Archive for the ‘mestiere editoriale’ Category

La linea editoriale

2 aprile 2016

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Spero che quanto tu verrai a Milano e a Torino poterai un po’ di mordente per incanalare questa faccenda sulla linea giusta, che vuole essere una linea culturale seria e non una improvvisazione giornalistica e che deve rappresentare una fusione tra le esigenze di cultura umanistica e le esigenze di una cultura che potremmo chiamare tecnica. La prima potrebbe essere rappresentata dalla vecchia tradizione della Casa editrice, la seconda dalla tendenza Politecnico-vittoriniana. Finiamola una buona volta di chiuderci in gruppi, gruppetti e sfruttiamo questo strumento rappresentato dalla Case editrice Einaudi che dovrebbe pescare nell’humus più fertile di tutte le tendenze vive della cultura italiana nei suoi diversi centri per fonderli con un’unica larga direttiva che possa veramente rispondere alle esigenze di tutti.

Giulio Einaudi a Cesare Pavese, 11 maggio 1946

Non fare il buffone di corte

18 agosto 2015

Dentro il cerchio

[…] Non essere insoddisfatto del tuo destino, sei un eletto.
Non cercare scuse morali per coloro che hanno tradito.
[…]
Le tue parole sono le più preziose.
[…]
Non credere all’immortalità degli scrittori, sono fesserie da professori.
[…]
Non fare il commediante, i boiardi sono abituati al divertimento.
Non fare il buffone di corte.
[…]
Guardati dalle mezze verità.
Quando tutto il mondo fa festa, non c’è ragione che anche tu vi prenda parte.
[…]
Non discutere con ignoranti di cose che sentono da te per la prima volta.
Non avere una missione.
Guardati da coloro che hanno una missione.
Non credere al “pensiero scientifico”.
Non credere all’intuizione.
Guardati dal cinismo, anche dal tuo.
[…]
Non cercare per lui circostanze attenuanti.
[…]

Danilo Kiš, Homo poeticus, Adelphi

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L’ispirazione critica di un lettore di professione

1 gennaio 2015

Nove volte su dieci la lettura di un’opera prima delude gravemente: il che è nell’ordine delle cose, e il tempo perduto a compierla, fra alternative di fiducia e scoraggiamento, è un passivo di gestione, di cui sarebbe meschino lamentarsi; ma per il lettore di professione, essa comporta un altro curioso rischio, che egli ha ragione di temere: essere còlto dalla nausea della parola scritta. […] Egli ha dunque da preservare un minimo di freschezza; giacché per scarso che gli paia il valore di quel che scrive, la qualità anche del suo lavoro, come di quello dei creatori che egli ammira e serve, dipende da uno stato d’animo raro: l’ispirazione critica.

Paolo Milano, Il lettore di professione, Feltrinelli, Milano 1960. Per approfondimenti Leggere per professione, un ritratto di Paolo Milano sul sito di Oblique.

Corso per redattori editoriali a Roma con Oblique

15 dicembre 2014

Il corso principe per redattori editoriali di Oblique ha l’obiettivo di formare il redattore moderno. Il redattore moderno conosce alla perfezione la tradizione di un mestiere artigianale come quello del redattore e dell’editore.

via Corso principe per redattori editoriali.

L’apprendistato da Calvino: imparare a scrivere un risvolto

8 aprile 2014

Così entrai alla Einaudi (dell’incontro con l’editore, e soprattutto della mia conoscenza di Giulio Bollati ho già detto), prendendo servizio il 1° settembre di quell’anno. Calvino, puntuale, era lì: e il mio tavolo era perpendicolare al suo, nella stessa stanza. Cominciò il mio anno di praticantato con lui, che non durò i trecentosessantacinque giorni del calendario, perché – prime ferie a parte – Calvino andava e veniva da Roma o da altre città: ma a dimostrazione del concetto espresso da Agostino nelle Confessioni (il tempo non esiste, è una misura interiore dell’uomo) fu il più lungo della mia vita, e certo il più fecondo.
Dirò subito che raramente – sul lavoro, non dico per altro ordine d’esperienze – ho sofferto come in quel periodo. «Io sono per una pedagogia repressiva», aveva dichiarato Calvino, ovviamente con un certo margine d’ironia, in una delle prime sedute d’addestramento: e aveva tenuto fede a quel enunciato.
Preciso anche, per spiegarmi meglio (scrivere di lui e di quell’esperienza, quarant’anni dopo, è per me estremamente difficile), che il criterio a cui s’ispirò fu quello della terza delle Lezioni americane, che – com’è noto – ha per titolo (e contenuto) Esattezza.
Mi limiterò a ricordare le tre componenti dell’esattezza per Italo: 1) un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato; 2) l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; 3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immagine. E subito sotto, a guisa di sfogo, Calvino confessa una propria «ipersensibilità o allergia»: gli sembra infatti «che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato», e ne prova «un fastidio intollerabile». […]
Dovevo imparare da lui il disegno, le immagini, il linguaggio per ognuna di queste «funzioni». Disegno: «In che collana esce? Quante righe hai? Quante ne vuoi riservare all’intreccio? Quante al suggerimento di lettura?» Aveva cominciato così con me: con domande-osservazioni molto terra terra, che, in realtà, sottintendevano tutta una «teoria della proposta» editoriale, maturata in lui in anni di esperienza quotidiana (quindici, per l’esattezza, all’epoca in cui mi riferisco). «Stai attento che noi non imponiamo mai un libro, ma lo proponiamo. Allo stesso modo, non lo giudichiamo mai, ma suggeriamo una delle tante strade per leggerlo. Non lasciarti andare mai a valutazioni. Tu, al massimo, indichi un percorso: e devi lasciar ben intendere che non è il solo, ma uno dei tanti. Il lettore affronta una prima volta il libro seduto in poltrona, aprendo il giornale e scorrendo la colonnina pubblicitaria: le due, tre righe che trova sotto autore e titolo non devono assolutamente intimorirlo. Incuriosirlo, semmai: e, se possibile, metterlo a suo agio. Solo allora lo affronterà una seconda volta, stavolta in piedi, tra uno scaffale e l’altro del suo libraio. Qui avrai a tua disposizione non più due righe, ma dieci, quindici, venti. Non credere che ti riesca tanto più facile persuaderlo quanto più spazio hai a disposizione. Il lettore, in quel secondo approccio, che è delicatissimo, e di fondamentale importanza perché l’incontro volga a buon fine, è come al secondo appuntamento con una ragazza, con cui ha appena scambiato due battute in tram. Tu andresti avanti con una che ti riversa addosso un catino di parole, la seconda volta che vi vedete? Invece, se costei è riservata senza essere musona, se parla quel tanto che basta da metterti una certa curiosità, tu hai voglia, comunque vadano le cose, di andare avanti. E in libreria, per andare avanti, devi comprare, comunque sia, foss’anche a credito…».

Guido Davico Bonino, da Alfabeto Einaudi, Garzanti

Editoria è conoscenza degli uomini

4 aprile 2014

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Editoria è conoscenza degli uomini. E la bellezza, la chiave di questo lavoro è che deve essere premiata l’intelligenza, che a sua volta proprio del rapporto con gli uomini, oltre che dei testi, si alimenta. Ma non deve essere mai una intelligenza fine a se stessa, improduttiva e pigra. Devi dunque stimolarla di continuo, provocarla. Non devi soffocarla, spegnerla sotto la monotonia di una eccessiva routine. Il lavoro di routine lo devi anche fare, Cesare Pavese il lavoro di routine lo faceva e ne era orgoglioso, a volta fino al punto da fare apparire, ma solo apparire, che quello era il suo unico orgoglio: ma era lui che si governava, non era governato.

Giulio Einaudi in Severino Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi, Einaudi

Editoria secondo Giulio Einaudi

3 aprile 2014

La chiamo «editoria e no», questo criterio, e non voglio certo dire con ciò che noi della Einaudi siamo l’editoria e gli altri no. «Editoria e no» non perché la casa editrice Einaudi sia la migliore, ma per sottolineare un impegno civile, che una parte dell’editoria ha preso con la società. L’editoria «sì» è quella che invece di «andare incontro al gusto del pubblico», gusto che si pretende di conoscere ma si confonde spesso col proprio, introduce nella cultura le nuove tendenze della ricerca in ogni campo, letterario artistico scientifico storico sociale, e lavora per fare emergere gli interessi profondi, anche se va contro la corrente. Invece di suscitare l’interesse epidermico, di assecondare le espressioni più in superficie ed effimere del gusto, favorisce la formazione duratura. Di un gusto, appunto; e anche di un pubblico, di un mercato se vuoi.
Quel «no» di «editoria e no» caratterizza invece gli editori che non si pongono in questa prospettiva, ma cercano di soddisfare i desideri più ovvi del pubblico. E su questi fondano la loro impresa… Basata sul nulla, sul vuoto. Che non lascia traccia di sé.

Giulio Einaudi, in Severino Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi

Pavese a Bompiani, a proposito della traduzione di “Uomini e topi”

31 dicembre 2013

Torino, 9 ottobre 1937

Egregio Signore,

ho avuto Uomini e topi di Steinbeck che mi pare buono. Mi mandi pure il contratto alle condizioni fissate. Per la consegna, è troppo la fine di novembre? inteso che, se sarò pronto prima, manderò.
Vorrei però che fosse ben chiaro come — trattandosi di un libro dialettale — ho ampia libertà in fatto di stile canagliesco.
Attendo Sue nuove.

Cordialmente

Cesare Pavese

Integrarsi

29 luglio 2013

“Il personale d’ufficio, sia esso staff o line, deve rendersi conto di partecipare effettivamente, fattivamente alla produzione, d’esserne un elemento integrante. E integrato. Tutti, dalla signorina che effettua la scritturazione a macchina, su su fino al massimo livello. Spetta a noi formare e soprattutto sensibilizzare i quadri, specialmente quelli intermedi. Dove vogliamo arrivare? Non lo sappiamo.”

Luciano Bianciardi, L’integrazione

Tre tipi di scrittori secondo David Foster Wallace

12 luglio 2013

Wallace era dell’opinione che gli scrittori contemporanei andassero divisi in “tre squallidi filoni”, corrispondenti a tre diverse reazioni all’insidiosità del potere televisivo. Nel primo trovavano posto i giovani avanguardisti del Brat Pack letterario come McInerney ed Ellis, che secondo Wallace praticavano un “nichilismo alla Neiman Marcus strombazzato attraverso yuppies dagli stipendi a sei cifre e la loro progenie dall’abbronzatura artificiale e moralità inesistente”. Il secondo filone era rappresentato dai minimalisti; Wallace definì il loro stile come “Realismo catatonico anche detto Ultraminimalismo anche detto Carver malriuscito”. Il terzo filone comprendeva chiunque altro Wallace avesse mai letto, in particolare gli scrittori prediletti dai suoi insegnanti in Arizona. Questi autori praticavano un “ermetismo da workshop, narrativa per la quale il complimento più alto presuppone le parole ‘competente’, ‘rifinito’, ‘senza problemi’, narrativa sulla quale le pre- e proscrizioni da Programma di scrittura incombono con la forza occlusiva degli orizzonti: niente personaggi senza traumi freudiani in un passato accessibile, senza descrizioni fisiche paradiagnostiche; niente immagini che non sfumino nella metafora updikeana d’ordinanza; niente attacchi senza una scena a forte tinti che ‘mostri’ quello che viene ‘detto’; niente epiloghi se prima non si verifica un’epifania preannunciata da un Freytag qualunque su un Macintosh qualunque”.

D.T. Max, Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, Einaudi Stile libero