Archive for the ‘scrittura’ Category

La proliferazione delle emoticon

17 luglio 2018

È curioso notare come nel Novecento e nei primi anni di questo secolo una certa stasi normativa e una scarsa permeabilità a possibili evoluzioni (da aggiungere, a mio parere, a un insufficiente ruolo della didattica nelle scuole secondarie e all’università) abbiano dato adito allo sviluppo rocambolesco di stili interpuntivi improntati su una semplificazione radicale come, per esempio, l’egemonia del punto fermo e la virgola multifunzione. Ciò che potrebbe sembrare una legittima scelta stilistica è piuttosto il risultato di ignoranza e pigrizia.
Un discorso a parte andrebbe fatto per l’estensione e la proliferazione iconica dei segni paragrafematici. Siamo più bravi a scegliere la faccina giusta che a deciderci tra punto o punto e virgola. E poi, va detto, una emoticon risolve in un attimo un sacco di guai.

Leonardo G. Luccone, Questione di virgole. Punteggiare rapido e accorto, Laterza

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The strongest bond I have ever had

16 gennaio 2018

I’ve never made a career of anything, you know, not even of writing. I started out with nothing in the world but a kind of passion, a driving desire. I don’t know where it came from, and I don’t know why—or why I have been so stubborn about it that nothing could deflect me. But this thing between me and my writing is the strongest bond I have ever had—stronger than any bond or any engagement with any human being or with any other work I’ve ever done. I really started writing when I was six or seven years old. But I had such a multiplicity of half-talents, too: I wanted to dance, I wanted to play the piano, I sang, I drew. It wasn’t really dabbling—I was investigating everything, experimenting in everything. And then, for one thing, there weren’t very many amusements in those days. If you wanted music, you had to play the piano and sing yourself. Oh, we saw all the great things that came during the season, but after all, there would only be a dozen or so of those occasions a year. The rest of the time we depended upon our own resources: our own music and books. All the old houses that I knew when I was a child were full of books, bought generation after generation by members of the family. Everyone was literate as a matter of course. Nobody told you to read this or not to read that. It was there to read, and we read.

Katherine Anne Porter, intervista di «the Paris Review», 1963

Il segreto per scrivere un racconto

11 settembre 2017

“I’ll give you the sole secret of short-story writing, and here it is:

Rule 1. Write stories that please yourself.

There is no rule 2.

The technical points you can get from Bliss Perry. If you can’t write a story that pleases yourself, you will never please the public. But in writing the story forget the public.”

O. Henry intervistato dal New York Times 

Writing is not an amusing occupation

15 agosto 2017

Only amateurs say that they write for their own amusement. Writing is not an amusing occupation. It is a combination of ditch-digging, mountain-climbing, treadmill and childbirth. Writing may be interesting, absorbing, exhilarating, racking, relieving. But amusing? Never!

Edna Ferber

Being a writer

8 agosto 2017

I finally understood that I really did have to put in the hard work, that becoming a writer was, in its own way, sort of like becoming a brain surgeon.

Valerie Sayers

Ero convinta che gli scrittori fossero gente calma

9 aprile 2017

Non credevo in lui. Non avevo capito quanto fosse necessario da parte mia dargli fiducia. Lo ritenevo senz’altro intelligente e dotato, ma non ero certissima che sarebbe diventato uno scrittore. Non riconoscevo in lui l’autorevolezza che, a mio giudizio, uno scrittore doveva possedere. Era troppo impaziente, troppo permaloso con tutti, troppo megalomane. Ero convinta che gli scrittori fossero gente calma, malinconica, esageratamente consapevole. Li consideravo naturalmente speciali, dotati dalla nascita di una qualità rara, luminosa e impressionante, di cui Hugo non disponeva. Pensavo che un giorno o l’altro se ne sarebbe accorto. Frattanto, Hugo abitava una realtà fatta di riconoscimenti e castighi che mi erano imperscrutabili e bizzarri quanto quelli vissuti da uno psicopatico.

Alice Munro, “Materiali”, Una cosa che volevo dirti da un po’, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

Intervista a Alessandro Grazioli (8×8, seconda serata)

22 marzo 2017

In quanto ufficio stampa di minimum fax, come promuovi una raccolta di racconti? Ci sono davvero tutte queste barriere? C’è una differenza tra un autore italiano e uno straniero?
Naturalmente la prima cosa che mi viene da dire è che dipende dalla raccolta, se l’autore è italiano o straniero, se è un grande autore o se è un’opera postuma. Un conto è promuovere Il barile magico di Malamud, un conto è promuovere un’antologia di esordienti italiani. Tutto cambia di volta in volta: come dicevano le nonne, il minestrone lo fai con quello che hai. Dipende dalla natura del libro, dall’autore sia da un punto di vista puramente letterario sia da un punto di vista di disponibilità. Per esempio per la promozione di opere postume di spessore si cerca di «appoggiarsi» a scrittori che le hanno apprezzate.
Non c’è una grandissima differenza nella ricezione dei racconti piuttosto che dei romanzi, almeno per  minimum fax. È una casa editrice che da sempre pubblica racconti e che fa in modo che non abbiano mai meno valore rispetto al romanzo. Il racconto pubblicato e promosso da minimum fax fa parte della promozione e della comunicazione classica della casa editrice. È semplicemente una delle tante forme, non c’è una grandissima differenza in termini promozionali. Però in termini ricettivi, lì sono i numeri che parlano: ahimè i racconti hanno quasi sempre un punto in meno. È un caso che però varia di volta in volta. Abbiamo pubblicato un’antologia di racconti di italiani contemporanei fortunatissima in confronto ai grandi classici americani. Operazioni come quella di La qualità dell’aria (2004) e L’età della febbre (2016) sono state virtuosissime e fortunate in termini di media, di riscontro di pubblico e di vendite ma anche per la presenza nel dibattito culturale. Idem per Malamud e per Yates: del resto tutto a minimum fax è nato sulla scia del grandissimo maestro di racconti Raymond Carver. Se l’editore che pubblica Carver promuove dei racconti parte già avvantaggiato. C’è un’innata curiosità nei confronti di una raccolta di racconti pubblicata da minimum fax. E poi abbiamo fatto anche esperimenti ibridi sulla forma dei racconti: Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan è un romanzo o sono racconti legati? Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti sono racconti ma fanno parte di un’unica costruzione. minimum fax è l’editore giusto per dirti che non c’è differenza.

I racconti di questa serata per quel poco che si può capire come si inseriscono secondo te nel contesto della narrativa attuale? Trovi che siano in sintonia con ciò che viene promosso e venduto?
Vi confesso che, come l’ultima volta, io non li ho volutamente letti prima. Secondo me la funzionalità di 8×8 sta nella lettura ad alta voce. È chiaro che non è la performance che stabilisce il valore letterario di un racconto, però vorrei farmi sorprendere il più possibile.

Dei racconti in gara stasera a 8×8, ci sono degli autori su cui investiresti? Avresti in mente qualcosa di particolare per promuoverli?
Una cosa che secondo me ha sempre senso fare, nel caso di un esordio assoluto in una raccolta di racconti, è cercare di farli arrivare e leggere il più possibile: prepararne l’attesa con la lettura da parte di critici, altri scrittori e giornalisti culturali. Il nome e la voce dell’autore cominciano ad assumere una familiarità prima dell’uscita del libro per non lasciare che arrivi in libreria e basta. Si può dare l’anticipazione di uno dei racconti della raccolta o di uno inedito su uno spazio in rete, su un giornale. Lo scopo è preparare il terreno. Già è strutturalmente difficile non tanto per il racconto ma per un libro in generale: la settimana in cui esce il tuo libro ne escono altri trecento. Devi distinguerlo dagli altri e far capire perché è diverso: se è un romanziere o un autore di racconti già affermato non è necessario spiegare chi è e cosa scrive. L’esordiente è una scoperta assoluta, devo comunicare chi è e far sentire la sua voce. Come ho già detto, si tratta di creare l’attesa non tanto sull’effetto dell’uscita ma sulla qualità dell’uscita per far capire che quello che arriverà ha un suo valore.

Nella fase promozionale quanto incide secondo te la personalità e l’efficacia comunicativa di un autore?
Sarei un illuso purista se vi dicessi che non incide. Non dovrebbe ma è chiaro che, ahimè, una forma di influenza ce l’ha. Sta tutto nel modo in cui vuoi che quella fisicità incida. Se provi a sottrarti da una dinamica televisiva e far sì che la fisicità sia legata esclusivamente alla tipologia di voce dell’autore e cerchi di farla aderire al valore letterario dei suoi contenuti, allora ha un senso. L’intervista all’autore deve far arrivare la qualità di una nuova voce. Il valore di un autore non sta nella sua prestanza fisica, semmai questo è un «in più», altrimenti durerebbe il tempo di una stagione di moda. Sarebbe deprimente e sciocco.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Lo scrittore è un couturier

24 settembre 2016

 

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Dopo ogni visita, quando stavo per andarmene, mi regalava dei libri; scrittori e scritture totalmente difformi – da Héctor Bianciotti a Irene Brin, da Max Beerbohm a Lidia Storoni Mazzolani – ma accompagnando ogni dono con lo stesso, bellissimo: «È bellissimo, verdrai, ti piacerà».
Una polimorfa passione di lettrice, che letterariamente mi spiazzava.
Quando le chiesi che cosa, al di là del suo lavoro di editrice, veramente le piacesse, mi rispose che la letteratura era per lei inscindibilmente connessa al divenire delle infinite trame della vita. E lo scrittore un couturier, che -allungando o accorciando, velando o mostrando – liberamente ricuce vita e parola: l’abito, plurale e necessario delle forme, che l’immaginario deve cucirle addosso, per rappresentarla – la vita – aggiungendo uno sguardo inedito sul mondo. Abiti e sguardi di scrittura, che l’affascinavano tutti, senza pregiudizi espressivi o limitazioni tematiche.

Maria Attanasio su Elvira Sellerio in La memoria di Elvira, Sellerio

Metafore parole fossili

2 settembre 2016

Credo che esistano solo alcune metafore essenziali, e l’idea di inventare nuove metafore, è sbagliata. Abbiamo, per esempio, tempo e fiume, vivere e sognare, dormire e morire, occhi e stelle. Tali esempi dovrebbero essere sufficienti. Invece, dieci giorni fa, ho letto una metafora che mi ha sorpreso molto. Appartiene ad un poeta indiano : “E ho scoperto allora che le montagne Himalaya sono il riso di Shiva.” Con altre parole, un dio terribile per un monte terribile. Ebbene questa metafora è nuova, almeno per me; non la posso collegare allo stock di metafore che ho citato prima. Mi è sembrato di scoprire nuove metafore a Chesterton, e dopo mi sono accorto che in verità non erano nuove. Per esempio, quando un viking danese dice nella “Leggenda del cavallo bianco”: “E il marmo come la luce solidificata della luna, / E l’oro come un fuoco ghiacciato”. Queste metafore sono certamente impossibili. Eppure, l’idea di comparare il marmo bianco con la luna bianca e il fuoco con l’oro, non è nuova. È espressa solo diversamente. […]
Mi ricordo cosa diceva Emerson: il linguaggio è una poesia fossile. Potete verificare questo fatto cercando una parola nel dizionario. Tutte le parole sono metafore – oppure poesia fossile, lei stessa un’incantevole metafora.

JL Borges

Nessuno deve dirmi come scrivere

13 luglio 2016

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«[…] hai una splendida carnagione, così candida e rosea, come le eroine dei romanzi. Hai notato», proseguì con aria sognante leccandosi dalle dita un ultimo residuo di panna, «che nei romanzi si parla continuamente dell’aspetto fisico delle protagoniste? Dev’essere penoso per Miss Milliment leggere quelle cose sapendo che lei non potrebbe mai essere descritta in quel modo».
«Non sono mica sempre così belle», puntualizzò Polly. «Prendi Jane Eyre».
«E poi ha dei capelli così belli! è vero che i capelli ramati tendono a scolorire con l’età», aggiunse pensando alla madre di Polly. «Diventano color marmellata annacquata. Oh, non parlarmi di Jane Eyre! Mr Rochester non parla d’altro che di quanto è piccola e fiabesca. Un modo furbo per dire che è bella».
«Chi legge vuole conoscere questi dettagli. Spero che non diventerai troppo moderna come scrittrice, Clary. Quei libri in cui non si capisce quello che succede». Polly aveva preso Ulisse dalla biblioteca di sua madre e lo aveva trovato davvero difficile.
«Scriverò alla mia maniera», replicò Clary. «Nessuno deve dirmi come scrivere».

Elizabeth J. Howard, Il tempo dell’attesa (La saga dei Cazalet 2), Fazi, traduzione di Manuela Francescon