Archive for the ‘personae’ Category

Eccentrica

17 aprile 2017

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Greta Lovisa Gustafsson quando recitò in Ninotchka aveva già trentatré anni, eppure al regista Lubitsch parve la più inibita attrice che avesse mai diretto. Ella arrossiva, imbarazzata di apparire ubriaca in una scena del film al ristorante. Lubitsch se ne compiacque: Ninotchka, fanatica marxista, doveva essere malata di moralismo. Altro pregio: la fronte della Garbo era sì bellissima; ma vasta in un viso oblungo: perfetta fisiognomica dell’anima malinconica. E l’enigma del suo carattere era tutto nell’inclinazione alla noia triste, proprio come quella che il comunismo generava. Ma almeno Greta Garbo, se rideva, era incantevole. Il ripiegarsi delle guance ingenuo, la bocca, i vasti occhi rassicuravano la vita come un sole che sorge dalle nubi.

Geminello Alvi, Eccentrici, Adelphi

L’agente letterario come il tennista

2 dicembre 2016

Questo lavoro è come il tennis. Non è importante solo la tecnica e fare punti, bisogna farli nel momento opportuno.

Andrew Wylie

L’esule è una creatura a metà

15 novembre 2016

L’elefantino del Bernini di piazza della Minerva è uno degli amici migliori che ho nella città di Roma. Per me quell’elefantino è somalo. Ha lo stesso sguardo degli esuli. E anche la stessa irriverenza. Bernini, infuriato perché gli avevano sabotato il progetto originale, disegnò l’elefante in modo che puntasse le terga verso il vicino convento. La coda poi, quella malandrina, è leggermente spostata, come a salutare i domenicani (i frati commissionari) in maniera piuttosto scurrile!
La prima volta che vidi l’elefantino, che i romani chiamano «il pulcin della Minerva», ero con mia mamma. Ricordo che chiesi: «Ma siamo in Somalia?». Avevo visto molte puntate di Quark e sapevo che l’elefante è un animale africano. Mamma rise. Mi disse che no, quella era ancora Roma. La mia confusione durò giorni. Allora Roma è in Somalia? O la Somalia si trova dentro Roma? Quell’elefantino africano nella città confondeva tutte le mie certezze.
Nel tempo ho scoperto che quell’elefantino ha lo stesso sguardo della mia mamma. Non può tornare, non può dissetare la sua angoscia. L’esule è una creatura a metà. Le radici sono state strappate, la vita è stata mutilata, la speranza è stata sventrata, il principio è stato separato, l’identità è stata spogliata. Sembra non esserci rimasto niente. Minacce, denti aguzzi, cattiveria. Ma poi c’è un lampo. Quello che ti cambia la prospettiva.

Igiaba Scego, La mia casa è dove sono, Rizzoli

Atteggiamento verso le cose

1 novembre 2016

Atteggiamento verso le cose: come una madre, non voglio che nessuno dica niente contro T, che dica che è pigro o inetto: so che lavora, e sodo, ma chi guarda da fuori e pensa che scrivere significhi starsene a casa a bere caffè e a gingillarsi non lo vede. Un dramma.

Sylvia Plath, dai Diari, 3 gennaio 1959

I misteri di Séraphine de Senlis

9 settembre 2016

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“Lasciatemi dipingere come voglio. So dove vado”.

Séraphine de Senlis, L’arbre du Paradis

Elena Ferrante apripista

7 settembre 2016

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[…] Il caso Elena Ferrante è un’altra storia. edizioni e/o, che pubblica il personaggio dietro pseudonimo inserito tra le cento persone più influenti del 2016 da Time, ha aperto una casa editrice in America, Europa Edition, il cui direttore Michael Reynolds spiega: “Ferrante è stata un’eco positiva per gli italiani: ha acceso un faro su altri scrittori connazionali, specie su un mercato difficile come quello americano, molto legato al proprio immaginario. Secondo me, per dire, il successo di Piperno sta nel fatto che lo si assimila, per temi e stile, a Bellow e a Roth”.

Roberta Scorranese, “I libri. Esportiamo un patrimonio editoriale: oltre seimila titoli tra fiabe e romanzi, Corriere della Sera, 6 settembre 2016

Divorato dall’ambizione

19 dicembre 2015

Sono sempre stato divorato dall’ambizione: da una smania insaziabile d’esser qualcuno. E ce l’ho fatta: sono diventato il più grande scrittore di noir vivente. A Chicago, Düsseldorf, Marsiglia, Londra, Barcellona, Milano ci sono maschi e femmine, giovani e vecchi, gay ed etero, stronzi e fichi, bianchi, neri, asiatici, cristiani, ebrei, musulmani che si sentono sedotti o commossi o sconvolti o perfino disgustati dai miei romanzi.

James Ellroy

Odio la volgarità

30 novembre 2015

Aristocratico? Plebeo? Senza dubbio sono entrambe le cose. Odio la volgarità, ma la volgarità è legata secondo me alle idee di superiorità collettiva. È quando ci si crede “migliori degli altri” perché si appartiene a una classe, a una nazione, a una razza che si è irrimediabilmente volgari.

Romain Gary

La biblioteca e i lettori di Zadie Smith

7 marzo 2015

Zadie Smith

Dove scrive?
Generalmente in biblioteca. Qui a Londra lavoro alla Kilburn Library, ma non è il tipo di biblioteca dove la gente legge. Indosso le cuffie antirumore perché c’è chi è al telefono, chi guarda i video, ci sono i bambini che cantano, un gruppo che lavora a maglia. La settimana scorsa c’è stata una scazzottata. A volte la bibliotecaria mi chiede: “Stai scrivendo un libro, Zadie?”. Ci sto provando, rispondo.
Non sono felici di averla lì, non è una celeb?
La bibliotecaria sa chi sono, ma la gente qui non mi sembra particolarmente interessata ai libri, mi conoscono perché vivo in questa zona da sempre […].
Pensa di essere severa con sé stessa?
Sì, ma è normale per uno scrittore. Trovo difficile leggere quello che ho scritto in passato, non sempre mi convince.
Non le basta il giudizio di milioni di lettori?
Stesso discorso. Il sì di mille persone alla fine non conta quanto il no di un singolo lettore, sperduto nell’Iowa…

Zadie Smith, intervistata da Paola De Carolis per Io Donna, Corriere della Sera, 7 marzo 2015

Gianni Rodari, il potere dell’immaginazione (e l’editing dei bambini)

4 marzo 2015

gianni rodari, la fantasia

Cosí ho preso l’abitudine di procedere, nel fare nuovi libri, per tre tappe: prima, raccontare a voce ai bambini nelle scuole o dove potevo incontrarli le storie che mi venivano in mente; sceglievo bambini diversi, classi e scuole dislocate nelle varie città italiane. Seconda tappa: constatato che l’oggetto poteva funzionare, che non era lessico familiare limitato al mio rapporto con un bambino o con un gruppo, allora passavo alla stesura scritta e qui prendeva sempre piú piede lo studio dei meccanismi della fiaba e del racconto, la riflessione sull’immaginazione e sugli scrittori che sentivo piú vicini da Palazzeschi a Zavattini. Terza tappa: dare lima, con la lettura ai bambini, prima che la pagina diventasse testo stampato. Portavo nelle scuole queste cose stando attento alle reazioni dei bambini. Anche i bambini sono critici letterari. Piú che ai loro giudizi bisognava stare attenti alle loro reazioni. Se mentre io gli leggo la storia si voltano a parlare dall’altra parte significa che la storia non gli interessa; se si distraggono nel momento in cui secondo me dovrebbero ridere, vuol dire che la battuta non funziona quindi il meccanismo va studiato meglio. Cosí sono venuto elaborando tecniche inventive, materiale di funzionamento della fantasia che una volta fui invitato ad esporre ad alcuni insegnanti di scuola materna. Cosí, non a tavolino, ma nel contesto di questa esperienza a contatto con gli insegnanti, è nato il mio libro Grammatica della fantasia. Credo che l’aspetto piú importante del tipo di lavoro che sono venuto rapidamente esponendo sia stata la conquista di un modo di scrivere, per i bambini, in presa diretta con il loro mondo mutevole. Ciò mi permetteva di cambiare e aggiornare le mie opinioni sui bambini, sulla scuola, sul mondo, insomma di rifare continuamente i miei studi, di farmi rieducare continuamente dai bambini. Mi sono trovato senza averlo programmato né desiderato sullo scaffale della letteratura dell’infanzia. C. Dickens teneva scritta sulla sua scrivania una massima che dice: «Fa bene quel che ti capita di fare». Ho cercato anch’io di obbedire a questa massima senza sentirmi offeso, non considerando che scrivere per bambini significava essere di serie B o in un ghetto. I bambini non sono esseri umani di serie B, ma per secoli e millenni sono cresciuti separati, senza diritti, sconosciuti, insomma in un ghetto. Ma ne stanno uscendo. Da qualche tempo li ha scoperti la pedagogia poi li ha scoperti la psicologia, la pediatria, la pubblicità, l’industria (giocattoli, prodotti alimentari ecc.). I bambini sono diventati in realtà piú importanti. Per la psicanalisi sono diventati addirittura la chiave per capire gli adulti, per interpretare i comportamenti sociali. Per ultima è arrivata anche l’Onu, prima emanando una carta dei diritti infantili, poi programmando l’anno del fanciullo. Personalmente credo che i bambini abbiano diritto non a un anno di attenzioni, di problemi, di esposizioni, di mostre, ma alla attenzione permanente e crescente di ogni giorno, di ogni anno, in ogni paese. Allora io credo che ogni anno è anno del bambino. Allora mi sta bene l’anno dei bambini.

Gianni Rodari, estratto da Esercizi di fantasia, Editori Riuniti, 2006