Archive for the ‘converso controverso’ Category

1 luglio 2005
Il sapore dei libri
 
In giro per Torino, all’incrocio tra Corso Vittorio Emanuele II e Via XX Settembre, sono stata attratta da una libreria molto particolare, “Il taste book”(www.iltastebook.it; iltastebook@fastwebnet.it): ci sono entrata, ho scattato una foto, ho conservato il biglietto da visita, anche questo originale, e oggi ho fatto la mia telefonata.
 
Pregiatina: Buonasera, sono La pregiatina, scrivo su un blog, www.luccone.com. Ho visto la vostra libreria, mi è piaciuta molto, e vorrei farvi qualche domanda.
Federico: Certo.
P.: Vorrei capire qual è la formula alla base.
F.: La formula è duplice. Una, che riguarda i libri, è un tentativo di proporre tutto ciò che è messo meno in evidenza nelle altre librerie.
P.: Quindi piccola editoria?
F.: Non solo. Anche libri validi ma usciti da un po’ di tempo. Cerchiamo di stimolare le persone a incontrare i libri belli. In genere sistemiamo i libri più vecchi all’ingresso; gli ultimi usciti, invece, sono più nascosti.
P.: Mi fa un esempio di qualche titolo che si trova adesso in vetrina?
F.: Per esempio i libri di Achille Campanile: lui è un grande umorista italiano e vale la pena riscoprirlo. Oppure quelli della casa editrice Servitium, che fa una serie dedicata a vari temi, il viaggio, il gusto, il sogno, analizzati da un punto di vista orientale e uno occidentale: in genere uno scrittore cinese e uno francese danno due diverse interpretazioni di uno stesso argomento. Oppure libri come Il popolo degli abissi di Jack London o Virginibus puerisque di Stevenson: se non ce li hai in testa, in genere non li incontri in libreria. Il Codice da Vinci, invece, non ho bisogno di fartelo vedere.
P.: E la seconda formula?
F.: La seconda cosa è che non vendiamo solo libri, ma tutto ciò che può essere abbinato o utile alla lettura. Abbiamo perciò mobili-libreria, portariviste, ma anche il vino e il cioccolato, due prodotti legati alla lettura sia perché si può leggere sorseggiando del vino o assaggiando del cioccolato sia perché vino e cioccolato sono spesso presenti nei racconti. Tu puoi venire da noi, comprarti un libro, regalarti qualcosa di diverso o regalare a qualcuno un libro in modo originale: per esempio, La maga delle spezie della Divakaruni insieme appunto a delle spezie.
P.: Da quanto tempo siete aperti?
F.: Dal dodici ottobre 2004.
P.: Abbastanza recente.
F.: Sì, siamo freschi, freschi.
P.: E quali sono i riscontri?
F.: È ancora presto per trarre un bilancio, ma mi sembra che tutte le persone si trovino bene.
P.: Il posto è molto accogliente, anche la divisa è graziosa (al Taste book tutti gli addetti indossano un grembiule, che tra l’altro si può acquistare).
F.: L’abbiamo creato pensando a “casa mia”. Anche quando entri, non ci sono punti di riferimento, scaffali divisi per editore o argomento: a casa non metti i cartelli con le suddivisioni. Devi avere un po’ di tempo per scoprire tutta la libreria.
P.: Va bene, allora le mando una mail con l’indirizzo del blog. Ho tutti i vostri recapiti sul biglietto da visita.
F.: No, aspetti che le do il mio indirizzo personale, quello della libreria non è attivo al momento.
P.: Nemmeno il sito? Io non l’ho ancora visitato.
F.: No, ma sarà attivato prossimamente. È stato pensato come una comunità di gustatori di libri.
P.: Va bene. Allora mi dà l’indirizzo?
F.: (me lo dà)
P.: Grazie, buona serata.
F.: Grazie a lei.
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24 giugno 2005
Fai i nomi pregiatina, altrimenti sono troppi a sentirsi tirati in ballo! 
 
Cercasi domatore di pregiatine, disperatamente. Candidature a luccone@luccone.it
 
Questa è una storia fantastica. Nel senso: è reale, ma ha per protagonista un essere fantastico in quanto maschio.
I maschi sono tutti delle creature meravigliose, e io ho la fortuna di scovare sempre i migliori della razza.
Vi parlo di X e di Y, due amici di cui non voglio fare i nomi: loro sono personaggi piuttosto noti, io sono una donna gentile che non gli rovinerà la reputazione. Soprattutto a X. Y non è colpevole di nulla e mi sembra una persona delicata. Magari, però, mi sono sbagliata.
 
X è un bell’uomo, uno di quelli che piace e lo sa. Qualche settimana fa ci siamo incontrati, per motivi di lavoro, abbiamo trascorso un pomeriggio insieme.
 
Io: Ok, X, grazie. Per me abbiamo finito, può andare.
X: Ok. Senti, poi mi mandi quel file?
Io: Sì, sì, non ti preoccupare. Lo scrivo in questi giorni e te lo mando.
X: Va bene, mi raccomando. Io però nei prossimi giorni non ci sarò… vado un po’ fuori.
Io: Ah, e dove vai?
X: (mi dice il nome di qualche paese sudamericano: in tutta onestà non mi ricordo quale)
Io: Che bello, beato te! Ma vai in vacanza o a lavorare?
X: No, no, in vacanza. Ci vuole ogni tanto un po’ di vacanza.
Io: Sì, infatti.
X: Torno verso il nove, dieci giugno.
Io: Tutto questo tempo?! Guarda, ti sto invidiando!
X: Eh, sì…
Io: Vabbè, quando torni trovi sicuramente il file.
X: Ok. Vieni, ti accompagno.
 
Mi accompagna alla porta. Ci fermiamo qualche altro istante a parlare.
 
X: Dài, qualche volta sentiamoci, vediamoci (io, che sono donna che capisce quando un maschio ci sta provando, colgo la sua aria insinuante). Ti chiamo, ti mando un sms, ci andiamo a bere una cosa insieme.
Io: Sì, va bene (gli rispondo non sapendo che dire, e intanto mi ricordo di quando ci siamo conosciuti: io cercavo di parlargli di lavoro, lui ripeteva a me e a delle persone vicine: «Ma è incredibile, sei tale e quale alla mia ex compagna! Guardate, non è vero che ci assomiglia?», il tutto condito da ampi sorrisi e qualche pacca al mio braccio…). Buone vacanze allora.
X: Grazie (e mi abbraccia, mi dà due baci ambigui, anzi inequivocabili, uno a un angolo della bocca, un altro all’altro).
 
Gli mando il file, in realtà un po’ in ritardo, verso l’undici giugno: «Ciao, X, come stai? Come sono andate le vacanze? Ti allego il file: fammi sapere». Niente. Non mi ha fatto sapere più niente.
Ieri, sempre per motivi di lavoro, sento Y, suo amico.
 
Io: A proposito, ma sai che fine ha fatto X?
Y: Non so, è un po’ che non ci sentiamo.
Io: No, è che gli ho mandato una cosa, doveva farmi sapere.
Y: Eh, ma sta un po’ incasinato in questo periodo. È tornato da poco dal viaggio di nozze, ora sta sistemando la casa…
 
Adoro gli uomini che chiaramente ti dicono: «Sono libero/fidanzato/sposato: scegli tu cosa vuoi fare». Però… il viaggio di nozze, quel po’ di vacanza che “ogni tanto ci vuole”… geniale!
(dedicato a Ottavia)

17 giugno 2005
La pregiatina intervista Vicentini di Meridiano zero
 
Gli ho annunciato via mail che l’avrei chiamato per un’intervista. «Ok. Io», mi ha risposto Marco Vicentini, fondatore di Meridiano zero.
Per voi la nostra conversazione.
 
 
Pregiatina: Buonasera, la chiamo per l’intervista. Le ho scritto ieri.
Vicentini: Ah, sì, buonasera.
P.: Allora, le vorrei fare alcune domande sulla casa editrice.
V.: Ok, partiamo in quarta.
P.: Vorrei che mi riassumesse in poche parole il vostro progetto editoriale.
V.: Quello degli Intemperanti o quello di tutta la casa editrice?
P.: Quello di tutta la casa editrice. Agli Intemperanti ci arriviamo dopo.
V.: Sì. Il progetto nasce dalle solite cosette, da un sogno nel cassetto. Io ho sempre avuto un amore per il libro, ho sempre amato un certo tipo di narrativa in cui ci fosse un’attenzione al plot e allo stile. Questa passione per la lettura mi ha portato in un primo momento a leggere i libri in edizione originale. Poi a un certo punto mi sono chiesto: «Bah, e se ci provassi anch’io?».
P.: Quindi tutto si basa su un gusto personale.
V.: Sì.
P.: Mi dica allora qualcosa della collana gli Intemperanti: credo che, da quando è uscito il libro con questo titolo, siano cambiate molte cose per voi, anche come visibilità
V.: Allora, prima ci muovevano esclusivamente nell’ambito del noir, un ambito in cui ci siamo fatti conoscere; eravamo limitati a quel campo, poi abbiamo deciso di uscire dalla nicchia dell’editoria di genere. Gli italiani erano sempre stati un mio pallino, mi piaceva l’idea di italiani che corrispondessero a quello che avevo cercato negli stranieri: belle storie, stile interessante, attenzione ai personaggi. Italiani che evitassero tutti quegli intellettualismi che impantanano gli esordienti.
P.: E che riscontro avete avuto?
V.: Molto buono, stiamo crescendo. Su cinque libri della collana abbiamo dovuto ristampare ben tre titoli perché esauriti.
P.: A proposito di esordienti: è vero che voi date molto spazio anche ai giovani traduttori?
V.: Dipende, dipende. Abbiamo sia traduttori plurinavigati, che lavorano anche con Einaudi e Adelphi, per intenderci, sia esordienti. C’è un equilibrio tra vecchi maestri e giovani che stanno formandosi.
P.: In che modo avviene il reclutamento?
V.: Attraverso colloqui, contatti, prove di traduzione. I colloqui sono molto importanti, servono a capire quale testo possa essere adatto a un determinato traduttore: c’è una grossa componente del gusto, del piacere personale: quando il traduttore è in sintonia col testo, può entrare meglio nello stile, nella mente dell’autore. Per brutalizzare e banalizzare, a un traduttore che ama i classici non darei mai un horror, con brani truculenti.
P.: Veniamo adesso al vostro nome: lo sa che a Roma è associato a una radio schierata fortemente a destra?
V.: Me l’hanno detto, erano un movimento, mi hanno detto.
P.: Ma voi come avete pensato a questo nome?
V.: Una volta un amico mi ha letto un passo di Heidegger in cui si parlava proprio del “meridiano zero”: mi è sembrato un ottimo auspicio per qualcosa che cominciava all’inizio del nuovo millennio. Esplorando un po’, poi ho scoperto che lo stesso nome l’aveva un movimento neo-nazista sciolto, un gruppo jazz, uno teatrale, uno di fotografia. Si tratta quindi di un nome abbastanza utilizzato. E noi veniamo recensiti dappertutto, quindi non me ne preoccupo.
P.: Va bene. Senta, mi dice qualcosa delle ultime uscite, quello che vorrebbe consigliare ai lettori?
V.: Sì. Da pochi giorni sono usciti due libri molto belli. Uno è di Ronnie Pizzo: sembra uno pseudonimo, invece è proprio il suo nome.
P.: Di dov’è lui?
V.: È piemontese, della provincia di Cuneo. Il libro si chiama A tempo perso viviamo tutti i giorni. È il velocissimo racconto di un gruppo di ragazzi di oggi che tra sesso, droghe e corse si bruciano l’esistenza di un’estate. È efficace, divertente.
P.: E l’altro?
V.: L’altro è Real life, di Christopher Brookmyre. L’autore è un appassionato di videogiochi e ha scritto un thriller mescolato tra il mondo dei videogame e la vita reale. Il protagonista è un professore inglese, anche lui amante dei videogiochi, che incontra un compagno di scuola che credeva morto. Scopre che è un terrorista che sta preparando un attentato terribile in Scozia. Al proposito, voglio sottolineare il fatto che a fine anno in Scozia c’è il G8, quindi c’è una coincidenza interessante. Il terrorista cerca di uccidere il professore, visto che è l’unico in grado di riconoscerlo. Il professore si trova balzato dal mondo dei videogame a quello reale, con un movimento continuo tra le due dimensioni. È un libro molto divertente, un bel giallo.
P.: Ok, per me può andare così. L’intervista esce venerdì, ma comunque glielo ricordo con una mail.
V.: Dove esce?
P.: Sul blog di cui le ho dato l’indirizzo.
V.: Va bene, grazie.
P.: Grazie a lei.

10 giugno 2005
Torna La Pregiatina e a spasso per Roma 
 
Martedì sera, Roma, appuntamento in centro. Prendo un autobus, trovo un posto libero, mi sistemo. Accanto a me, un ragazzo: ha osservato le mie difficoltà con l’obliteratrice, mi sorride, mi declama i vantaggi dell’abbonamento. Si chiama S., cominciamo a chiacchierare.
 
Io: Ma tu di dove sei? (a parte il nome, si vede chiaramente che è straniero, benché parli un italiano perfetto)
Lui: Sono libanese, di Beirut.
Io: E cosa fai in Italia?
Lui: Studio architettura.
Io: Parli benissimo.
Lui: Grazie… mi piacciono molto le lingue…
Io: Che lingue conosci?
Lui: Vabbè… arabo, francese. Poi inglese, italiano. Ora voglio imparare lo spagnolo, credo sia importante…
 
Continuiamo a chiacchierare, gli racconto di me. Tra una cosa e l’altra mi distraggo, salto la mia fermata.
 
Lui: Dài, scendiamo adesso, ti accompagno.
Io: No, grazie, non ti preoccupare. Scendo io, sono vicina.
Lui: Ma no, veramente, ti voglio accompagnare. (capisco che è sincero, che crede sia “giusto così”, per una specie di galanteria medio-orientale, tanto gratuita e genuina quanto ignota ai miei connazionali…)
Io: Mi spiace: io sto andando a un appuntamento; tu, invece, perdi l’autobus…
Lui: Ma non fa niente, la giornata è finita, sono rilassato. Andiamo!
 
Andiamo. Camminiamo, cerchiamo la mia strada, parliamo.
 
Io: Di che religione sei?
Lui: Sono come te. (con decisione, fermezza)
Io: Sei cattolico?
 
Lui non mi risponde, ma apre il portafogli e mi mostra un santino. In un attimo sento quello che deve portarsi dentro.
 
Io: Come si sta ora a Beirut?
Lui: Ora molto meglio, le cose stanno cambiando.
Io: Tu hai sempre vissuto lì?
Lui: Sì. Mi sono fatto cinque anni di guerra. Ma da piccoli è come un gioco, senti il fischio delle bombe, ti chiedi “chissà dove cade stavolta, se tocca a me”. Oggi non ho paura di niente.
 
Procediamo ancora un po’, fino alla via che stavo cercando.
 
Lui: Ecco, sei arrivata.
Io: Grazie, sei stato gentilissimo.
Lui: È stato un piacere, davvero.

27 maggio 2005
Malaroma, Padapè, Rossomalpelo
 
L’ufficio stampa mi ha invitato, e io ci sono andata con piacere: mercoledì, alla libreria Mondadori di via Piave, Sergio Gaggiotti-“Rossomalpelo” in carne e ossa, parole e musica.
Reading ed esecuzioni dal suo libro-cd (Malaroma il libro, Padapè il cd) edito da Nutrimenti: due racconti lunghi e quattro canzoni inedite, per un autore ricco di semplicità. Nel senso più vero del termine.
Oggi l’ho chiamato, e lui si è raccontato.
 
Pregiatina: Pronto, Sergio?
Sergio: Sì?
P.: Ciao, mi chiamo La pregiatina. Scrivo su un blog, ti vorrei intervistare.
S.: Sì.
P.: Ascolta, mercoledì sono venuta alla tua presentazione alla Mondadori, ti vorrei fare qualche domanda al riguardo.
S.: Sì, aspetta che spengo lo stereo (sento musica, infatti. Spegne).
P.: Allora, vorrei cominciare dagli ambienti di cui hai parlato, quelli di periferia: quanto ti appartengono?
S.: Ci sono nato e cresciuto, fino ai ventott’anni.
P.: Dove precisamente?
S.: Sono nato alla Magliana, poi sono andato ad abitare a Cinecittà, quando era ancora l’ultimo quartiere di Roma. Pensa che davanti casa mia non c’era nemmeno la strada. Poi, quando sono andato via di casa, mi sono trasferito a Centocelle.
P.: Io ho letto anche la scheda del tuo libro, ho visto che sei stato paragonato a Pasolini e Ammaniti: tu ti rivedi in questi autori, ti sei ispirato in qualche modo a loro, li hai letti molto?
S.: Pasolini sì, l’ho letto tantissimo, lo amo molto: ha raccontato la città come pochi altri hanno saputo fare. Forse ho cercato di sviluppare alcuni suoi temi… ma non mi sono rifatto a lui!
P.: E Ammaniti?
S.: Ammaniti pure l’ho letto, soprattutto le prime cose, poi ho visto la sua trasposizione cinematografica, quella di Io non ho paura. Comunque non mi ispiro direttamente a loro, ma forse ci sono alcuni temi in comune, cose che mi danno la scossa, alcuni luoghi che sono gli stessi.
P.: Ho capito.
S.: …e poi sono realtà completamente diverse, dico soprattutto quella di Pasolini. Lui descrive il dopoguerra, persone differenti, marginalità diverse, lotte politiche. C’era un contesto politico differente.
P.: Ok. Ti volevo chiedere un’altra cosa. Mercoledì, per tutto l’incontro, mi ha colpito molto una specie di filone che mi è sembrato di individuare, un tema ricorrente: tu hai fatto più volte riferimento al concetto di “parola”, la capacità di parlare che si conquistano i personaggi, il collegamento tra idea, scrittura e di nuovo idea; poi hai citato “dialetti, esperanto”… Vorrei sapere se sia stata solo una mia impressione o se questo motivo sia per te davvero importante.
S.: Sì, forse è così. Per me la parola è l’unico strumento che riesce a rendere perfettamente l’idea. Non so, magari la fotografia è abbastanza precisa, ma è statica. Un film è dinamico, ma non riesce a entrare all’interno di tutte le sensazioni. La parola, invece, riesce a descrivere tutti i dettagli. Anche io, scrivo prima le parole e poi la musica.
P.: Tu nasci come cantautore e poi come scrittore, vero?
S.: Sì. Ho studiato la chitarra a livello professionistico, poi ho dovuto smettere per motivi legati alle mani. Allora ho cominciato a scrivere, prima di tutto canzoni per gli altri, anche poco dignitose ti devo dire.
P.: Come mai?
S.: Purtroppo in certi ambienti non c’è la possibilità di raccontare cose interessanti, c’è una specie di censura. Così ho sentito il bisogno di dire cose diverse, cose mie. Per un’impellenza tutta mia.
P.: Mercoledì ho notato un’altra cosa: dopo le canzoni tutti applaudivano; dopo la lettura, invece, rimanevano tutti in silenzio. Perché secondo te? Forse queste due forme d’arte vengono percepite e vissute in modo diverso, con un diverso coinvolgimento, un approccio diverso?
S.: Sì, sono due approcci sicuramente diversi. Spesso partecipo anch’io a dei reading e non applaudirei: sembra un contesto più formale. Quello delle canzoni è invece un divertimento diverso. Quando poi leggo un brano, staccato da quello che viene prima e quello che viene dopo, non sempre è facile capire perché ho scelto proprio quella parte. La musica, invece, arriva direttamente: anche se il testo non si capisce subito, comunque la musica arriva.
P.: A proposito delle parole e della musica, dell’unione del libro al cd, si può pensare a un collegamento tra questi due? come se le canzoni fossero una specie di colonna sonora dei racconti?
S.: No, no, non ho pensato questo. L’unione è nata dal fatto che io avevo voglia di fare un disco e avevo voglia di fare un libro, e ho avuto la fortuna di poterli fare contemporaneamente perché l’editore me ne ha dato la possibilità. Ho anche scoperto che loro mi conoscevano già, come musicista.
P.: Invece il libro è il primo che scrivi?
S.: Sì, è il primo.
P.: Quando è uscito precisamente?
S.: Dai primi di maggio, forse dalla fine di aprile… comunque prima della fiera di Torino.
P.: Ci sei andato a Torino?
S.: No, io no, ma Nutrimenti sì, avevano un loro stand.
P.: Ho capito. Senti, ora ti do l’indirizzo a cui puoi leggere l’intervista.
S.: Certamente, sì, sì.
P.: Allora: www.luccone.com. “L” di Livorno. Io ora la scrivo, ma la puoi leggere sicuramente domani mattina.
S.: Va bene. Ma tu come ti chiami?
P.: Mi firmo “La pregiatina”, ma non ti posso dire il mio vero nome.
S.: No, no, capisco (gentilissimo, molto alla mano). È che prima non l’avevo capito, ma va bene quello d’arte, giusto perché ci siamo parlati, per sapere come individuarti.
P.: Sì, hai ragione. Ok, Sergio, allora ti ringrazio.
S.: Ringrazio io te (è una persona veramente piacevole, da quello che riesco a intuire).
P.: Ciao, buon lavoro.
S.: Buon lavoro a te!  

6 maggio 2005
L’elenco telefonico della pregiatina
 
Giovedì, alcune persone in mente da intervistare.
La prima è a Torino, alla fiera: irreperibile.
La seconda… segretaria e ufficio stampa mi dicono che fino al quindici maggio è “particolarmente impegnato”: ergo, irreperibile.
La terza… “sì, un attimo glielo passo… no, scusi, in questo momento è uscito, torna domani” (domani? come domani? ma dove sarà mai andato?…): quindi… ancora irreperibile.
Delusione, indecisione. Poi un’idea: stavolta non mi arrabbio, ma gioco.
Tre numeri di telefono, a caso, Milano Roma Napoli: “Sono La pregiatina”, sentiamo che succede.
Tre foto, tre cartoline naturalmente: due scatti miei e uno altrui (http://www.bellavite.com/foto_album_milano/DuomodiMilano.cfm).
 
MILANO (0235685**)
 
X: Pronto… (un uomo pronuncia il nome di una ditta, di qualcosa, con forte accento milanese: non capisco niente).
Pregiatina: Scusi, non ho capito, con chi parlo?
X: … (perplesso)
P.: Senta, ho trovato una chiamata da questo numero al mio cellulare… volevo sapere se qualcuno mi avesse telefonato…
X: Ah… ma lei chi è?
P.: Sono La pregiatina.
X: Ah…
P.: Invece lì cos’è, un ufficio? Potrebbe darsi che qualcuno mi abbia chiamato?
X: No, no… qui ci occupiamo di rifiuti chimici… quindi non credo…
P.: Ah, no, non sono un rifiuto. Grazie!
X: (ride) Ciao!
 
 
ROMA (0647424**)
 
X: Pronto? (voce maschile, giovane)
Pregiatina: Buonasera. Scusi, stamattina mi hanno chiamato da questo numero. Volevo sapere chi mi avesse cercato.
X: Aspetta, non lo so. Tu chi sei? (gentile)
P.: La pregiatina.
X: Scusa?… (interdetto)
P.: La pregiatina. (come se fosse la cosa più naturale del mondo)
X: La pregiatina? Aspetta che chiedo. (si allontana. Io intanto immagino a chi mai chiederà, me la rido. Che idiota: ho proprio quindici anni)
X: (dopo un po’ torna al telefono) Pronto?
P.: Sì.
X: Scusa, ma “La pregiatina” cosa sarebbe?
P.: Eh… mi chiamo così.
X: Ma cos’è un cognome? È il tuo nome?
P.: Sì, è il mio nome.
X: Scusami, ma non lo conoscevo, non l’ho mai sentito prima. (veramente mortificato, sempre più gentile)
P.: Ma lì invece cos’è? Una casa?
X: No, è un ministero.
P.: (ops! penso io) Scusa, mi sa che ho proprio sbagliato!
X: Scusami ancora tu.
P.: Ciao.
X: Ciao.
 
NAPOLI (0812945**)
 
X: Pronto? (voce di donna, semplice, genuina)
Pregiatina: Pronto, buonasera. Scusi, ma ho trovato una chiamata da questo numero, volevo sapere se qualcuno mi avesse cercata.
X: No, non ho capito.
P.: Ho trovato questo numero sul mio cellulare, forse qualcuno mi ha chiamato.
X: No, no. Io non ho chiamato. Specialmente sui cellulari, non chiamo mai!
P.: Costa troppo, eh?…
X: Eh… E poi non ci conosciamo nemmeno.
P.: Chi?
X: Io e voi.
P.: Ma magari qualcun altro, stamattina, ieri sera…
X: Eh, ma non lo so veramente. Io sto da stamattina sola. Poi non lo so se ieri sera mio figlio o mia nuora vi hanno chiamata.
P.: Magari gli può dire che ha chiamato La pregiatina?
X: Va bene. Ma voi conoscete mio figlio?
P.: Eh, non lo so. Però glielo può dire?
X: Un attimo che mi segno questo nome…
P.: Sì: “La pregiatina”.
X: La pregiatina… va bene.
P.: Grazie, arrivederci.
X: Arrivederci.

29 aprile 2005
Two of a kind
 
Sono capitata nel suo blog (www.botteghecolorcannella.splinder.com) e ho subito pensato che fosse una persona speciale: si sta bene nel suo blog, gemütlich direbbe lei.
Ci siamo scritte alcune mail, lei ha espresso il desiderio di essere intervistata da me, io le ho risposto che avrebbe fatto piacere anche a me.
Mercoledì la decisione: “Luccone, sto pensando di intervistare Victoria”. “No, Victoria no”, la secca replica di Luccone. Giovedì battagliero, triangolazione io-che-scrivo-arrabbiata-a-Luccone-non-puoi-limitare-la-mia-libertà, Luccone-che-non-si-smuove-no-no-no, io-che-aggiorno-Victoria-non-ti-preoccupare-la-spunterò.
L’ho spuntata, e n’è valsa la pena.
Per voi le parole di Ms Victoria Lewis, per lei un omaggio particolare: due foto stavolta, acqua e terra di Sicilia.
Alla faccia di Luccone.
 
Pregiatina: Victoria?
Victoria: Sì, pronto!
P.: Che bello, parli siciliano!
V.: Sicilianissimo!
P.: Non sei a casa?
V.: No, sono in giro, ma posso parlare. Però non so se tu devi registrare…
P.: No, no, io prendo appunti…
V.: Luccone sarà felicissimo di questa intervista…
P.: Lui?!…
V.: Scherzo, però alla fine si è persuaso…
P.: C’è stata una battaglia…
V.: Lo so, ho apprezzato, ho apprezzato…
P.: Di che città sei, in Sicilia?
V.: Di Messina.
P.: Ora vivi a Roma?
V.: Sì, sono trapiantata da due anni e qualche mese.
P.: Ti piace Roma?
V.: Sì… l’ho scelta, l’ho desiderata, l’ho bramata! Era da tantissimo tempo che volevo venirci.
P.: Cosa ci sei venuta a fare?
V.: Ci sono venuta dopo la laurea, per formazione.
P.: Mi dici qualcosa del tuo nome, “Victoria”?
V.: Sì, Victoria Lewis è lo pseudonimo che Sylvia Plath ha usato per scrivere La campana di vetro, un libro che amo particolarmente.
P.: Perché ti piace tanto?
V.: Me lo fece leggere la mia migliore amica, a quindici anni: era una specie di segreto tra di noi, un libro che dovevamo leggere di nascosto dai genitori perché poteva sembrare che desse un cattivo esempio… anche se io l’ho preso dalla libreria di mia madre! Il nome di Victoria, comunque, è nato anche grazie a Luccone: lui stava riscoprendo le poesie di Sylvia Plath e mi ci ha fatto pensare, io stavo anche leggendo la biografia di E/O.
P.: Che rapporti hai con Luccone?
V.: Di amore totale! Dal punto di vista sia professionale che umano. Secondo me è il miglior editor vivente. Io poi lo adoro, lo sanno tutti… gli voglio bene! E tu?
P.: In che senso?…
V.: In senso amichevole… ma io non ti posso fare domande?
P.: No, mi spiace… Che mi vorresti chiedere?
V.: Tutto! (con lieve accento siciliano)
P.: Ti prego, ridillo…
V.: TUTTO! (urlato, in siciliano stretto)
P.: Guarda che se parli così io ti chiamo tutti i giorni! (impazzisco letteralmente per il siciliano) Ma parliamo del tuo blog. Quando è nato?
V.: A dicembre del 2005.
P.: Da poco.
V.: No, dicembre del 2003!
P.: Sì, in effetti dicembre 2005 non è ancora arrivato… (purtroppo mi capita spesso di sbagliare anni, mesi…) Mi dici qualcosa dei personaggi che ci scrivono? Rakele, Againblu…
V.: Sono tutti personaggi che ho incrociato via blog.
P.: Non vi siete mai incontrati?
V.: Con i due che hai nominato sì, ci siamo visti, ci siamo conosciuti. Con Stolat è una vita che cerchiamo di incontrarci, ma poi rimandiamo sempre.
P.: Sono tutti di Roma?
V.: Solo Againblu. Rakele è brasiliana, ma è venuta in Italia per un mese, è venuta anche in Sicilia a casa mia…
P.: Sembrate molto unite: io pensavo che vi conosceste da sempre e che poi lei fosse andata in Brasile…
V.: No, no, ma abbiamo un feeling particolare, perché è stata da me.
P.: Quindi non conoscevi nessuno prima che nascesse il blog?
V.: L’unica persona che conoscevo era la Maga, è la mia migliore amica.
P.: Di dov’è lei?
V.: È siciliana.
P.: È quella della Campana di vetro?
V.: Sì, lei!
P.: E le altre persone, quelle che non hai mai visto, sanno chi sei?
V.: Mah… io non ho la fissazione dell’anonimato. Il blog è nato come quello di “Victoria”, ma appena divento amica con qualcuno, ci scriviamo via mail, dico tranquillamente il mio nome.
P.: In uno dei tuoi ultimi post hai detto che sul lavoro, invece, non puoi esprimere tutto di te. Mi puoi dire almeno che lavoro fai?
V.: Lavoro nell’editoria, prima come free-lance, ora in una casa editrice.
P.: Loro sanno di Victoria?
V.: Alcuni sì, altri no, altri sanno che ho un blog ma non sanno quale. A qualcuno ho dato l’indirizzo, magari l’hanno visto, mi hanno detto se gli è piaciuto.
P.: Io lo trovo molto accogliente.
V.: Sono contenta! È il complimento più bello.
P.: Ma il tuo lavoro ti piace?
V.: Moltissimo, ma è molto faticoso. Io poi ho anche altri interessi, faccio ricerca universitaria, ma adesso vorrei dedicarmi solo all’editoria, per recuperare un po’ del mio tempo libero.
P.: Che tipo di ricerche fai all’università?
V.: Di filosofia, sono laureata in filosofia.
P.: E la casa editrice per cui lavori ti piace?
V.: Abbastanza, qualcosa sì qualcosa no. Come tutte le case editrici.
P.: Perché non puoi esprimere tutte le tue idee?
V.: Più che non posso, me le tengo dentro, ma sbaglio: ho visto che anche le critiche possono essere apprezzate.
P.: Quanti anni hai, Victoria?
V.: Ventisette.
P.: È vero che scrivi canzoni?
V.: Canzoni?…
P.: Sì, una volta ti ho chiesto se scrivessi dei pezzi e tu mi hai detto di sì.
V.: No! “Pezzi” per me sono frammenti, cose brevi! Hai detto “pezzi” e io l’ho agganciato subito a “frammenti”!
P.: Ah, ok, non ci siamo capite… per me, invece, un “pezzo” è una “canzone”… Senti, mi dici una cosa di te che… non un segreto, ma qualcosa che ti rappresenti…
V.: Mmm… è difficile! Il blog mi rappresenta tutta… Ecco, una cosa di cui pochi si accorgono all’inizio è la durevolezza dei miei sentimenti.
P.: A tutti i livelli?
V.: Sì, amicizia, amore… sono amica di tutti i miei ex, frequento le vecchie amiche… Per me i rapporti continuano sempre.
P.: Ora puoi farmi una domanda. Io, però, potrei non risponderti.
V.: Di dove sei?
P.: Questo non te lo posso dire…
V.: Allora ti chiedo un’altra cosa: ci verresti a fare shopping con me?
P.: Shopping? Perché shopping?
V.: Non so, la tua voce mi ispira questo, un giro per Roma, un tè, negozi, librerie…
P.: Davvero la mia voce ti fa pensare allo shopping? A me non piace molto andare per negozi. Però un tè, qualche libreria… va bene.
V.: Va bene, i negozi li scegli tu!
P.: (rido, sorrido anche ora che lo scrivo…) Ok, tanto ci scriviamo. Però mi devi spiegare meglio cosa pensi della mia voce.
V.: Mi piace, è troppo carina! Però è un po’ contrita, non esprimi tutto…
P.: Pensi che non esprimo tutto in questa intervista o credi che sia sempre così?
V.: Non so, forse per quello che mi hai scritto, si sente che c’è qualcosa, pensieri che ti permeano il tono della voce…
P.: … senti, io adesso trascrivo l’intervista, spero di farcela per oggi (è venerdì, sono le sette e mezza di sera). Il problema è che devo uscire…
V.: Ma le interviste in genere escono il venerdì, vero?
P.: Sì. Se Luccone non avesse tergiversato… Comunque la trovi o stasera o domani mattina. Al massimo stasera ci sarà un post vuoto.
V.: Che bella questa cosa dell’intervista… Va bene, tanto io stasera torno tardissimo…
P.: Che fai?
V.: Vado a teatro.
P.: A vedere cosa?
V.: Non so, forse Gioele Dix. Mi aggrego a delle altre persone, siamo tanti…
P.: Ok, buona serata. Ciao!
V.: Ciao, pregiatina, ciao!
 
Come avrà fatto la pregiatina a convincermi? Ora comincio a capire perché sono in tanti a voler essere intervistati da lei… Dico solo che ieri sera ho cominciato a tradurre alle 23:45 e che dopo dieci minuti dormivo. Tutta la notte con il pc acceso e le finestre spalancate. Brbrbr.
Conobbi Victoria, che impressione chiamarla così!, a uno dei tanti corsi a pagamento (attenzione Baraghini li fa gratis) che si fanno in giro per imparare qualcosa dei funzionamenti editoriali. Senza nemmeno sapere come fosse fatta, dialogavamo via email e per me poteva essere un volto o un altro, ci siamo dati appuntamento alla metro Cipro per andare, non ricordo a fare cosa, all’agenzia letteraria (si fa per dire) che organizzava il corso e che almeno, prima di sbagliare a selezionare il destinatario di unXemail (domanda, maschile o femminile?) mi pagava profumatamente. Da quel giorno, ogni volta che m’ha visto, e non sono state poche, casuali e no, Bruno Fontana, il direttore di quell’agenzia e quello che ricevette l’email non diretta a lui, mi ha visto con *****, pardon Victoria, che quindi per lui è la mia fidanzata. E in questa piccola porzione di realtà lo è davvero.
Il fidanzato vero di Victoria, M., è una persona eccezionale, ci conosciamo solo telefonicamente e sono almeno due anni che ripromettiamo di vederci. L’ultima volta ci siamo andati vicino. A proposito ho in mente di farci una mangiata di kebab tutti insieme, voi del blog dico, io però non so se verrò, al mitico posto a via Merulana. La prossima settimana.
Ah, alle botteghe fateci un salto. E compratevi il libro di Schulz. Tra i migliori venti di tutti i tempi.

22 aprile 2005

La pregiatina sul rasoio della Cilento

Ore 23:20, quasi un chilometro per la stazione Termini. Gli autobus non passano. L’ultima metro parte dal capolinea, Rebibbia, alle 23:30. Passo svelto, la stanchezza che si scioglie con la stanchezza. Sentivo il digrignare della pregiatina, un frastuono di denti, di imprecazioni. Oggi tutto il giorno fuori. Non sarò mai a casa prima delle 0:00. La pregiatina di sabato è un oltraggio, uno sconfinamento, se la Cilento lavora a Eboli la pregiatina si deve fermare al limitare del venerdì. Ma di venerdì. Il sistema di Splinder è inesorabile, logico, crudele. Dopo il venerdì c’è il sabato. Sms a Elvira: “Metti un post vuoto, la password è xxxxxxxyx”, piedi gonfi, i vestiti che non voglio più addosso, pizzicorio sulle gambe, l’alcol che s’infonde delicato. A Termini non si riesce ad accedere alla metro B per via della chiusura della A, dopo le 21:00. Ore 23:44 sono alla metro Cavour. Ultima metro. Scendo a San Paolo. Oggi non ho la macchina, nemmeno mi dispero di questa assurda coincidenza di cui mi ero dimenticato. L’ultimo autobus parte dal capolinea, Piramide, alle 0:00. Ho tutto il tempo per sfottere la pregiatina, per indovinare chi avrà intervistato. In lontananza, sogno o son desto?, un autobus in fiamme. Sarà un carnevale di fuochi d’artificio o cheneso. Guardo meglio, parlo al telefono, mi dicono che sono un po’ brillo, e mi convinco dei fuochi d’artificio, ma no! È un autobus in fiamme. Intanto defilato passa il mio autobus, salgo. Scatto foto alle fiamme. Puntino in lontananza. Sull’autobus condivido il mio posto con due cani. Nove fermate, alla mia, prenotata, l’autobus prosegue dritto. Altri trecento metri. Scarpe un po’ più strette, maggiore stanchezza sempre più sciolta, sete, pensieri e basta.

Antonella Cilento, scrittrice, critica e insegnante di scrittura (www.lalineascritta.it), ha risposto con entusiasmo alla mia mail. Al telefono, poi, nessuna domanda sul mio nome, la mia identità, la mia provenienza: solo gentilezza, simpatia e disponibilità.
Trascrivo per voi la nostra conversazione e regalo a lei fiori di campo, spontanei e colorati.

(giovedì 12.30)
Pregiatina: Ciao, Antonella, sono La pregiatina.
Antonella: Ciao, bella!
P.: Ti ho telefonato al numero fisso che mi hai dato, non c’eri.
A.: Sì, sto lavorando, sono a Eboli.
P.: Allora ti chiamo stasera, non ti disturbo.
A.: Va bene, stasera o domani mattina.
P.: Ok, cerco stasera.
A.: Va bene, ciao!
P.: Ciao.

(giovedì 21.00)
Pregiatina: Buonasera, potrei parlare con Antonella? (mi ha risposto una voce maschile)
Lui: Sì, un attimo.
Antonella: Pronto?
P.: Ciao, sono sempre io.
A.: Ciao!
P.: Come stai?
A.: Bene, un po’ stanca…
P.: Sì, lo immaginavo. Non ti rubo molto tempo.
A.: No, non ti preoccupare.
P.: Vorrei cominciare dal tuo ultimo libro, Non è il paradiso.
A.: Sì, ma non è l’ultimo, nel 2004 è uscito Nero napoletano.
P.: Scusami, questo mi è sfuggito.
A.: Figurati, non fa niente. (ride leggermente)
P.: Partiamo comunque da Non è il paradiso. Tu qui hai analizzato e criticato fortemente il modo di fare cultura a Napoli, dalle case editrici ai premi letterari. Hai denunciato mezzi sporchi, clientelismo… Credi che la situazione riguardi solo Napoli, il Sud, o sia estendibile a tutta l’Italia?
A.: Penso che ci siano molti elementi comuni a tutta l’Italia, per quello che conosco, che mi è stato restituito. La gestione della cultura è ovunque complicata, anche se poi c’è una peculiarità di Napoli, del Sud, una difficoltà legata a un certo provincialismo meridionale.
P.: Tu sembri molto legata al Sud, ma qual è la tua ricezione nel resto d’Italia?
A.: Ho lettori dappertutto, anche se sono radicata nel mio territorio, ma ho una scuola di scrittura anche a Bolzano, per esempio. Alcuni libri, comunque, hanno una ricezione maggiore a Napoli.
P.: Per quanto riguarda ancora Non è il paradiso, vedo che è stato pubblicato da Sironi. C’è un motivo particolare, forse le case editrici napoletane si sono rifiutate di pubblicare un libro che in qualche modo le denunciava?
A.: No, le cose non sono andate proprio così. Io sono un’autrice Guanda, ho pubblicato tutti i miei libri con Guanda, anche il prossimo che uscirà a ottobre. Solo il primo libro l’ho pubblicato con Avagliano, una casa editrice di Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno. Per Non è il paradiso ho invece avuto una committenza specifica, da parte di Sironi, di Giulio Mozzi.
P.: Proprio a Mozzi volevo arrivare, mi sembra che siate molto legati. Cosa mi dici di lui?
A.: Giulio è un amico, abbiamo parlato insieme di questo libro, lui mi ha chiesto di scriverlo.
P.: Il nome della collana mi piace molto.
A.: Sì, Indicativo presente.
P.: Ma continua a parlarmi del tuo rapporto con Mozzi.
A.: Ti dicevo, siamo amici, con lui ho fatto molte cose insieme, è stato spesso mio ospite a Napoli, ai corsi di scrittura, come autore o come insegnante.
P.: Visto che hai parlato di nuovo di Napoli, dimmi qualcosa del tuo ultimo libro, Nero napoletano.
A.: Nero napoletano è un noir, ambientato nella Napoli di oggi, ma con un collegamento interno a una storia del passato. La protagonista lavora nell’ambito dei beni culturali, soffre di agorafobia, crisi di panico, le sembra di riconoscere nelle persone che incontra per strada i personaggi di quadri, e viceversa; alcuni la colpiscono in particolare. Inizia allora un intreccio con la storia di alcuni pezzi trafugati di Gian Battista Vico. Nel corso dell’indagine si capisce che il movente non è un semplice furto, ma una congiura di duecentocinquanta anni prima. La trama comunque è più complicata, non è tutta qui…
P.: Sì, certo, e comunque è meglio non svelarla tutta… Dimmi, invece, perché hai scelto un noir. Forse perché è un genere che va molto adesso?
A.: Il noir va molto da diversi anni, in Italia e altrove. Bisogna però vedere cosa c’è sotto l’etichetta. Il mio libro, per esempio, io non lo definirei totalmente un noir, non sono nemmeno amante del genere in particolare. A volte si tratta di etichette comode per la commercializzazione.
P.: Il tuo prossimo libro, invece, quello che esce a ottobre, che genere è?
A.: È una raccolta di racconti, si chiamerà L’amore, quello vero, se il titolo rimarrà questo… ma non dovrebbe cambiare. L’amore viene trattato in modo eterogeneo, da vari punti di vista, non tutti convenzionali.
P.: Stiamo per concludere… Vorrei che mi raccontassi qualcosa del portale che gestisci.
A.: Il portale segnala tutte le attività dei laboratori, che tengo quotidianamente. Alla gestione del sito dedico alcune ore al giorno, molto del materiale che immetto è opera dei ragazzi che collaborano con me.
P.: Per chi accede dall’esterno, si può avere un contatto diretto con te?
A.: Sì, c’è una mailing-list e comunque si può parlare direttamente con me, rispondo sempre io alle mail che mi arrivano. Poi tengo anche corsi on-line.
P.: Sei molto impegnata, scrivi anche su giornali…
A.: Sì, scrivo per L’Indice, Il Mattino di Napoli, Il Sole 24 ore Sud, che è l’inserto meridionale del Sole.
P.: Ok, allora ti lascio andare… Ti faccio sapere quando esce l’intervista… cioè, esce sicuramente domani, appena l’avrò trascritta… comunque ti faccio sapere.
A.: Va bene. Grazie.
P.: Ciao, grazie a te, sei stata gentilissima.
A.: No, ma di che… ciao.
P.: Ciao.

Ieri notte dimenticavo di dire che La pregiatina ha deciso che da ora in poi farà un dono, che è un po’ come il giudizio universale, a ogni intervistato: un’immagine, possibilmente uno dei suoi scatti. Un lato romantico sorprendente…

15 aprile 2005
La pregiatina incalza un Langone piuttosto riflessivo e pacato. Siamo d’accordo con lui, tra le altre cose, sulle trattorie, su Zeichen e sul Foglio che vi invitiamo a leggere. Anche on line
 
 
Solito rituale: invio di mail, richiesta di un recapito. Mi ha fatto aspettare (poco) per darmi il suo numero, poi mi ha accolto con una voce calma e una risata brillante.
Di seguito per voi, le spigolosità smussate di Camillo Langone, scrittore, editorialista e critico gastro-letterario.
 
Pregiatina: Ciao, Camillo, sono La pregiatina.
Camillo: Ciao.
P. Sei già in treno? (mi aveva scritto che sarebbe stato in viaggio, che avremmo dovuto parlare tra una galleria e l’altra)
C. No, sono ancora a casa.
P. Senti, io volevo cominciare dall’intervista che ho fatto a Carlotti. Tu l’hai letta?
C. Sì, sì…
P. Ecco, come avrai visto si è parlato di te. Io ti vorrei rigirare la domanda che ti ha fatto Carlotti: “Langone, tu che cazzo hai fatto?”…
C. Ah, devo rispondere a Carlotti?…
P. Sì.
C. No, dài, a te magari sì, ma Carlotti… poverino, non è in grado di fare domande!
P. Ma è vero che hai motivi di astio contro la casa editrice Fazi?
C. No, assolutamente. Lui dice cose che gli hanno detto, Carlotti non può saperne niente. Io sono un autore Mondadori, ti pare che mi metto a proporre un libro a loro? Anni fa fu Fazi a telefonarmi, dicendomi che voleva assemblare una serie di miei articoli che erano usciti sparsi. Fu così che lui fece quel libricino, Cari italiani vi invidio, con un titolo brutto, con una copertina brutta che lui aveva scelto. Io non ho mai proposto nessun libro a loro, nemmeno quello, figurati… Poi la storia del problema politico… puoi immaginare a Ferrara quanto poco possa importare di Fazi! E poi, per esserci un problema politico, ci dovrebbero essere delle idee politiche, e non mi sembra che Elido Fazi ne abbia…
P. Lasciando allora da parte queste polemiche, mi puoi dire se c’è qualche libro Fazi che ti piace?
C. Valentino Zeichen pubblica con loro: è un poeta molto bravo, è un amico, io lo stimo moltissimo. Adesso mi interessa anche La terza chiesa, di Philip Jenkins, lo vorrei prendere.
P. E di Carlotti, invece, mi dici chiaramente che pensi?
C. Nemmeno contro Carlotti ho niente, a livello personale. Ho comprato Klito, essendo un vecchio sporcaccione il titolo mi faceva sperare, e invece sono rimasto deluso. Non capisco perché tutti debbano pensare che ci sia sempre un complotto…
P. Anche Aldo Nove secondo te l’ha pensato?
C. Anche lui: “perché ce l’ha con me?”… Ma cos’è, gli ho rubato la fidanzata?! Aldo Nove non lo conosco personalmente, non c’è niente di niente. Semplicemente, ha scritto un libro pieno di errori.
P. Lui dice che non è vero, che di errore al massimo ce n’è uno…
C. Gli errori ci sono, l’ho ripetuto ieri sul Foglio (quando parliamo è mercoledì), lui non sa nulla, è solo uno triste. Ma lasciamo perdere Nove.
P. Torniamo un attimo a Carlotti allora.
C. Klito, la prima parte, insomma insomma… Pensa che io il libro l’ho perfino letto, a volte faccio finta di non leggere i libri, mentre ci sono quelli che non li leggono e invece dicono di averli letti. La prima parte, ero curioso, io sono sempre interessato alle descrizioni dei ristoranti, ma era tutta roba un po’ vecchia, roba da Vespa… sai, Vespa è famoso per sfondare le porte aperte, magari sa che c’è un vino buono e se ne esce con un “meraviglioso, è una mia scoperta!”… Klito mi ha deluso, ecco.
P. Scusa, ora torno invece a Nove. Prima non mi hai spiegato la storia dello pseudonimo: perché l’hai definito “vile”?
C. Per me uno pseudonimo è sempre vile, se tu scrivessi un libro come “La pregiatina” ti prometto che ti chiamerei vile. L’autore per me paga il prezzo di ciò che dice, con il suo nome, con la sua faccia: io sono molto per l’autobiografismo, la letteratura come verità.
P. Ti dà fastidio anche che io scriva su un blog come “La pregiatina”?
C. Tu non vuoi farlo sapere, un po’ mi dispiace. Forse ci sarà un motivo: magari sei una suora di clausura o magari lavori in un posto in cui ti licenziano se sanno quello che fai…
P. Ora lasciamo perdere me. Parliamo invece di ristoranti. Mi dici un giovane dove potrebbe mangiare a Roma? Forse alla Gallina bianca?
C. Non conosco La gallina bianca, non ci sono mai stato, io abito a Parma. Mangio bene in locali romaneschi da ottantenni, in trattorie di alto livello, soprattutto in questa stagione: ci sono le fave, le puntarelle…
P. E un giovane? dove potrebbe andare?
C. Mah, i locali di tendenza mi fanno tutti vomitare…
P. Non intendo necessariamente un locale di tendenza. Dico anche qualcosa di più abbordabile a livello economico.
C. Allora un posto che non mi fa schifo è il Trattoria, di nome e di fatto, di via Pozzo delle Cornacchie. Carlotti ce lo manderei…
P. In che senso?!…
C. No! (ride) Potrebbe trovarsi bene! Roma comunque non è il massimo dell’Italia, in nulla, è una Babilonia.
P. A proposito di altri scrittori, che pensi invece di Piperno?
C. Di lui penso pochissimo come persona, non lo conosco. Il libro… ecco, il suo libro non sono riuscito a leggerlo.
P. Perché non ti piaceva o perché non hai avuto ancora il tempo?
C. Non mi piaceva. È un libro medio, ma molto compiaciuto. Non sono d’accordo però con chi lo accusa di operazione mediatica. Nove per esempio non può lamentarsi: lui è un’operazione mediatica pura. Il problema del libro di Piperno è che ha una volontà di piacere e di piacersi, è disgustoso da questo punto di vista, stucchevole, sai, come le cose troppo dolci. Ma non per questo Piperno è un essere abominevole, “sei un mio nemico, ti odio!”… queste sono cose adolescenziali.
P. Tu, comunque, ti attiri molte inimicizie.
C. Sì, ma non si tratta di un problema personale. Per esempio, io attacco chi attacca Piperno, perché si capisce che lo fanno per invidia, che alla base c’è un “mi fa schifo perché ha successo”. Appartiene a un ceto medio, alla borghesia romana, ma comunque è uno scrittore, il libro è stato pubblicato non perché Piperno sia ricco: l’Italia è piena di gente così e di persone che scrivono, ma i libri non vengono pubblicati per questo.
P. Un’ultima cosa: hai visto la nuova rivista Giudizio universale?
C. Ce l’ho qui davanti.
P. Che ne pensi?
C. Boh. Ecco, di questa non ho ancora letto nemmeno un rigo. Vedo nomi, mi sembra un ambiente un po’ torinese… non che sia una colpa, è solo una constatazione. Magari l’idea è giusta, ma mi sembra strano, come un ghetto delle recensioni… Ecco perché Il Foglio è l’unico vero giornale letterario e si mangia tutti i supplementi di cultura che ci sono in Italia: perché può mettere la letteratura dappertutto, roba breve o lunga, a sorpresa. In Giudizio universale, invece, già sai cosa ti aspetta: a me non piace una rivista letteraria pura, perché la letteratura dev’essere mista alla vita.
P. Loro però recensiscono tutto, anche uffici, oggetti.
C. Sì, forse si sentiva un po’ la mancanza di una cosa del genere, ma vedo i nomi, so chi sono, sono persone che ogni giorno già scrivono su tutte le testate principali… non mi sembra che ci sia tanto spazio al nuovo.
P. Se però leggi all’interno, vedi che vogliono aprirsi a nuove firme.
C. Visto, visto… chissà, forse l’idea non è sbagliatissima.
P. Senti, la nostra intervista è finita. Tu ora parti?
C. Tra un paio d’ore.
P. Allora buon viaggio e grazie, Camillo.
C. Grazie a te.
P. Ciao.
C. Ciao. 

8 aprile 2005
La pregiatina intervista un giovane illuminato. Lui starebbe bene tra di noi nel blog. Edoardo si faccia avanti!
 
Settantacinque anni, un nome per l’anagrafe e uno per gli amici: Edoardo “Eddy” Salzano (www.eddyburg.it), urbanista, è stato professore, presidente del corso di laurea e preside della facoltà di Pianificazione del territorio dell’università IUAV di Venezia.
Nato a Napoli, ha vissuto a lungo a Roma e da trent’anni abita a Venezia.
È stato consigliere comunale a Roma e Venezia, assessore comunale a Venezia, consigliere regionale nel Veneto.
Mi sono imbattuta in lui inciampando nel suo sito, ricchissimo, e anche a lui ho scritto, chiedendogli un recapito telefonico: me ne ha dati tre, l’ho cercato fra Venezia, Trento e la Toscana. Alla fine l’ho trovato.
 
(lunedì, nove di sera)
Pregiatina: Professor Salzano? Buonasera, sono La pregiatina. Finalmente.
Eddy: Ah, ciao. Ci possiamo dare del tu?
P: Sì, certo. Però le… ti devo dare una brutta notizia: io stasera non posso parlare a lungo, vorrei sapere se ci possiamo sentire domani mattina.
E: Sì, va bene. Ma da dove chiami?
P: Questo non lo posso dire.
E: Chiami da Roma. Si capisce da come parli.
P: Mah.
E: Però non sei proprio romana… hai qualcosa di strano nella parlata.
P: Nemmeno questo posso dire. Adesso però devo scappare. A che ora ci possiamo sentire domani?
E: Eh, presto. Tu a che ora ti svegli?
P: Io mi sveglio sempre molto presto, ma “presto” è un concetto relativo…
E: Sì, diciamo alle nove?
P: Alle nove va benissimo, io mi sveglio molto prima. Ci sentiamo allora domani.
E: Va bene, ciao.
P: Ciao.
 
(martedì, nove di mattina)
Pregiatina: Buongiorno, sono sempre io, La pregiatina. Disturbo?
Eddy: Buongiorno, ti aspettavo. Un attimo che spengo il cellulare (spegne il cellulare)
P: Allora, vorrei che innanzitutto mi facessi una brevissima presentazione di te, mi dicessi quali sono secondo te le cose essenziali.
E: Sì, aspetta che spengo la radio (spegne la radio). Dunque, sono un urbanista, sono stato professore universitario e preside della facoltà di Pianificazione del territorio a Venezia.
P: Hai settant’anni, vero?
E: Settantacinque.
P: Ma una voce molto più giovane.
E: Solo la voce…
P: Senti, io sono arrivata a te tramite il sito, vorrei cominciare a parlare di questo. È ricchissimo, quanto c’è di te e quanto tempo ci dedichi, come fai?
E: C’è tutto di me, quasi tutto. Vedi, io mi alzo presto la mattina, poi adesso il lavoro è di meno, qualche consulenza per qualche Comune, qualche lezione all’università: il tempo c’è.
P: Che cosa significa per te la cura del sito?
E: Significa condividere qualcosa con gli altri.
P: Tu hai dato uno sguardo al blog di cui ti ho scritto?
E: Quello dove fai le interviste?
P: Sì, quello. Vorrei sapere che te ne pare.
E: Mi piace. Ho letto le tue interviste, sono molto divertenti, fresche. Sembrano una trascrizione fedele. Ma questo non lo posso naturalmente sapere.
P: Mi hai detto in una mail che hai letto l’intervista a Carlotti e che ti saresti trattenuto dal farmi domande, pur essendo curioso. Sei curioso di Carlotti, vuoi sapere qualcosa di lui?
E: No, sono curioso di te. Vorrei sapere perché ti chiami proprio “La pregiatina”, a me sembra il nome di una ditta di pulizie domestiche, come “La rapida”… Poi vorrei sapere perché tu sia tanto curiosa, con tutte queste domande che fai in giro…
P: L’ho detto anche a Carlotti, “La pregiatina” è il nome che mi ha dato Luccone, la persona che gestisce il blog, ma non posso spiegarti tutto.
E: E va bene. Chi dirige un blog ha sempre ragione…
P: No, Luccone non ha sempre ragione.
E: Diciamo che ha la meglio…
P: Diciamo così. Per il resto, sono una persona molto curiosa. Adesso, però, non puoi farmi più domande. L’intervista è la mia.
E: D’accordo. Rispetto questo tuo diritto.
P: Continuiamo a parlare dei blog. Quello per cui scrivo io ha un pubblico di trentenni, almeno per quanto possa immaginare. Cosa ti piacerebbe comunicare a delle persone di questa età?
E: Mi interesserebbe capire cos’hanno in testa. I trentenni di oggi sono nati nel 1975, dopo che erano successe tante cose, la guerra, il dopoguerra, la ricostruzione, lo sviluppo della democrazia, le lotte sociali. In quegli anni si lottava e ogni cosa, per quelli della mia generazione, porta ancora oggi i segni della fatica, dei sacrifici, ogni cosa ha il sapore del sudore e del sangue.
P: E per i trentenni di adesso?
E: Quelli nati dopo quel periodo considerano certe cose acquisite, tanto tranquille che si possono perdere. Penso per esempio ai piani urbanistici, allo sforzo enorme che abbiamo dovuto fare per conquistare spazi pubblici, giardini, a suon di convegni, scioperi, raccolte di firme… Oggi nessuno se ne frega più niente. Penso alle lotte per il diritto al lavoro e vedo che oggi il lavoro è precario e nessuno si organizza. Quando racconto queste cose agli studenti, loro sgranano gli occhi perché ancora non hanno vissuto abbastanza. Ma loro hanno vent’anni. Per i trentenni le cose dovrebbero già essere diverse.
P: Una generazione “smidollata”?
E: Io non lo so, non so se lo siano: esprimono poco, contano poco. Basta guardare ai dirigenti politici. Tutte persone mature: di trentenni non se ne vede nessuno.
P: Non credi che ciò avvenga perché ormai tutti i posti sono occupati e tenuti ben stretti dai padri? A me sembra che la situazione sia difficile, che oggi ci sia obiettivamente meno spazio rispetto ad alcuni decenni fa. In più c’è maggiore folla, di tutti giovani iperspecializzati che non sanno dove collocarsi.
E: Ma lo spazio non esiste così in natura, appena c’è uno spazio libero subito viene occupato. Se hai uno scaffale pieno di libri, devi buttare via tu i vecchi libri per fare posto a quelli nuovi. Lo spazio va conquistato. Noi abbiamo avuto per così dire la “fortuna” di vivere in un momento difficile, in cui la legge era “o ammazzare o essere ammazzato”.
P: Tu dove hai vissuto?
E: Per vent’anni a Napoli, per altri venti a Roma, poi a Venezia.
P: Che ricordi hai di queste città? Dove vivevi a Napoli?
E: Al corso Vittorio Emanuele, all’incrocio con via Tasso.
P: Un posto bellissimo.
E: E tu che ne sai?
P: Conosco bene molte città e lì c’è un panorama incredibile.
E: Sì.
P: E com’era Napoli allora?
E: Splendida. C’era tanta campagna aperta, la collina dei Camaldoli era piena di verde. Ora invece ci sono palazzoni ovunque. Per fortuna la bellezza naturale del sito salva ancora i disastri degli uomini.
P: E Roma invece?
E: A Roma ho vissuto molto bene, in tantissime case.
P: Dove?
E: A viale Buozzi, piazza San Giovanni, sulla Cassia, via Pompeo Magno. Giravo in vespa, era bellissima Roma, c’era un clima caldo; ricordo a maggio, quando l’asfalto si scioglieva. Una volta ho contato i giorni in cui non ho preso la vespa: solo undici in un anno. Ricordo il Ponentino, la gente. Ma ricordo anche un’altra Roma e mi viene in mente un piccolo documentario che girò Gregoretti: sulla “frittata di Roma”, sull’espansione della città; simulava la crescita della città fino al Gran Sasso. Oggi Roma è molto questo.
P: E cosa ti è rimasto della tua esperienza politica a Roma?
E: Come fai a dirlo? Tutto e niente, quello che sono.
P: Poi ti sei stabilito a Venezia.
E: Sì, anche se vado moltissimo in giro, come hai scoperto. Venezia, comunque, è la città più bella del mondo.
P: Addirittura? Perché?
E: Non ci sono automobili, il tempo scorre lento, non ci sono ansie, il tempo per andare da un punto all’altro è piacevole. A Roma, invece, ti devi infilare in una scatola di latta o in un tubo della metropolitana, o no?
P: Non puoi chiederlo a me. Io sono una che cammina molto.
E: Ma in una città come Roma, per esempio, le distanze sono troppo grandi, come fai? A Venezia, invece, il tempo passato in vaporetto o per strada è una gioia.
P: Sì, ma Venezia non mi ha mai convinta, è una città tagliata per i turisti.
E: Questo è vero. I turisti l’hanno invasa. La situazione da questo punto di vista è molto degradata rispetto a quando ci sono venuto io.
P: Nemmeno il clima mi convince, troppo umido, troppo grigio. Uggioso.
E: Però, però, però… Venezia con la nebbia è suggestiva.
P: A proposito di Venezia, commentiamo le elezioni.
E: A Venezia è un casino. Secondo me avremo un sindaco di sinistra eletto con i voti  del centro e della destra. Al momento Casson è attorno al trentasette per cento, Cacciari al ventitré e Campa al venti. Ora si deve andare al ballottaggio, ma probabilmente vincerà Cacciari con i voti della destra. E questo dimostra lo sfascio.
P: Tu devi aver avuto spesso a che fare con Cacciari. Cosa pensi di lui?
E: Lo ammiro molto per certi aspetti, ma non come sindaco.
P: Lo ammiri come intellettuale?
E: Come intellettuale, ma anche come politico prima di fare il sindaco. Come sindaco è stato trascinato da una certa sinistra che chiede “meno lacci e lacciuoli”, “governare meno” eccetera. È devastante.
P: E le elezioni nel resto d’Italia?
E: Ah, dal mio punto di vista sono andate benissimo. Berlusconi finalmente è stato fermato, in gran parte per merito di Prodi che ha risposto alle attese di una vasta fetta del Paese, del centro-sinistra ma anche della destra. Si tratta di tutti quelli che hanno paura dell’aumento dei prezzi, delle azioni contro la Costituzione, di una politica in cui si tagliano le tasse agli amici e si alzano agli altri.
P: Di Nichi Vendola cos’hai pensato?
E: Sono stato molto contento, è una persona di grande equilibrio, coraggio, semplicità. La semplicità è una cosa importante. Poi c’è una piccola cosa che ho notato e che mi ha fatto molto piacere.
P: Che cosa?
E: Sia Marrazzo sia la Bresso hanno detto che non vogliono essere chiamati “governatore”. Una cosa del genere l’aveva fatta prima solo Renato Soru, presidente della Sardegna. Quello di “governatore” è un titolo che non è previsto da nessuna legge, ma echeggia una tradizione degli Stati Uniti e fa pensare a un “qui comando io”. Marrazzo e la Bresso  hanno invece voluto dire “sono quello che coordina per lavorare con gli altri”. È una piccola testimonianza, ma spesso sono quelle più importanti. Tu cosa pensi invece delle elezioni?
P: Il risultato secondo me era molto prevedibile. Ora bisogna vedere cosa farà la sinistra, se saprà dare un contenuto sostanziale al suo essere l’alternativa obbligata.
E: Hai perfettamente ragione. Tu però sei romana, ma hai echi di un accento diverso…
P: Sei molto curioso. Ora farai ricerche sul mio conto?
E: Solo le ricerche che usciranno dalla tua bocca. Tu mi vuoi chiedere qualcos’altro?
P: No, per ora va bene così. Ciao.
E: Ciao.