Archive for the ‘dentro lo stile’ Category

È in una solitudine che lei non sente affatto

22 maggio 2017

Stamani visita liscia. La Viola si è un po’ calmata. Sembra una libellula. Magra, spiritata, agile. È ancora tutta canti di chiesa ma di umore sereno. È ancora in cella. Nuda, un materasso per terra. È in una solitudine che lei non sente affatto.
(Le donne magre con l’andare degli anni mantengono di più il respiro giovanile.)

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Oscar Mondadori

È bello quassù

17 maggio 2017

Quando la collina si raddolcì, cominciammo a vedere dall’alto le colline, la valle, la pianura di Torino. Non ero mai stata a Superga. Non sapevo che fosse così alto. Certe sere, dai ponti di Po, la si vedeva nera e ingioiellata di una corona di luci, una collana gettata per storto sulle spalle di una bella signora. Ma adesso era mattino, era fresco e c’era un solo d’aprile che riempiva tutto il cielo.
Momina disse: – Non ce la faccio più. – Venne a fermarsi contro un mucchio di ghiaia. Il radiatore fumava. Allora scendemmo e guardammo le colline.
– È bello quassù, – disse Rosetta.
– Il mondo è bello, – disse Momina, venendoci dietro, – se non ci fossimo noi.

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

 

Eccentrica

17 aprile 2017

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Greta Lovisa Gustafsson quando recitò in Ninotchka aveva già trentatré anni, eppure al regista Lubitsch parve la più inibita attrice che avesse mai diretto. Ella arrossiva, imbarazzata di apparire ubriaca in una scena del film al ristorante. Lubitsch se ne compiacque: Ninotchka, fanatica marxista, doveva essere malata di moralismo. Altro pregio: la fronte della Garbo era sì bellissima; ma vasta in un viso oblungo: perfetta fisiognomica dell’anima malinconica. E l’enigma del suo carattere era tutto nell’inclinazione alla noia triste, proprio come quella che il comunismo generava. Ma almeno Greta Garbo, se rideva, era incantevole. Il ripiegarsi delle guance ingenuo, la bocca, i vasti occhi rassicuravano la vita come un sole che sorge dalle nubi.

Geminello Alvi, Eccentrici, Adelphi

Senza di lei eravamo patetici

9 febbraio 2017

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Aveva l’influenza. Era insolito che si ammalasse. I bambini erano piccoli e aveva nevicato e lei non ne poteva più del baccano che facevamo, così ci siamo coperti bene e siamo andati al parco a correre sullo slittino. Senza di lei eravamo patetici. I bambini non trovavano i berretti. Non riuscivano a tirare fuori dalle maniche del piumino le due muffole legate insieme; non volevano vedere nessun altro scendere in slittino per il pendio, nessun ragazzo più grande. Io sono stato un disastro. Li ho portati fuori senza gli stivali di gomma, così non eravamo neanche in fondo alla via che avevano già le dita dei piedi gelate. Si sono messi a rognare e tutti e tre abbiamo capito che senza di lei niente funzionava a dovere. Mi hanno compatito. Che imbarazzo mostrare che il mio talento di padre dipendeva completamente da lei. Se avessi saputo che erano le prove generali della nostra vita futura, forse avrei detto: FATEVI FORZA MERDINE CHE NON SIETE ALTRO, oppure AIUTO. Oppure, prendi me, ti prego, prendi me al posto suo.

Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini

Il mutamento di posizione

11 dicembre 2016

Non c’è nulla, forse, che ci dia una così vivida impressione della realtà di quanto dall’esterno ci circonda come il mutamento di posizione, in rapporto a noi, d’una persona anche insignificante, prima d’averla conosciuta, e dopo.

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, II, Oscar Mondadori, traduzione di Giovanni Raboni

La piccola carovana di parole

28 settembre 2016

[…] presto si stancò, aveva scritto due o tre pagine, non aveva mai fatto tanto. La piccola carovana di parole, che portava il ristretto bagaglio di desideri con cui avrebbe potuto rifornire la sua ragion d’essere, e che egli aveva abbandonato per tanto tempo in mezzo al deserto del foglio, l’aveva a stento rimessa in cammino e già si fermava e ricoricava nel bianco della pagina.
Posando la penna, si disse che avrebbe ripreso l’indomani.

Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo, Garzanti, traduzione di Donatella Pini

La carne fa male, il tofu fa bene

18 settembre 2016

 

Mio marito mangiava spesso nelle tavole calde prima che ci conoscessimo. Ce n’erano due in particolare che gli piacevano, ma la sua preferita era quella dove servivano un panino al roast beef particolarmente buono. Il roast beef gli piace ancora, e le bistecche, e gli hamburger, con il sughetto e le spezie, magari alla griglia, con spiedini di cipolle e peperoni.
Adesso però sono io che cucino la maggior parte di quello che mangia. Spesso gli preparo pasti interi senza carne, perché penso che la carne non ci faccia bene. Spesso evito anche i frutti di mare, perché anche la maggior parte dei frutti di mare non ci fa bene, e non cucino quasi mai pesce, in parte perché non mi ricordo mai quali tipi di pesce sono sicuri da mangiare e quali quasi certamente no, ma soprattutto perché a lui il pesce piace solo quando glielo servono al ristorante oppure quando è cucinato in modo che non possa distinguere che è pesce. Spesso evito anche di usare il formaggio, per via del grasso. Gli preparo del riso integrale in casseruola, per esmepio, oppure crema di rape con foglie di rapa, oppure fagioli bianchi e gratin di melanzane, oppure polenta con verdure speziate.
“Perché non cucini mai le cose che piacciono a me?” mi chiede ogni tanto.
“Perché non ti piacciono le cose che cucino?” gli rispondo.
Una volta ho marinato delle fette di tofu in salsa tamari, aceto di champagne, vino rosso, maggiorana tostata e funghi secchi sobbolliti nell’acqua. Le ho marinate per quattro o cinque giorni, poi gliele ho servite, tagliate sottili, in un panino con rafano e maionese, fette di cipolla rossa, lattuga e pomodoro. Prima ha detto che il tofu rimaneva comunque molto insipido, che è quello che dice sempre del tofu, poi ha detto che d’altro canto, se non avesse saputo che c’era dentro il tofu, non sarebbe riuscito comunque a sentirne il sapore perché c’erano così tante altre cose nel panino. Ha detto che non era male, poi ha detto che sapeva che il tofu gli faceva bene.
A volte gli piacciono le cose che gli cucino e se è di buonumore me lo dice anche.

Lydia Davis, “La carne, mio marito”, Inventario dei desideri, Bur

Una cosa la faceva: ti guardava

6 settembre 2016

Prima della malattia, Lucia Palmieri era alta come la figlia, ora misurava circa un metro e cinquantadue e pesava trentacinque chili. Come se un parassita alieno le avesse risucchiato la carne e le viscere. Era ridotta uno scheletro ricoperto di pelle floscia e livida.
Aveva settant’anni ed era affetta da una rara e irreversibile forma di degenerazione del sistema nervoso centrale e periferico.
Viveva, se quella roba era vita, inchiodata a quel letto. Più incosciente di un mollusco bivalve, non parlava, non sentiva, non muoveva un muscolo, non faceva niente.
In realtà, una cosa la faceva.
Ti guardava.
Con due enormi fari grigi, dello stesso colore di quelli di sua figlia. Occhi che sembravano aver visto qualcosa di così immenso che ne erano rimasti fulminati, mettendo in cortocircuito tutto l’organismo. Stando immobile per tanto tempo, i muscoli le si erano ridotti a una pappa gelatinosa e le ossa si erano ritirate e torte come rami di fico. Quando la figlia doveva rifarle il letto, la alzava e la teneva tra le braccia come fosse una bambina.

Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via, Einaudi Stile libero

Tutte le mattine felici e infelici

31 agosto 2016

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Tutte le mattine felici si assomigliano, esattamente come tutte le mattine infelici, ed è questo, in fondo, a renderle così profondamente infelici: la sensazione che quest’infelicità sia già accaduta prima, che gli sforzi per evitarla al massimo la rafforzino e probabilmente non facciano che esacerbarla, che l’universo, per qualche inconcepibile, inutile e ingiusta ragione, cospiri contro l’innocente sequenza di vestiti, colazione, denti e ciuffi sparati, zaini, scarpe, giacche, saluti.

Jonathan Safran Foer, Eccomi, Guanda, traduzione di Irene Abigail Piccinini

La proprietaria della casa

24 luglio 2016

Ero l’unico della famiglia ad aver passato l’intera infanzia lì dentro. Da ragazzino, quando i miei genitori dovevano uscire, contavo quanti secondi mancavano al momento di prendere pieno ancorché temporaneo possesso della casa, e finché rimanevano fuori mi dispiaceva che dovessero tornare. Da allora in poi, per decenni, osservai sdegnato l’addensamento sclerotico delle foto di famiglia, mi irritai quando mia madre mi usurpò cassetti e armadi, e alla sua richiesta di far sparire le mie vecchie scatole piene di libri e carte, reagii come un gatto domestico al quale si volesse inculcare uno spirito comunitario. Mia madre, a quanto pareva, era convinta che quella casa le appartenesse.

Jonathan Franzen, Zona disagio, Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi