Archive for the ‘66thand2nd’ Category

Del nostro paese non è rimasto quasi niente

9 dicembre 2014

Spengo la lampada sul comodino, quello che rimane della notte continuo a passarlo a occhi aperti. Sento Michele rigirarsi nel letto nell’altra stanza. I vecchi dormono poco, perché nei loro ricordi c’è troppo. Penso a Stalino e a Menego. Non li vedo da mezzo secolo, e ormai non ho più la fantasia per provare a immaginarmeli. Penso a Narciso, penso a Ercole. Ciao amico mio, gli dico, non ti ho mai dimenticato. Il mondo è andato avanti senza di noi, dall’ultima volta, Brondolo è cambiata. Tutte le case hanno la luce e la televisione, e l’acqua è calda anche in inverno. Del nostro paese non è rimasto quasi niente, solo un pugno di case con alle spalle un dinosauro di cemento. È così che è andata. Michele non ha sposato Quarta e si è fatto prete, dovresti vederlo. Menego non ha vinto Sanremo e nemmeno partecipato a un Cantagiro, e Stalino non è diventato un astronauta, ma questo te lo potevi immaginare. Alla fine, però, un uomo ci è andato davvero sulla Luna. Non un russo come credeva Mosca, ma un americano, pensa. Quanto a me, non ho molto da raccontarti. I miei giorni migliori se ne sono andati, uno alla volta, tutti. Gli anni sono fuggiti e con loro anch’io. Mi alzo dal letto e comincio a prepararmi. Dalla finestra entra una lama di luce, fuori sorge un’alba rossa. Oggi è il giorno dei Morti.

Mario Pistacchio e Laura Toffanello, L’estate del cane bambino, 66thand2nd, ottobre 2014

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Era una notte fredda e oscura

3 novembre 2014

Nonno Cestilio ricaricò la pipa, accese un fiammifero e ci soffiò addosso una nuvola di fumo.
«Tanti e tanti anni fa,» cominciò guardando verso l’orizzonte «c’erano sette pescatori. Siccome non credevano in niente, invece di santificare la festa presero il mare. Era una notte fredda e oscura,» ruggì voltandosi di scatto «una notte, credetemi, da fare paura!».

Mario Pistacchio e Laura Toffanello, L’estate del cane bambino, 66thand2nd

Bravi attori

6 agosto 2014

Questa recita dovrebbe insegnarci a diventare dei bravi attori, o se non vogliamo diventare dei bravi attori… beh, a essere comunque dei bravi attori.

F. Scott Fitzgerald, Mi faccia entrare, coach

Quando arriva il momento

23 giugno 2014

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Nonostante quasi due anni di cure condotte con diligenza stamattina è arrivato il momento che aspettavo con un certo timore: la mano ha cominciato a tremare. Me ne sono accorto appena sveglio quando, prendendo i biscotti dalla credenza, ho visto la mano destra irrigidirsi e vibrare. Il pacco oscillava tra il vuoto e il ripiano, cinque, sei battiti al secondo. L’ho rimesso dov’era e ho abbassato il braccio, nella speranza che sarebbe bastato ripetere daccapo la sequenza dei gesti. Terminata la colazione ho messo i biscotti al loro posto, ma in uno scaffale che con tutta probabilità domani non riuscirò più a raggiungere.
In gergo questo movimento si chiama «contare le monete»: una mano che trema come se stesse gettando le fiches sul banco di un tavolo da gioco, l’altra che cerca di fermarla. È il marchio del Parkinson e anche la sua presa in giro perché capita solo quando sei sveglio, quando puoi sapere di essere malato e quando gli altri possono vedere quello che vedi tu.
Avevo la mattinata libera e allora sono uscito a prendere un po’ d’aria. Sentivo il baricentro del mio corpo scivolare, inadatto, sulle folate di vento che sbucavano all’improvviso tra un palazzo e l’altro. Nonostante ciò c’era il sole e ai giardini Luxembourg la gente era impegnata a passeggiare, correre o guardare i monumenti, mentre alberi e animali ripartivano daccapo a ritmo della primavera.
Dopo qualche passo in direzione della fontana dei Medici ho incontrato Loris. Non lo vedevo da quando avevo occupato la sua scrivania. L’ho visto io per primo, lui era impegnato ad allacciare la scarpa a un bambino che poteva avere quattro o cinque anni. Appena mi ha riconosciuto ha sorriso, poi, a mano a mano che i nostri corpi si avvicinavano, ho visto il suo sguardo abbassarsi lentamente per poi ritornare su i miei occhi, più mite, colpito, compassionevole.

Raffaele Riba, Un giorno per disfare, 66thand2nd

Muoversi in due mondi diversi

20 giugno 2014

Essere cresciuto con due lingue in testa fece credere a Matteo di potersi muovere con agio in due mondi diversi. Poter chiamare le cose in due maniere distinte gli toglieva quel senso di inevitabilità che condizionava tutti gli altri adolescenti. Poteva dare due nomi al principio di acne che aveva sulle tempie, due nomi alla noia che smorzava giocando a basket fino a consumare la suola delle Air Jordan, poteva chiamare due volte l’ansia che a tratti lo divorava quando meno se lo aspettava e darsi due spiegazioni diverse sulla sua natura.
Il francese era la lingua materna, quindi della tavola da apparecchiare e poi sparecchiare, dei vestiti da riordinare in camera sua, del coprirsi bene quando si esce, del pulirsi le scarpe quando si rientra, del grazie mamma, buonanotte anche a te. Ma era anche la lingua delle vacanze, usata per raccontare alla nonna di Nizza tutto quello che succedeva a Santa Teresa o per non sembrare un altro di quegli italiani che da Mentone a Saint-Tropez si spandevano sulla Costa azzurra per i mesi di luglio e agosto.
L’italiano invece era la lingua del padre e quindi della parte esterna della casa: la lingua del prato da tagliare, del calcio, della verdura, della frutta, degli attrezzi come le cesoie, l’incudine, le assi di legno e gli stivali di gomma impermeabili.Era il nome delle medicine omeopatiche che il padre gli faceva ingollare a ogni raffreddore.
E poi era la lingua dei suoi amici o compagni che sarebbero rimasti giovani per sempre nel momento in cui se ne sarebbe andato.

Raffaele Riba, Un giorno per disfare, 66thand2nd, collana Bookclub

La sete verticale di Tonon

13 gennaio 2014

L’intero racconto è incendiato dalla sete «verticale» dell’autore. Nell’universo di Tonon la trascendenza non può prescindere dalla carne, Dio stesso non offre una metafisica consolazione dal male e dalla morte. E’ in questo mondo desolato che l’epica antica risorge nella vita, eccezionale e umanissima, di Marco Simoncelli: «Non si vince per solo talento, mai. Si vince per un brodo perfetto, dove basta un solo grano di sale in più o in meno a rovinare tutto. La vita è la massima invenzione di esseri destinati a quell’altra invenzione che è la morte».

via“I circuiti celesti” di Emanuele Tonon.

Una nuova diaspora. Gli scrittori africani

7 gennaio 2014
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Marco Simoncelli ha vinto poco ma è come se avesse vinto tutto.

28 dicembre 2013

Ognuno ha dovuto sacrificare qualcosa al proprio sogno, ma è un sacrificio che fa sgorgare pura felicità. Il sogno di vincere con le moto grosse per Marco. Il sogno di pubblicare libri per me. Il sogno ti può schiacciare se smetti di sognarlo. Il sogno deve essere sempre sognato per sfavillare meraviglia. Continuo a scrivere perché è come se dovessi ancora esordire, perché è come se non avessi pubblicato niente. Solo così posso continuare a stare nel fervore. Ho vinto poco, praticamente niente, ma scrivere è già la mia vittoria. Marco ha vinto poco ma è come se avesse vinto tutto.

Emanuele Tonon, I circuiti celesti, 66thand2nd

Aria di sfida

24 novembre 2013

Se quello straccione che ha osato sfidarmi sul ring prova a spettinarmi la frangia non lo guardo nemmeno, lo ammazzo e via.

Alban Lefranc, Il ring invisibile, 66thand2nd, traduzione di Daniele Petruccioli

Felici da dimenticare

16 novembre 2013

I grandi, dentro il recinto, si ubriacavano, noi, furtivi, ci aggiravamo armati di taniche e tubo di gomma. Svitavamo il tappo del serbatoio, infilavamo il tubo trasparente, un soffio forte e poi via di aspirazione. Ci arrivava in gola, la miscela, infilavamo il tubo fulmineamente nella tanica, facevamo scorrere il liquido prezioso mentre sputavamo i residui che ci sballavano per qualche secondo. Eravamo così poveri che la miscela era oro. Ma eravamo felici, ci era dato di dimenticare i banchi di scuola, ci era dato di dimenticare la fabbrica, i campi. Tornavamo a casa stonati, attraversando il buio delle stradine di campagna, molti di noi finivano inevitabilmente nei fossi. Qualcuno è andato a morire, qualche anno dopo, dilaniandosi o carbonizzandosi contro un muro, quando giunse il tempo delle automobili.

Emanuele Tonon, I circuiti celesti, 66thand2nd