Archive for the ‘dentro lo stile’ Category

Io non dormo quasi più

16 luglio 2017

Potrei svegliarti all’ora che desideri, per fare domattina la collina. Potrei svegliarti alle tre. Per me non è disturbo. Io non dormo quasi più. Sto distesa, con gli occhi larghi, e penso a niente o alla morte.

Beppe Fenoglio, Una questione privata, Einaudi

La lama di Fritz Leiber

20 giugno 2017

 

FritzLeiber

Se non altro, quel giorno il cielo era più limpido e soleggiato. Il forte vento dell’ovest stava spazzando l’aria. Le piccole vette lontane oltre le città dell’East Bay e a nord, verso Marin County, spiccavano nitide. I ponti risplendevano. Persino il mare di tetti oggi sembrava calmo e amichevole.
A occhio nudo, Franz localizzò la fessura dove pensava dovesse trovarsi la sua finestra – il sole la stava illuminando in pieno – e poi tirò fuori il binocolo. Non perse tempo a metterselo al collo: sentiva di avere la presa salda. Sì, il rosso fluorescente si vedeva benissimo, spiccava tanto che sembrava riempire l’intera finestra, ma occupava solo la parte in basso a sinistra. Accidenti, si poteva distinguere quasi il disegno… No, non si poteva arrivare a tanto, le linee nere erano troppo sottili.
Ecco la risposta ai dubbi di Gun (e suoi) sulla finestra giusta!
La visibilità era proprio eccezionale, quel giorno. Il giallo chiaro della Coit Tower su Telegraph Hill (un tempo la struttura più alta di “Frisco” mentre oggi una bazzecola tra le tante) risaltava contro l’azzurro della baia. E l’Hobart Building, a forma di nave, la poppa con le sue finestre ricurve come la cabina dell’ammiraglio di un galeone, maestosa e carica di decorazioni, contro le austere striature d’alluminio del nuovo Wells Fargo Building che torreggiava su di esso come un cargo interstellare in attesa del decollo. Franz continuò a guardarsi intorno col binocolo, aggiustando senza sforzo la messa a fuoco. Lo puntò un’altra volta verso la fessura della sua finestra, prima che l’ombra l’inghiottisse. Magari sarebbe riuscito a vedere il disegno, calibrando bene l’obiettivo…
Proprio mentre guardava, il rettangolo di cartone rosso fu strappato via. Dalla sua finestra sbucò una cosa chiara che cominciò ad agitare freneticamente nella sua direzione le lunghe braccia alzate. Più in basso, Franz poté vedere il volto teso della cosa sporgersi verso di lui, una maschera stretta come quella di un furetto, un triangolo marrone chiaro senza lineamenti, con due puntini che potevano essere occhi o orecchie, e la parte inferiore come un mento affusolato… no, un muso… nemmeno; una proboscide molto corta, una bocca inquisitrice che sembrava fatta per succhiare il midollo. Poi l’entità paramentale attraversò le lenti e gli saltò agli occhi.
Nel successivo istante di consapevolezza Franz udì un rumore sordo e un debole tintinnio e cominciò a scrutare a occhio nudo tra l’oscuro mare di tetti, per individuare una cosa marrone chiaro velocissima che lo perseguitava, al riparo dietro ogni possibile copertura: un comignolo con la calotta, una cupola, una cisterna d’acqua, un vasto attico o uno piccolo, qualche grosso tubo, un bocchettone dell’aria, uno scivolo per i rifiuti, un lucernario, un cornicione, il parapetto di un condotto di aerazione. Sentiva il cuore martellargli il petto e aveva il respiro affannoso.
I suoi pensieri frenetici presero una nuova direzione: cominciò a esplorare con lo sguardo i pendii davanti a sé, e i nascondigli che offrivano le rocce e i cespugli secchi. Quanto poteva essere veloce un’entità paramentale? Come un ghepardo? Come il suono? Come la luce? Poteva benissimo essere già lì sulla collina. Vide il binocolo sotto la roccia contro cui l’aveva scagliato quando aveva convulsamente buttato le mani avanti per allontanare la cosa dai suoi occhi.
Si inerpicò fino in cima. Nei campi verdi sottostanti le bambine non c’erano più, e nemmeno la loro accompagnatrice, l’altra coppia o i tre animali. Mentre si rendeva conto di ciò, un grosso cane (uno dei dobermann? O qualcos’altro?) scattò in avanti verso di lui e scomparve dietro un blocco di rocce alla base del pendio. Franz aveva pensato di correre giù da quella parte, ma con quel cane (o cos’altro?) in agguato non volle più. C’erano troppi nascondigli lungo quel versante di Corona Heights.
Scese rapidamente più in basso e si fermò in piedi sul suo sedile di roccia. Si costrinse a rimanere immobile e, socchiudendo gli occhi, ritrovò la fenditura dove si trovava la sua finestra. Era troppo buia. Nemmeno col binocolo sarebbe riuscito a vedere qualcosa.
Balzò giù lungo il sentiero, sfruttando gli appigli, e mentre lanciava rapide occhiate attorno, raccolse il binocolo rotto e se lo infilò in tasca, anche se non gli piaceva affatto il modo in cui i pezzi di vetro rimasti all’interno tintinnavano, e neppure lo scricchiolio della ghiaia sotto il suo passo cauto, a dirla proprio tutta. Piccoli suoni come quelli potevano rivelare la sua posizione.
Un singolo istante di consapevolezza non poteva cambiare la vita fino a quel punto, no? Eppure era successo.

Fritz Leiber, Da “La cosa marrone chiaro” in La cosa marrone chiaro e altre storie dell’orrore, Cliquot 2017, traduzione di Federico Cenci

 

Non mi sono più riaddormentata

8 giugno 2017

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L’incubo è stato il culmine delle mie angosce notturne. Dopo brevi cedimenti al sonno i risvegli erano sussulti improvvisi, e la certezza di una disgrazia imminente, ma quale? Brancolavo in quelle assenze della memoria finché la malattia di mia madre tornava a galla di colpo, e si ingigantiva, si aggravava nel buio. Di giorno potevo governarla, credere a una guarigione, un mio ritorno a casa, poi. Di notte lei peggiorava fino a morire in sogno.
Più tardi sono scesa io da Adriana, per una volta. Non si è svegliata, ha spostato i piedi per accogliermi nella consueta posizione reciproca, ma ho voluto appoggiare la testa accanto alla sua, sul cuscino. L’ho abbracciata, per consolarmi. Era così piccola e ossuta, odorava di capelli grassi.

Donatella Di Pietrantonio, Arminuta, Einaudi

È in una solitudine che lei non sente affatto

22 maggio 2017

Stamani visita liscia. La Viola si è un po’ calmata. Sembra una libellula. Magra, spiritata, agile. È ancora tutta canti di chiesa ma di umore sereno. È ancora in cella. Nuda, un materasso per terra. È in una solitudine che lei non sente affatto.
(Le donne magre con l’andare degli anni mantengono di più il respiro giovanile.)

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Oscar Mondadori

È bello quassù

17 maggio 2017

Quando la collina si raddolcì, cominciammo a vedere dall’alto le colline, la valle, la pianura di Torino. Non ero mai stata a Superga. Non sapevo che fosse così alto. Certe sere, dai ponti di Po, la si vedeva nera e ingioiellata di una corona di luci, una collana gettata per storto sulle spalle di una bella signora. Ma adesso era mattino, era fresco e c’era un solo d’aprile che riempiva tutto il cielo.
Momina disse: – Non ce la faccio più. – Venne a fermarsi contro un mucchio di ghiaia. Il radiatore fumava. Allora scendemmo e guardammo le colline.
– È bello quassù, – disse Rosetta.
– Il mondo è bello, – disse Momina, venendoci dietro, – se non ci fossimo noi.

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

 

Eccentrica

17 aprile 2017

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Greta Lovisa Gustafsson quando recitò in Ninotchka aveva già trentatré anni, eppure al regista Lubitsch parve la più inibita attrice che avesse mai diretto. Ella arrossiva, imbarazzata di apparire ubriaca in una scena del film al ristorante. Lubitsch se ne compiacque: Ninotchka, fanatica marxista, doveva essere malata di moralismo. Altro pregio: la fronte della Garbo era sì bellissima; ma vasta in un viso oblungo: perfetta fisiognomica dell’anima malinconica. E l’enigma del suo carattere era tutto nell’inclinazione alla noia triste, proprio come quella che il comunismo generava. Ma almeno Greta Garbo, se rideva, era incantevole. Il ripiegarsi delle guance ingenuo, la bocca, i vasti occhi rassicuravano la vita come un sole che sorge dalle nubi.

Geminello Alvi, Eccentrici, Adelphi

Senza di lei eravamo patetici

9 febbraio 2017

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Aveva l’influenza. Era insolito che si ammalasse. I bambini erano piccoli e aveva nevicato e lei non ne poteva più del baccano che facevamo, così ci siamo coperti bene e siamo andati al parco a correre sullo slittino. Senza di lei eravamo patetici. I bambini non trovavano i berretti. Non riuscivano a tirare fuori dalle maniche del piumino le due muffole legate insieme; non volevano vedere nessun altro scendere in slittino per il pendio, nessun ragazzo più grande. Io sono stato un disastro. Li ho portati fuori senza gli stivali di gomma, così non eravamo neanche in fondo alla via che avevano già le dita dei piedi gelate. Si sono messi a rognare e tutti e tre abbiamo capito che senza di lei niente funzionava a dovere. Mi hanno compatito. Che imbarazzo mostrare che il mio talento di padre dipendeva completamente da lei. Se avessi saputo che erano le prove generali della nostra vita futura, forse avrei detto: FATEVI FORZA MERDINE CHE NON SIETE ALTRO, oppure AIUTO. Oppure, prendi me, ti prego, prendi me al posto suo.

Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini

Il mutamento di posizione

11 dicembre 2016

Non c’è nulla, forse, che ci dia una così vivida impressione della realtà di quanto dall’esterno ci circonda come il mutamento di posizione, in rapporto a noi, d’una persona anche insignificante, prima d’averla conosciuta, e dopo.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, II, Oscar Mondadori, traduzione di Giovanni Raboni

La piccola carovana di parole

28 settembre 2016

[…] presto si stancò, aveva scritto due o tre pagine, non aveva mai fatto tanto. La piccola carovana di parole, che portava il ristretto bagaglio di desideri con cui avrebbe potuto rifornire la sua ragion d’essere, e che egli aveva abbandonato per tanto tempo in mezzo al deserto del foglio, l’aveva a stento rimessa in cammino e già si fermava e ricoricava nel bianco della pagina.
Posando la penna, si disse che avrebbe ripreso l’indomani.

Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo, Garzanti, traduzione di Donatella Pini

La carne fa male, il tofu fa bene

18 settembre 2016

 

Mio marito mangiava spesso nelle tavole calde prima che ci conoscessimo. Ce n’erano due in particolare che gli piacevano, ma la sua preferita era quella dove servivano un panino al roast beef particolarmente buono. Il roast beef gli piace ancora, e le bistecche, e gli hamburger, con il sughetto e le spezie, magari alla griglia, con spiedini di cipolle e peperoni.
Adesso però sono io che cucino la maggior parte di quello che mangia. Spesso gli preparo pasti interi senza carne, perché penso che la carne non ci faccia bene. Spesso evito anche i frutti di mare, perché anche la maggior parte dei frutti di mare non ci fa bene, e non cucino quasi mai pesce, in parte perché non mi ricordo mai quali tipi di pesce sono sicuri da mangiare e quali quasi certamente no, ma soprattutto perché a lui il pesce piace solo quando glielo servono al ristorante oppure quando è cucinato in modo che non possa distinguere che è pesce. Spesso evito anche di usare il formaggio, per via del grasso. Gli preparo del riso integrale in casseruola, per esmepio, oppure crema di rape con foglie di rapa, oppure fagioli bianchi e gratin di melanzane, oppure polenta con verdure speziate.
“Perché non cucini mai le cose che piacciono a me?” mi chiede ogni tanto.
“Perché non ti piacciono le cose che cucino?” gli rispondo.
Una volta ho marinato delle fette di tofu in salsa tamari, aceto di champagne, vino rosso, maggiorana tostata e funghi secchi sobbolliti nell’acqua. Le ho marinate per quattro o cinque giorni, poi gliele ho servite, tagliate sottili, in un panino con rafano e maionese, fette di cipolla rossa, lattuga e pomodoro. Prima ha detto che il tofu rimaneva comunque molto insipido, che è quello che dice sempre del tofu, poi ha detto che d’altro canto, se non avesse saputo che c’era dentro il tofu, non sarebbe riuscito comunque a sentirne il sapore perché c’erano così tante altre cose nel panino. Ha detto che non era male, poi ha detto che sapeva che il tofu gli faceva bene.
A volte gli piacciono le cose che gli cucino e se è di buonumore me lo dice anche.

Lydia Davis, “La carne, mio marito”, Inventario dei desideri, Bur