Archive for the ‘dentro il quotidiano’ Category

Buttafuoco su Renuntio Vobis di Perroni e su papa Francesco

9 marzo 2015

[…] L’elezione di papa Francesco è seguita alle dimissioni di papa Benedetto XVI. Non è con la morte di una papa che se n’è fatto un altro e la presenza di due pontefici, quella che in altri tempi avrebbe determinato uno scisma, nella beata epoca dei beoti ha assunto un tono easy. Il vecchio è sceso dalla Croce per sparire dalla scena e chiudersi – confortato da musica, studi e preghiere – in un eremo. In circostanze solenni, invece, i due – il bavarese e l’attuale regnante, l’argentino – hanno raddoppiato l’effetto bianco: due di un trono doppio, quello di mistificazione e rinuncia.
L’elezione di Bergoglio sorge dalla rinuncia dell’ultimo successore di Pietro. Un segno più che un lapsus. Un potente scrittore, Sergio Claudio Perroni, con Renuntio vobis (edizioni Bompiani) ha saputo ricostruire in un dialogo (con le parole delle Sacre Scritture), l’incontro tra il vecchio che getta l’Anello del Pescatore e il suo unico interlocutore possibile, la verità del Sacro.
È venuto dalla fine del mondo, Papa Francesco. Ecco, il lapsus. Ha preso un nome che gli ha permesso di numerare col principio ma tutto il suo teatro è un ammiccare alla fine. Ogni suo gesto – dalla valigetta ventiquattrore all’appartamento di Santa Marta, svuotando il Vaticano – è un prologo al finale. Attento, in ogni sua azione, a ricavarne il plauso dello spirito del tempo, volge tutto in parodia.
Chiama Marco Pannella durante uno dei suoi digiuni quando prima di questa scenetta, con altra tempra, e con più rovente battaglia, Giovanni Paolo II scriveva una lettera a Bobby Sands, l’eroe della libertà d’Irlanda. Lo supplicava d’interrompere il digiuno e gli inviava – certo di non poter smuovere dal proposito di lotta quel guerriero – la Croce d’oro con cui i fedeli di San Patrizio avrebbero poi aperto il corteo funebre di Bobby Sands, combattente dell’Esercito repubblicano irlandese.
Piace alla gente perché fa arrestare un vescovo pedofilo, alza i lai contro l’omertà e le complicità della Chiesa ma,forte della buona coscienza proprio dell’Inferno, fa un errore blu in punto di caritas se non di pietas: non combatte il peccato, mette le manette ai peccatori. Papa Francesco, perfetto per i souvenir delle bancarelle, sembra sparlare da una centuria di Nostradamus. È nel finale di partita perché sacralità e carisma, con lui, sono optional.
Non è un Papa, è solo il direttore generale di un Cda la cui ragione sociale è umana, troppo umana. […]

Pietrangelo Buttafuoco, Il Fatto, 9 marzo 2015

La biblioteca e i lettori di Zadie Smith

7 marzo 2015

Zadie Smith

Dove scrive?
Generalmente in biblioteca. Qui a Londra lavoro alla Kilburn Library, ma non è il tipo di biblioteca dove la gente legge. Indosso le cuffie antirumore perché c’è chi è al telefono, chi guarda i video, ci sono i bambini che cantano, un gruppo che lavora a maglia. La settimana scorsa c’è stata una scazzottata. A volte la bibliotecaria mi chiede: “Stai scrivendo un libro, Zadie?”. Ci sto provando, rispondo.
Non sono felici di averla lì, non è una celeb?
La bibliotecaria sa chi sono, ma la gente qui non mi sembra particolarmente interessata ai libri, mi conoscono perché vivo in questa zona da sempre […].
Pensa di essere severa con sé stessa?
Sì, ma è normale per uno scrittore. Trovo difficile leggere quello che ho scritto in passato, non sempre mi convince.
Non le basta il giudizio di milioni di lettori?
Stesso discorso. Il sì di mille persone alla fine non conta quanto il no di un singolo lettore, sperduto nell’Iowa…

Zadie Smith, intervistata da Paola De Carolis per Io Donna, Corriere della Sera, 7 marzo 2015

Roger Federer e lo stupore perpetuo

1 dicembre 2013

[…] Sotto due set a uno, e nel pieno della bagarre di un tie break che lo vedeva rincorrere 8-7, Federer risponde banalmente alla prima di servizio del suo avversario. La palla rimbalza annoiata nella metà campo di Nadal, al centro dei due quadrati che delimitano le aree di servizio. Lo spagnolo si avventa sulla palla. È come se nella sua testa già sentisse il rullo di tamburo che accompagna un’esecuzione. Deve solo aspettare che arrivi all’altezza giusta e farsi trovare lì per colpirla con il suo dritto in topspin che nella stessa partita gli è già valso qualche decina di punti. Ha tutto il campo davanti a sé, basta aprire la racchetta. Invece decide di incrociare. E tira laddove Federer è rimasto dopo la sua risposta. Confida, lo spagnolo, che potenza, effetto, angolazione e precisione impressi al suo colpo siano sufficienti per forzare l’errore del suo avversario. Si gioca sull’erba, la palla schizzerà via come un ciottolo sull’acqua al primo rimbalzo. Sì, magari potrebbe colpirla — pensa Nadal — ma la palla scivolerà docile e rasoterra a rete o decollerà via sulla tribuna alle spalle dell’arbitro. Di sicuro in campo non ci resta, dice Nadal mentre carica il colpo. Il riflesso di Federer è immediato, così come la torsione delle sue spalle. Equilibrio e lombari sono in lui ancora un’equazione perfetta. Il braccio è teso e il movimento dura un istante. Quello che impiega la pallina a sfilare sopra alla rete e alla destra di Nadal che, immobile, può solo togliersi le ultime ragnatele dagli occhi con il suo polsino. Ora, colpi come questo sono colpi che uno come Roger Federer continuerà a mettere a segno. Fosse anche solo un punto a partita, debilitato da un busto ortopedico o fasciato in comode scarpe da barca: Federer riuscirà sempre a imprimere a un gesto un significato di meraviglia che non avrebbe potuto essere altrimenti. Bello e buono sono categorie necessarie (non sempre), ma non indispensabili per eccellere nello sport. Consistenza, efficacia, costanza sono i mattoni su cui si costruiscono solide carriere. Il privilegio di esser stati contemporanei di Federer è quello di aver assistito al momento in cui la bilancia del tennis ha dovuto ricalibrare le unità di misura in sua funzione.

Ronald Giammò, “L’importante è finire”, Il Foglio, 23 novembre 2013

La rassegna stampa di agosto

5 settembre 2012

rassegna agosto 2012

 

“La dimensione economica implosa si è mangiata tutta la vita”. Antonio Moresco

La rassegna stampa di maggio

12 giugno 2012

Rassegna stampa di maggio

Meglio non leggere proprio

9 marzo 2012

Malgrado l’opinione di Roberto Calasso, credo che i lettori italiani siano peggiorati negli ultimi trenta-quarant’anni. Non c’è da meravigliarsi. La generazione letteraria del 1910-1924, che pubblicava i propri libri attorno al 1960-1970, è stata la più ricca e feconda apparsa da secoli nella letteratura italiana.
I lettori ereditavano le qualità degli scrittori. Erano lettori avventurosi e impavidi, che non temevano difficoltà di contenuto e di stile, fantasie, enigmi, allusioni, culture complicate e remote. In quegli anni libri bellissimi ebbero un successo che oggi non si potrebbe ripetere. Penso sopratutto a due casi. Quello dell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera; e quello delle Nozze di Cadmo e di Armonia di Roberto Calasso. Non si era mai visto un così arduo libro di saggistica, fondato su una analisi rigorosa dei testi, conquistare un pubblico tanto vasto, e ripetere il suo successo in ogni Paese.
Oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho. Intanto, continua la scomparsa dei classici. Gli italiani non hanno mai letto Dickens e Balzac. Oggi, anche Kafka (che nel l970-80 era amatissimo) va a raggiungere Tolstoj e Borges nel vasto pozzo del dimenticatoio. Per fortuna, restano i poeti: o, almeno, una grande poetessa, Emily Dickinson.
Anche i numeri stanno calando. Negli ultimi mesi le vendite dei libri – sia delle clamorose novità sia del lento catalogo – sono discese di circa il 12 per cento rispetto agli anni precedenti: così mi dicono. È una vera catastrofe editoriale, alla quale speriamo che portino rimedio i prossimi mesi dell’anno. La spiegazione è ovvia: la crisi economica si è allargata e si è estesa. Ma niente è meno costoso, e tanto indispensabile, come il piacere della lettura.
Il principale rimedio è la diminuzione del prezzo dei libri. Molte case editrici ricorrevano, negli anni passati, a un sistema di vendite scontate (del 20 o 30 per cento) in alcuni mesi dell’anno, specialmente ottobre, novembre, dicembre. I risultati economici erano notevoli. La cosa mi sembra perfettamente legittima. Non vedo perché una casa automobilistica possa abbassare, per qualche mese, i prezzi delle vetture, e una casa editrice non possa diminuire quelli dei libri. Ma, nel 2010, è accaduta una cosa inverosimile. Sottoposto a non so quali pressioni, il governo ha di fatto ucciso le vendite straordinarie dei libri, o le ha ridotte al minimo. L’industria editoriale italiana è gracile e fragile. Se non si vuole farla affondare completamente, il provvedimento del 2010 va assolutamente abolito. Ogni editore venda i propri libri al prezzo che preferisce.

Pietro Citati, “Dan Brown, Coelho, Faletti: bestseller da non leggere”, Corriere della Sera, 9 marzo 2012

Se fallisci

9 febbraio 2012

In un commento a una sua intervista online un lettore diceva “oh sì, sappiamo che cosa sta cercando da anni. Il grande premio…”
Quale?
Il Nobel.
Ahahahahhahha! Nooo. Un Nobel è l’ultima cosa che mi interessa. L’ha vinto anche Kissinger. Non mi piacciono i premi. Che ci fai? Telefoni a tua madre per dirglielo? In India la gente è ossessionata dai premi, se accendi la tv c’è sempre qualcuno che vince qualcosa e tutti applaudono, è la fantasia della classe media. Ha senso darli a uno sconosciuto, per chi è già famoso, invece, che senso ha?
Che significa avere successo?
Quando ero bambina avevo uno zio pazzo che ha cambiato il mio modo di pensare. Avevo tre anni, era il mio compleanno. Tutti mi dicevano che dovevo studiare duro ed essere la prima della classe. Lui mi mostrò una collanina e mi chiese: “La vuoi?”. Dissi di sì. E lui: “Te la darò se fallisci”. Mi fece riflettere. Il successo è molto meno interessante del fallimento. E avere successo in un mondo di cui sono critica non è semplice. Tutto quello che faccio non è solo per me, e il successo mi permette di dire quello che voglio, ma allo stesso tempo mi espone di più alle critiche. Chi dice “il suo scopo è vincere un premio” non capisce la furia e l’amore per le cose che sto cercando di proteggere.
Ci piace la lezione di suo zio sul fallimento e sulle aspettative.
La paura di fallire è minore della pressione delle aspettative, per esempio quella di scrivere su richiesta su quello che sta per essere impiccato o la costruzione di un’altra diga… Se fallisci… Se stai scrivendo un romanzo le chance di fallire sono molto alte. Puoi farlo solo sapendo che puoi fallire, altrimenti non stai sperimentando. Io scrivo perché devo, perché sarebbe troppo umiliante non farlo.

Intervista a Arundhati Roy, D della Repubblica, 17 dicembre 2011

La rassegna stampa di gennaio

6 febbraio 2012

6 novembre 2011

Il Cantico dei Cantici di Tonon

Non so che "romanzo tremendo" stesse scrivendo Emanuele Tonon, quando per l'intervenuta morte della madre l'ha tralasciato per La luce prima. Di certo tra questo e le due parti di cui si compone il "romanzo eretico" d'esordio, Il nemico (rispettivamente Sotto il sole di Lucifero e Il nemico) c'è più d'una continuità, pur nel proporsi con modalità stilistiche differenti. A ben vedere son tre racconti in forma sostanzialmente epistolare, ma con tratti espressivi quasi "orali": più attenuati nel primo, Sotto il sole di Lucifero, dal titolo bernanosiano, ove il Tu s'intrometteva nella narrazione in terza persona; con l'Io che slitta spesso nel Noi del Nemico; e un Io-Tu da soliloquio in forma scritta in La luce prima. Di più: sono racconti in mortem. Romanzi "di perdita". Perdita del padre "legale" Settimo, nel primo caso. Perdita di figliolanza, e al tempo stesso d'un Dio di cui, pur bestemmiato, "non posso fare a meno" nel Nemico, con la "sposa muta" Marta controfigura del Dio muto. Perdita della madre Enza, "luce prima" e "amore mio primo" nell'ultimo. Con modalità rappresentative diversificate dal diverso porsi psicologico-esistenziale dell'autore, stante una maggiore oggettivazione in Sotto il sole di Lucifero; una sorta di Cantico dei Cantici a rovescio, incrociato con Giobbe, nel Nemico, onirico e funereo, blasfemamente apocalittico nella propria disperazione da imperversare d'un Male che radica la sua insensatezza nel silenzio di Dio, con la desacralizzazione espressa mediante il ricorso stesso alle parole sacre; una "visione" che vuol tradursi in "canto" più che in racconto, in La luce prima: per una testimonialità dilaniata da sensi di colpa tesa, tra ricordi personali e testimonianze raccolte, a ricomporre la figura della piccola madre, restituendole nel ricordo la "vita ricevuta". Una ricomposizione che attraversa la vita di Enza che, per tenere quel "figlio terribile", "sbagliato che non doveva nascere", Emanuele ("Dio con noi"), cui da forte lettrice comunica l'"amore per la parola scritta", abbandona incinta e scacciata la natia Calabria per Napoli; va sposa per procura a Settimo che in La luce prima appare come "figura d'una ferocia da carneficina che subiva a sua volta la carneficina dell'esistenza" […] trasferendosi a Cormons; lascia Settimo per Luciano, con Emanuele che a sua volta fugge facendosi sacerdote francescano; torna infine da Emanuele che, ridottosi allo stato laicale, si fa operaio e operatore informatico, portandosi però appresso il senso del sacerdos in aeternum. Una ricomposizione da Cantico dei Cantici all'"amata" scritta di petto, quasi sotto una scorta di ruysbroeskiana dettatura dello Spirito Santo, con quella che chiama "lingua di fuoco" impregnata di terminologia biblica, in cui passato e presente si contorcono indissolubilmente. E un passo in avanti rispetto a Il nemico, riunificando in unum il meglio di quelle sue due parti: la più narrativa di Sotto il sole di Lucifero e quella più gridata del Nemico, stilisticamente elaborata con sintassi e tono che ha in sé pregi (la scarnificazione) e difetti (la retorica) dell'urlo. Il cui tono da Lamentatio s'intride ora di dolcezza, sia pur straziante, nel tradursi in evocazione di una madre che passa gradualmente da figura fantasmatica a realtà resuscitata dalla parola.

Ermanno Paccagnini, "Emanuele Tonon: urlo di disperato amore per la madre perduta", Corriere della Sera, 6 novembre 2011

30 settembre 2011
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