Archive for the ‘altri altrove’ Category

Come credere a qualcosa di incomprensibile?

1 luglio 2017

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Di lì a un mese hanno autorizzato i miei genitori a fare una breve visita all’appartamento per controllare che fosse tutto in ordine. Sono ritornati con una coperta calda, il mio soprabito autunnale e la raccolta completa delle lettere di Čhecov, l’opera preferita di mamma. La nonna… La nostra nonnina… Non riusciva a capire perché non si fossero portati via almeno un paio di vasetti di quella confettura di fragole che a me piaceva tanto, visto che non solo era in vasetti ma aveva tanto di coperchio… Sulla coperta è saltata fuori una “macchia”… Mamma l’ha lavata, l’ha passata con l’aspirapolvere, senza risultato. L’ha portata in tintoria… La “macchia” ha continuato a “brillare”… Finché non l’abbiamo tagliata via con le forbici. Erano cose familiari, normali: la coperta, il soprabito… Ma ormai non potevo più dormire sotto quella coperta. Infilarmi quel soprabito… Non avevamo i soldi per comprarne uno nuovo, ma io non potevo… Odiavo quella roba! Quel soprabito! Non era paura, mi creda, ma proprio odio! Un odio infinito! Tutto questo rancore… Non riesco a capacitarmene… Dappertutto si parlava dell’incidente: a casa, sull’autobus, per strada. Lo paragonavano a Hiroshima. Ma nessuno ci credeva. Come credere a qualcosa di incomprensibile? Per quanto ti sforzi, per quanto ce la metti tutta, non riesci comunque a capire. Quel che ricordo: noi partivamo e il cielo era di un azzurro intenso.

Svetlana Aleksievič, Preghiera per Černobyl’, edizioni e/o, traduzione dal russo di Sergio Rapetti

Alcune ragioni per cui non lascerei Chicago: un elenco incompleto e senz’ordine

10 luglio 2015

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1. Guidare verso ovest al tramonto in estate: accecato dal sole, non riesci a vedere le macchine davanti a te; i brutti depositi e le autofficine sono di un arancio fiammante. Quando il sole tramonta, tutto acquista profondità: le facciate di mattoni si velano di blu; ci sono sbavature di tenebra al carboncino lungo l’orizzonte. Il cielo e la città sembrano infiniti. Ovest è ovunque tu volga lo sguardo.
2. Il modo in cui d’inverno le persone si stringonosotto le tiepidi luci alla fermata di Granville sulla Elle, molto simili a giovani polli sotto una lampadina. È un’immagine di solidarietà umana imposta dalla crudeltà della natura, la storia di Chicago e della civiltà.
[…]
7. Guardare dritto a ovest la sera da qualunque grattacielo di Edgewater o Rogers Park: gli aerei sospesi e luccicanti sopra O’Hare. Una volta, con mia madre in visita, abbiamo trascorso un’intera serata seduti al buio, ad ascoltare Frank Sinatra, guardando gli aerei che somigliavano a lucciole stordite, trafitti dalla costante meraviglia che è questo mondo.
8. La felice scarsità di personaggi celebri a Chicago, perlopiù atleti falliti e strapagati. Oprah, una di Friends, e molti altri di cui non ho mai saputo il nome o mi sfugge in questo momento si sono trasferiti a New York o a Hollywood o in clinica, dove possono sfoggiare la finta insegna delle loro umili origini chicaghesi, mentre noi possiamo rivendicarli senza essere realmente responsabili della vacuità delle loro vite da prima pagina.
9. I parrocchetti di Hyde Park, miracolosi superstiti degli inverni più rigidi, un colorato esempio di vita che rifiuta fermamente di morire, con quell’istinto che ha reso Chicago dura e grande. In realtà io non ne ho mai visti: la possibilità che siano un’invenzione rende l’intera faccenda ancora più gustosa.
10. Lo skyline del centro di notte visto dall’Adler Planetarium: finestre illuminate nella cornice di palazzi bui contro un cielo ancora più buio. Sembra che le stelle siano state distribuite e incollate allo spesso muro della notte chicaghese; una fredda, inumana bellezza che contiene l’immensità della vita, ogni finestra una possibile storia, dentro la quale un immigrato si sobbarca un turno serale a pulire lo sporco d’impresa.
11. Il colore grigioverde del lago leggermente spumoso quando i venti soffiano da nordovest e il cielo è intirizzito.
12. Le giornate estive, lunghe e umide, quando le strade sembrano lucide di sudore; quando l’aria è densa e calda come un tè col miele; quando le spiagge sono affollate di famiglie: padri addetti al barbecue, madri che prendono il sole, figli che sfiorano l’ipotermia nelle secche del lago. Poi un’onda di aria gelida spazza i parchi, una pioggia torrenziale infradidcia qualsiasi creatura vivente, e qualcuno, da qualche parte, rimane senza corrente. (Mai fidarsi di una giornata estiva a Chicago).
[…]
16. Le famiglie pachistane e indiane che passeggiano solenni su e giù per Devon Street nelle sere d’estate; le attempate coppie di ebrei russi riunite sulle panchine a Uptown, che gorgheggiano pettegolezzi nelle loro morbide consonanti sopra gli strepiti di obsolete radio a transistor; le famiglie messicane di Pilsen che affollano il Nuevo Leon per la colazione domenicale; le famiglie afroamericane maestosamente vestite per la messa in attesa di un tavolo al Dixie Kitchen di Hyde Park; i rifugiati somali che giocano a calcio in sandali sul campo sportivo del Senn High School; le giovani madri di Bucktown coi materassini da yoga in spalla come fossero bazooka;l’enorme quantità di vita quotidiana di questa città, molta della quale merita da sola un racconto o due.
17. Un fiume di rosso e un fiume di bianco che scorrono in direzioni opposte lungo la Lake Shore Drive, come si vedono da Montrose Harbor la notte.
[…]
19. Le sontuose dimore di Beverly; le desolate case a schiera di Pullman; i freddi edifici del canalone di La Sale Street; la garrula bellezza dei vecchi alberghi del centro; l’austera arroganza della Sears Tower e dell’Hancock Center; le pittoresche case di Edgewater; la tristezza del West Side; lo splendore decrepito dei teatri e degli alberghi di Uptown; i depositi e le autofficine del Northwest Side; le migliaia di lotti vuoti e di edifici scomparsi cui nessuno presta attenzione e che nessuno ricorderà. Ogni edificio racconta un pezzo della storia della città. Solo la città conosce tutta la storia.
20. Se a Studs Terkel Chicago è bastata per passarci un’intera vita, allora va più che bene anche per me.

Aleksandar Hemon, Il libro delle mie vite, Einaudi, traduzione di Maurizia Balmelli

La casa è un luogo della mente

6 gennaio 2015

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La casa è un luogo della mente. Quand’è vuota, diventa irrequieta. Si anima di ricordi, visi e luoghi e momenti passati. Immagini amate riemergono,disobbedienti, a rispecchiare quel vuoto. Allora, quale risentito stupore, e quante ricerche pressocché inutili. È una situazione ridicola. È un essere ridicolo che cerca di ottenere un sorriso anche dall’ombra più familiare e affettuosa. Comico e senza speranza, lo sguardo diretto alle profondità del passato è sempre rivolto verso l’interno.

Maeve Brennan, La visitatrice, Bur, traduzione di Ada Arduini

La sola ossessione di Amelia Earhart

1 gennaio 2015

Amelia Earhart spedizione lungo l'equatore 1937

Ho sempre avuto una sola ossessione, un piccolo e probabilmente molto femminile orrore del diventare vecchia, quindi non mi sentirò del tutto defraudata se non torno.

Amelia Earhart, nel progettare il giro del mondo lungo l’equatore del 1937

Io sarò un fantasma infaticabile

22 dicembre 2014

Amo i luoghi dove ho incontrato un minuto di pace, non li dimentico mai, li porto con me e conosco la loro essenza intima, il mistero ansioso di rivelarsi che abita in ogni parete. Sono certo che le case cerchino di parlare, di farsi amare, e a volte mi spiego i fantasmi: come non ritornare dalla morte, a visitare le case amate? Io sarò un fantasma infaticabile.

Julio Cortázar

25 aprile 2009

Oggi un paese è luogo di frammenti

Quella sera sotto il ferro lunare le povere case ebbero i tetti squarciati. Lontane voci, polvere, strazi, addomi schiacciati sotto una trave, croste di sangue alle unghie, creta che tappa la gola, il lampione che oscilla come una criniera, confuso nei vetri e nel cemento il sandalo di un gottoso, porte che non si aprono, vene che si spezzano nella gamba e nella pupilla. I muri erano stanchi, oscuri gli angoli. C’era un rancore rassegnato nel fondo della testa di chie era rimasto, orfano di assenze secolari, di grigie inclemenze. L’ingiuria venne da sotto e portò via ventotto persone. Ora il vivere che resta è altro da quel che era e non certo peggiore.

Franco Arminio, Viaggio nel cratere, Sironi

10 giugno 2008

India

Cinque racconti, sei reportage, tre fumetti, frutto della creatività di artisti e scrittori che da soli superano appena i 30 anni. L’India la si può raccontare anche così. Come dimostra appunto l’omonima India, un’antologia corale curata con minuziosa competenza dall’esperta Gioia Guerzoni e pubblicata da Isbn edizioni. Un viaggio in punta di piedi in un Paese che sta trascinando il mondo ma in cui le differenze sociali e culturali stridono con chiasso e senza scrupoli. Non sono i lustrini e le musiche accattivanti di Bollywood, dunque, quelle che compaiono fra le righe del volume ma il quotidiano difficile, e per questo surreale, di molti, che si cristallizza così nella penna di pochi. In “India” si va in treno incamminandosi in viaggi che sembra non arrivino da nessuna parte, si vive in condominio, e non sempre è facile, si cerca casa, si viene sfruttati. Un po’ come in molte altre parti del mondo solo che in un Paese ammalato di gigantismo tutto diventa enorme ed enormemente difficile. Difficile è la situazione di molti contadini strangolati dai debiti che hanno come unica soluzione quella del suicidio; difficile è l’esistenza di chi è nato in zone ribattezzate Special Economic Zones date in mano ad imprenditori che in nome dal danaro non esitano a cacciare intere popolazioni; difficile resistere ad una società in cui il linciaggio è diventata una forma di espressione. Scrivere, dunque, mai come in questo caso appare terapeutico per una generazione che oltrechè rappresentare il futuro cerca di fare i conti con il presente. Infine, una nota di merito ai fumetti di Sarnath Banerjee. Il segno sicuro e ironico a tal punto da velarsi di assurdo è una garanzia per i racconti che circondano i suoi fumetti. India insomma è una canto libero di un paese intero che vuole liberarsi da se stesso.

Maria Zuppello, "Una generazione in bilico. L’India raccontata dai trentenni", http://blog.panorama.it, 4 giugno 2008

13 agosto 2007

Verdi dalla fine al principio

    Io ammiro il Falstaff. La sua gagliardia, il suo vitalismo non sono un mistero biologico. In realtà, p.p.c., dopo i due falsi (retrospettivamente) congedi dell’Aida, ultimo melodramma al cubo, e dell’Otello, ultima tragedia, ci voleva proprio il riso di Verdi. L’operazione fu studiata bene. Boito servì a puntino un libretto «ben fatto». Verdi ci mise su una musica straordinaria. Non ci sono spazî vuoti, non ci sono pause nell’invenzione, nulla è lasciato alla stanchezza (dell’autore) o alla fantasia (dell’ascoltatore).
    Ma noi […] non siamo più in stagione di novels, di romanzi
«serî» e «ben fatti». C’è stata tutta una riconquista dell’inverosimile romance.
    Così, un attimo prima di staccarmi dalla macchina da scrivere, metto sul piatto del giradischi, non la grande fuga del Falstaff, ma la sinfonia dell’Oberto (è appena uscita una straordinaria registrazione di Karajan…).
    Mentre la prima, lunghissima melodia di Verdi si spiega, la fantasia galoppa. Un suono di banda, filari e filari di pioppi, vino cattivo, tabarri, odî lunghi, tristezze selvagge, un carnevale strepitoso, sul quale, alle sue ore, ronzano le campane, – e una rissa di voci!

Parma, 20 gennaio 1977.

Marzio Pieri, Viaggio da Verdi

20 aprile 2006

Ferrara su Wu Ming 5

Adoro Wu Ming. Sono una piccola sètta massonica, un po’ come il professor Introvigne definisce i Puffi, ma i Wu Ming non sono affatto azzurri: sono rossi e non per l’imbarazzo. Anzi, essere rossi non li imbaraza affatto. Costituiscono un club dove, al posto di fumarsi il sigaro, fumano il sigaro, ma come Che Guevara o Fidèl – e non Confalonieri, che pure sembra orientato a pagarli profumatamente per portare sugli schermi questo Free Karma Food, destinandoli a una di quelle contraddizioncelle che tanto la sinistra fa finta di non vedere, girando la faccia dall’altra parte, che sarebbe dunque a destra, se loro stanno a sinistra: vedete come è difficile decrittare davvero il mondo politico? Non preoccupatevi, ci sono io, a complicare la decrittazione. Non li ho invitati in trasmissione non tanto perché non desiderano apparire e nascondono le loro facce come partigiani clandestini nei monti della Val di Susa (uomo Tavvisato, mezzo salvato), quanto perché non ci stanno nello studio, che è piccolo, mentre Piperno ci stava benissimo e Mozzi non ci starà mai, visto che si mangia le "r" (preferisco le irriferibili "r" di Gad a qualunque rotacismo, parola che soltanto io, che però so essere chiaro a tutti, so cosa significhi). E poi non sarebbe il caso che venissero: m’imbavaglierei, ma ho finito i cambi delle lenzuola matrimoniali a casa, dove Selma li ripone come qualunque moglie, secondo i sacri valori della famiglia, proprio dietro la centralina di Echelon che abbiamo installato in casa, insieme al dvd e all’apparecchio per la rilevazione dell’Auditel: tanto è tutto la stessa cosa.
E adesso, siccome sono brillantemente mefistofelico, la rivelazione choc: esiste un Wu Ming 0 e quello sono io. E’ dal ’96 che collaboro con questi ragazzotti un po’ provinciali e un po’ infoibati, e percepisco pure parte dei loro diritti d’autore avendoli infiltrati. Non me ne vergogno affatto (la parola "affatto" non esiste nel mio vocabolario), allusivo e scherano come sono, anche se prima che scopriate di chi realmente sono lo scherano a Rita Armeni sarà cresciuto un nuovo movimento femminista.
Veniamo dunque al libro in questione, che loro, essendo veltroniani (se non l’aveste capito, è un altro colpo basso, esercizio di tai-chi dialettico in cui sono un maestro. Ho detto dialettico.), soprannominano FKF come si fa coi presidenti americani morti. Il libro parla anche di presidenti americani e di morti, ma delinea un apocalisse che mi ha reso riluttante a terminare il romanzo: la trama è che non si può più mangiare la fiorentina. Uno scenario da incubo, almeno per me.
Comunque sono certo che questi cinque piccoli indiani, che giocano tanto a fare gli irochesi, cioè la tribù schiacciata dall’Uomo Bianco Occidentale (cosa su cui tra poco sentiremo il ministro Buttiglione), hanno in realtà votato per la Rosa nel Pugno. Ovviamente alzato.
Buttiglione, Lei cosa ne pensa?

Giuliano Ferrara, Free Karka Furb 

31 marzo 2006

La lingua italiana moderna

L’attuale Presidente del Consiglio italiano è l’editor migliore del mondo. Grazie a lui ho imparato un sacco di cose, senza bisogno di andare alla scuola Holden. Grazie a lui negli ultimi anni ho imparato ad avere orrore delle frasi fatte, a espellere la bassa retorica dalla mia lingua, a soppesare scrupolosamente la verità di ogni sillaba. Grazie a lui ho sviluppato un’ossessione per i rapporti di causa-effetto, per la tenuta logica di ogni paragrafo che scrivo. Grazie a lui ho espulso il narcisismo che abitava nei miei primi testi, l’ho messo fuori dalla porta come un gatto puzzolente. Che lui lo sapesse o meno, e che il suo esempio agisse in realtà per contrasto, non conta poi tanto. Il Presidente mi ha insegnato tutto quel che serviva, e lo ha fatto gratis! Bastava osservarlo e fare tutto il contrario.
…ma in realtà, disse una sera un amico esasperato durante una cena a base di cibo vegano e nichilismo politico, siete davvero convinti che, qualunque cosa sia successa negli ultimi anni, sia stata tutta colpa sua?
Decisamente no. Io scossi la testa. Ho sempre pensato a Berlusconi come a un problema linguistico, e il problema linguistico oggi è di tutti. Anche dell’Europa che ride tanto di noi.
Il problema linguistico occidentale è quello di una vita sempre più flessibile, multipla, frammentata, una vita-collage di identità provvisorie cui corrispondono, per mancanza di tempo e risorse, esperienze sempre più standard. Lungi dal portare a una comprensione dell’esistenza più estesa e profonda, la moltiplicazione delle identità (dai mille lavori che uno fa per sopravvivere, agli ambienti sociali più vari e disgregati che ci si trova a frequentare) porta a esperienze sempre più brevi, standardizzate, fatte di contatti superficiali e frasi fatte. Una vita composta di frammenti precotti. Di parole innocue, di frasi da montare e smontare senza dolore come un mobile dell’Ikea. Continua
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Marco Mancassola, La lingua italiana dopo Silvio Berlusconi