Archivio dell'autore

Intervista a Giorgio Gianotto (8×8, seconda serata)

7 marzo 2017

La tua carriera nell’editoria è iniziata con Codice edizioni che si occupa prevalentemente di saggistica.Ora che dirigi minimum fax devi organizzare un catalogo che si occupa di saggistica e narrativa, quale pensi sia il giusto amalgama?
Non c’è un bilanciamento ma c’è una coerenza di lavoro. minimum fax è una casa editrice che parla a un pubblico interessato a quello che succede fuori, per cui il lavoro lo facciamo tutto guardando all’esterno. Questo è un momento in cui la saggistica è importante perché c’è un esterno che sta cambiando, per cui invece di raccontare un qualcosa che si è solidificato devi cercare dove sta il cambiamento. Poi, da quel punto di vista, anche l’autore deve cercare la stessa immagine in termini narrativi. Il bilanciamento è storico, ci sono momenti in cui la saggistica ha più cose da dire come alcuni filoni narrativi hanno qualcosa da dire: in questo momento la fantascienza ricomincia a essere una ricerca. vera soprattutto quella orientale. Il bilanciamento è dovuto all’attenzione che l’editore ha nei confronti del mondo: se l’editore non guarda il mondo e decide un suo bilanciamento vuol dire che sta sbagliando.

Qualche giorno fa avete annunciato il nuovo corso di minimum fax. Ti va di dirci in due parole cosa ci aspetta?
Lo sguardo verso il mondo. Sì, abbiamo cambiato un po’ di cose che poi in realtà vengono annunciate in maniera istantanea ma il lavoro che c’è prima è naturalmente molto lungo. E quello che viene dopo è il futuro che ti sei disegnato addosso. Abbiamo preso Luca Briasco per la direzione della narrativa straniera perché è uno dei più grandi americanisti che ci siano in questo paese e soprattutto per il tipo di sguardo che lui ha nei confronti del mondo. In questo senso è secondo noi la persona giusta al momento giusto ma lo crede anche lui perché il gesto è lo stesso: il modo di guardare il mondo e disegnare attraverso i libri la tua idea di quello che stai guardando. Il suo non è uno sguardo da tecnico ma di una persona curiosa e attenta che analizza i libri nella loro coerenza generale. Attraverso di lui ad esempio stiamo guardando l’America con occhi molto diversi rispetto a quelli di prima. La ricerca aveva raggiunto un picco e poi aveva accomodato tutto quello che c’era intorno. Con Luca stiamo facendo un passo in avanti, oggi l’America non è più quella degli ultimi vent’anni ma è l’America di Trump, l’America che ha evidentemente un substrato sociale completamente diverso, che ha delle esigenze culturali diverse su cui vogliamo lavorare.

Io ho preso la saggistica, l’ho fatta per un sacco di anni. Lo sguardo sarà evidentemente diverso perché quello di Codice è scientifico e quello di minimum fax è in un certo senso più politico. Ma l’unione che stiamo creando con Luca è quella di dare uno sguardo; anche con Alessandro Gazoia che al momento ha una sorta di vicariato sulla narrativa italiana. Stiamo lavorando per creare un’immagine di quello che sta cambiando: inizieremo a maggio a pubblicare titoli tradotti, mentre la saggistica di Indi è sempre stata una saggistica italiana. Sarà un saggistica che racconta, una non fiction – non andiamo a pestare i piedi a chi fa bene il suo lavoro. Noi faremo il nostro che è quello di trovare delle modalità di sguardo sulle cose che a volte saranno narrativa pura e nella saggistica saranno una via di mezzo tra i reportage e gli studi ma sempre con una voce che racconta.

Da lettore qual è il tuo rapporto con i racconti?
Ottimo, mi piacciono moltissimo. È difficile trovarne di belli nel senso che ultimamente c’è una grandissima capacità di scrivere. In casa editrice ci arrivano molti racconti e anche come lettore li scelgo. Però il racconto più della stesura è l’idea. È una questione di percezione dall’esterno, può essere su qualsiasi oggetto ma conta la capacità laterale, straniante o quella intima… il racconto è breve ma deve essere incisivo. Ci sono molti racconti ben fatti ma che finiscono lì come se le persone curassero la forma senza sapere esattamente dove condurre la storia. Il racconto può essere secondo me anche sgraziato formalmente ma l’idea deve essere brillante. Deve essere fulminante non nell’estetica del fulmineo, veloce, ma mette un punteruolo.

In quanto direttore editoriale, quali caratteristiche deve avere una raccolta di racconti per definirsi «alla minimum fax»?Noi pubblichiamo raccolte storicamente fatte da noi, c’è un’idea che richiede degli estensori. Non aggreghiamo mai cose che arrivano in casa editrice. La qualità dell’aria e L’età della febbre nascono dall’idea di dire cosa c’è in questo momento nel mondo, qual è la febbre, qual è la cosa che ci fa star male. E dopo stai bene. Però prima hai delle percezioni strane, sei scaldato dalla temperatura. Quindi noi lavoriamo in questo senso, le raccolte sono nostre e quelle che ci arrivano dall’esterno… qualcosa succede, qualche curatela ti arriva. Soprattutto ultimamente ci arrivano delle proposte di genere che non sono il nostro modo di lavorare il racconto.

Secondo te qual è l’aspetto peculiare che emerge dai racconti in concorso questa sera a 8×8? Hai notato uno stile o tematiche comuni?Non ho notato un grande aspetto peculiare, ho trovato i racconti tutti abbastanza morbidi. Girano molto intorno alle cose, un po’ come se ci fosse un guardare che non riesce mai a vedere; per cui c’è una grande capacità di tessere lo sguardo ma non si capisce dove esattamente si voleva guardare o se si voleva guardare davvero. Non ho sentito la febbre ma forse ascoltandoli scatterà qualcosa.
Il linguaggio è mediamente molto buono. Ce ne sono un paio che non sono perfetti anzi sono tutt’altro che perfetti nella forma e nella lingua ma hanno quelle tre o quattro caratteristiche che fanno capire che si può arrivare a una perfezione. Infatti sono i più interessanti. Il livello medio è buono, sin troppo buono nel senso che mi hanno attratto di più quelli sporchi perché c’è una voglia di arrivare da qualche parte. Gli altri sono un po’ troppo aggiustati, carini… «carino» è una parola terrificante.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Annunci

Per me sei perfetta così

19 febbraio 2017

scott_zelda.jpg

Zelda: …per te sono pigra.
Scott: No, mi piaci così. Per me sei perfetta così. Sei sempre lì ad ascoltarmi mentre ti leggo quello che scrivo a qualunque ora del giorno o della notte. Sei affascinante – e bella. E sbrini il frigo una volta a settimana. O almeno credo.

Scott intervista Zelda, The Baltimore Sun, 7 ottobre 1923

I recensori secondo Fsf

24 gennaio 2017

Soffro di una forma altamente sviluppata di delirium tremens di fronte ai recensori di professione: uomini pallidi con la schiuma alla bocca per l’entusiasmo perché vedono altra schiuma galleggiare intorno, uomini ottusi che confondono regolarmente la tua roba peggiore con la migliore e la migliore con la peggiore, e soprattutto i vigliacchi che si barcamenano e le sanguisughe che recensiscono i tuoi libri in termini scopiazzati dagli stessi libri, come scolari muniti di una dispensa straordinaria che li autorizza a importunare di continuo l’insegnante.

F. Scott Fitzgerald, lettera a Mabel Dodge Luhan, 10 maggio 1934, traduzione di Vincenzo Perna

Non puoi continuare né tornare indietro

10 gennaio 2017

Di’ a te stesso
mentre si fa freddo e il grigio precipita dall’aria
che continuerai
a camminare, a sentire
la stessa canzone, non importa dove
ti trovi —
nella cupola del buio
o sotto il bianco screpolato
dello sguardo della luna in una valle innevata.
Stasera mentre si fa freddo
di’ a te stesso
ciò che sai, che non è niente
altro che la canzone suonata dalle tue ossa
mentre continui a incedere. E sarai in grado
per una volta di sdraiarti sotto il minuscolo fuoco
delle stelle invernali.
E se capita che non puoi
continuare né tornare indietro
e ti trovi dove sarai alla fine,
di’ a te stesso
in quel definitivo fluire del freddo nelle membra
che ami quello che sei.

Mark Strand, “Versi per l’inverno”, tratto da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, traduzione di Damiano Abeni

 

Il dolore con le piume (parola di corvo)

11 dicembre 2016

porter_grief

C’ero una volta io che sono ormai grande e ho
un figlio. E una moglie. E la macchina. Parlo
un po’ come papà.

In macchina attraversiamo le Chilterns, i
Downs, le brughiere, i Broads, cantando
British Holidays for British People. Lo faceva
anche mio papà: ci portava a vedere la Gran
Bretagna. Il Cader Idris, Shingle Street,
Mallyan Spout. Adesso mio figlio,
piccolissimo, grida «cra» quando vede un
corvo perché io, quando vedo un corvo, grido
CRAAAA.

Racconto storie di Corvo, il nostro amico di
famiglia. Mia moglie scrolla la testa. Trova
strambo che io serbi teneri ricordi di vacanze
in famiglia con un corvo immaginario e io le
rammento che avrebbe potuto essere una cosa
come un’altra, che sarebbe potuta andare in un
modo come in un altro, ma ne era uscito
qualcosa di sano, più o meno. Nostra madre ci
manca, vogliamo bene a nostro padre,
salutiamo i corvi con la mano.
Non è poi tanto assurdo.

Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini

L’amore mio

4 dicembre 2016

[…] L’amore mio non lo sa come sono triste a stare sempre così
senza l’amore mio

[…] L’amore mio non ha una poltrona molto comoda
Se l’amore mio era mio gliela compravo

[…] L’amore mio l’amore mio quale amore mio?
l’amore mio non c’è
se no certo non mi lascerebbe qui così
mi direbbe almeno qualche parolina
di sicuro allora me lo sono sognata
che bello se l’amore mio c’era invece non c’è

[…] l’amore mio certe volte mi fa piangere così tanto
che non so più come fare
ma dopo quando è passata
appena penso all’amore mio mi viene subito da sorridere

*

l’amore mio l’amore mio l’amore mio non esiste
cioè esiste
ma non è come lo penso io è abbastanza diverso
non che si peggiore ma comunque è un altro
solo che io me lo dimentico
e dopo quando me ne accorgo
ogni volta è una tragedia

*

all’amore mio io voglio tanto bene
tantissimo
lui crede di sapere quanto
invece nemmeno se lo sogna
per esempio io per l’amore mio darei la vita

*

chissà se l’amore mio ci sarà
quando sarò in punto di morte
mi piacerebbe tanto di sì
e che mi stesse vicino vicino
tanto è l’ultima volta
e che mi dicesse delle cose commoventi
per esempio mi dispiace molto che tu muoia

*

l’amore mio se morirà prima lui non creda!
perché anch’ io morirò immediatamente
e così dopo due giorni riceverà una lettera
con dentro l’ultima poesia
e anche con spiegato come sono morta.

Vivian Lamarque, L’amore mio è buonissimo

I lumini in lontananza nella notte

27 ottobre 2016

ghiotti_rondini-per-formiche_cover

Quella notte ebbi una visione. Non c’era piú la nostra casa, e neppure il palazzo, c’era solo la tromba delle scale e io iniziavo a scenderle sempre piú veloce rischiando di inciampare a ogni gradino. Dapprima correvo per scappare da qualcosa, poi mi accorsi di fuggire verso. Verso Anita, ferma al fondo, piccolissima come una bambola e screpolata. Io correvo a
perdifiato e, a ogni piano lasciato alle spalle, ne apparivano due nuovi e l’immagine di lei si allontanava rimpicciolendo, un cammeo bianchissimo e tondo lanciato in un vuoto senza fine. La persi di vista, caddi, mi svegliai zuppo di terrore e vidi fuori dalla finestra tanti lumini in lontananza nella notte, i lumini dei morti che non si spengono neanche col vento e la pioggia perché l’olio alimenta la fiamma.

Giorgio Ghiotti, Rondini per formiche, nottetempo

La storia di Adephi

20 ottobre 2016

rs_adelphi_ott16_big.jpg

La nostra storia della casa editrice Adelphi attraverso la lente della rassegna stampa.
Sono tanti anni che ci lavoriamo, è ancora imperfetta, altro materiale è in attesa di essere lavorato, ma intanto eccola.

Voglio trasformarmi in un libro… —

20 ottobre 2016

Cartolina promozionale distribuita alla Fiera di Francoforte 2016 (Bompiani)

via Voglio trasformarmi in un libro… —

Metafore parole fossili

2 settembre 2016

Credo che esistano solo alcune metafore essenziali, e l’idea di inventare nuove metafore, è sbagliata. Abbiamo, per esempio, tempo e fiume, vivere e sognare, dormire e morire, occhi e stelle. Tali esempi dovrebbero essere sufficienti. Invece, dieci giorni fa, ho letto una metafora che mi ha sorpreso molto. Appartiene ad un poeta indiano : “E ho scoperto allora che le montagne Himalaya sono il riso di Shiva.” Con altre parole, un dio terribile per un monte terribile. Ebbene questa metafora è nuova, almeno per me; non la posso collegare allo stock di metafore che ho citato prima. Mi è sembrato di scoprire nuove metafore a Chesterton, e dopo mi sono accorto che in verità non erano nuove. Per esempio, quando un viking danese dice nella “Leggenda del cavallo bianco”: “E il marmo come la luce solidificata della luna, / E l’oro come un fuoco ghiacciato”. Queste metafore sono certamente impossibili. Eppure, l’idea di comparare il marmo bianco con la luna bianca e il fuoco con l’oro, non è nuova. È espressa solo diversamente. […]
Mi ricordo cosa diceva Emerson: il linguaggio è una poesia fossile. Potete verificare questo fatto cercando una parola nel dizionario. Tutte le parole sono metafore – oppure poesia fossile, lei stessa un’incantevole metafora.

JL Borges