettore li scelgo. Però il racconto più della stesura è l’idea. È una questione di percezione dall’esterno, può essere su qualsiasi oggetto ma conta la capacità laterale, straniante o quella intima… il racconto è breve ma deve essere incisivo. Ci sono molti racconti ben fatti ma che finiscono lì come se le persone curassero la forma senza sapere esattamente dove condurre la storia. Il racconto può essere secondo me anche sgraziato formalmente ma l’idea deve essere brillante. Deve essere fulminante non nell’estetica del fulmineo, veloce, ma mette un punteruolo.

In quanto direttore editoriale, quali caratteristiche deve avere una raccolta di racconti per definirsi «alla minimum fax»?Noi pubblichiamo raccolte storicamente fatte da noi, c’è un’idea che richiede degli estensori. Non aggreghiamo mai cose che arrivano in casa editrice. La qualità dell’aria e L’età della febbre nascono dall’idea di dire cosa c’è in questo momento nel mondo, qual è la febbre, qual è la cosa che ci fa star male. E dopo stai bene. Però prima hai delle percezioni strane, sei scaldato dalla temperatura. Quindi noi lavoriamo in questo senso, le raccolte sono nostre e quelle che ci arrivano dall’esterno… qualcosa succede, qualche curatela ti arriva. Soprattutto ultimamente ci arrivano delle proposte di genere che non sono il nostro modo di lavorare il racconto.

Secondo te qual è l’aspetto peculiare che emerge dai racconti in concorso questa sera a 8×8? Hai notato uno stile o tematiche comuni?Non ho notato un grande aspetto peculiare, ho trovato i racconti tutti abbastanza morbidi. Girano molto intorno alle cose, un po’ come se ci fosse un guardare che non riesce mai a vedere; per cui c’è una grande capacità di tessere lo sguardo ma non si capisce dove esattamente si voleva guardare o se si voleva guardare davvero. Non ho sentito la febbre ma forse ascoltandoli scatterà qualcosa.
Il linguaggio è mediamente molto buono. Ce ne sono un paio che non sono perfetti anzi sono tutt’altro che perfetti nella forma e nella lingua ma hanno quelle tre o quattro caratteristiche che fanno capire che si può arrivare a una perfezione. Infatti sono i più interessanti. Il livello medio è buono, sin troppo buono nel senso che mi hanno attratto di più quelli sporchi perché c’è una voglia di arrivare da qualche parte. Gli altri sono un po’ troppo aggiustati, carini… «carino» è una parola terrificante.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Per me sei perfetta così

19 febbraio 2017

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Zelda: …per te sono pigra.
Scott: No, mi piaci così. Per me sei perfetta così. Sei sempre lì ad ascoltarmi mentre ti leggo quello che scrivo a qualunque ora del giorno o della notte. Sei affascinante – e bella. E sbrini il frigo una volta a settimana. O almeno credo.

Scott intervista Zelda, The Baltimore Sun, 7 ottobre 1923

I recensori secondo Fsf

24 gennaio 2017

Soffro di una forma altamente sviluppata di delirium tremens di fronte ai recensori di professione: uomini pallidi con la schiuma alla bocca per l’entusiasmo perché vedono altra schiuma galleggiare intorno, uomini ottusi che confondono regolarmente la tua roba peggiore con la migliore e la migliore con la peggiore, e soprattutto i vigliacchi che si barcamenano e le sanguisughe che recensiscono i tuoi libri in termini scopiazzati dagli stessi libri, come scolari muniti di una dispensa straordinaria che li autorizza a importunare di continuo l’insegnante.

F. Scott Fitzgerald, lettera a Mabel Dodge Luhan, 10 maggio 1934, traduzione di Vincenzo Perna

Non puoi continuare né tornare indietro

10 gennaio 2017

Di’ a te stesso
mentre si fa freddo e il grigio precipita dall’aria
che continuerai
a camminare, a sentire
la stessa canzone, non importa dove
ti trovi —
nella cupola del buio
o sotto il bianco screpolato
dello sguardo della luna in una valle innevata.
Stasera mentre si fa freddo
di’ a te stesso
ciò che sai, che non è niente
altro che la canzone suonata dalle tue ossa
mentre continui a incedere. E sarai in grado
per una volta di sdraiarti sotto il minuscolo fuoco
delle stelle invernali.
E se capita che non puoi
continuare né tornare indietro
e ti trovi dove sarai alla fine,
di’ a te stesso
in quel definitivo fluire del freddo nelle membra
che ami quello che sei.

Mark Strand, “Versi per l’inverno”, tratto da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, traduzione di Damiano Abeni

 

Il dolore con le piume (parola di corvo)

11 dicembre 2016

porter_grief

C’ero una volta io che sono ormai grande e ho
un figlio. E una moglie. E la macchina. Parlo
un po’ come papà.

In macchina attraversiamo le Chilterns, i
Downs, le brughiere, i Broads, cantando
British Holidays for British People. Lo faceva
anche mio papà: ci portava a vedere la Gran
Bretagna. Il Cader Idris, Shingle Street,
Mallyan Spout. Adesso mio figlio,
piccolissimo, grida «cra» quando vede un
corvo perché io, quando vedo un corvo, grido
CRAAAA.

Racconto storie di Corvo, il nostro amico di
famiglia. Mia moglie scrolla la testa. Trova
strambo che io serbi teneri ricordi di vacanze
in famiglia con un corvo immaginario e io le
rammento che avrebbe potuto essere una cosa
come un’altra, che sarebbe potuta andare in un
modo come in un altro, ma ne era uscito
qualcosa di sano, più o meno. Nostra madre ci
manca, vogliamo bene a nostro padre,
salutiamo i corvi con la mano.
Non è poi tanto assurdo.

Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini