Archive for the ‘versi e direzioni dell animo’ Category

Non puoi continuare né tornare indietro

10 gennaio 2017

Di’ a te stesso
mentre si fa freddo e il grigio precipita dall’aria
che continuerai
a camminare, a sentire
la stessa canzone, non importa dove
ti trovi —
nella cupola del buio
o sotto il bianco screpolato
dello sguardo della luna in una valle innevata.
Stasera mentre si fa freddo
di’ a te stesso
ciò che sai, che non è niente
altro che la canzone suonata dalle tue ossa
mentre continui a incedere. E sarai in grado
per una volta di sdraiarti sotto il minuscolo fuoco
delle stelle invernali.
E se capita che non puoi
continuare né tornare indietro
e ti trovi dove sarai alla fine,
di’ a te stesso
in quel definitivo fluire del freddo nelle membra
che ami quello che sei.

Mark Strand, “Versi per l’inverno”, tratto da “L’uomo che cammina un passo avanti al buio”, traduzione di Damiano Abeni

 

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Più nero di qualunque cecità

1 gennaio 2017

Corvo era talmente più nero
dell’ombra della luna
da avere stelle.

Era tanto più nero
di qualunque negro
quanto la pupilla di un negro.

Perfino, come il sole,
più nero
di qualunque cecità.

Ted Hughes, Color corvo

Il dolore con le piume (parola di corvo)

11 dicembre 2016

porter_grief

C’ero una volta io che sono ormai grande e ho
un figlio. E una moglie. E la macchina. Parlo
un po’ come papà.

In macchina attraversiamo le Chilterns, i
Downs, le brughiere, i Broads, cantando
British Holidays for British People. Lo faceva
anche mio papà: ci portava a vedere la Gran
Bretagna. Il Cader Idris, Shingle Street,
Mallyan Spout. Adesso mio figlio,
piccolissimo, grida «cra» quando vede un
corvo perché io, quando vedo un corvo, grido
CRAAAA.

Racconto storie di Corvo, il nostro amico di
famiglia. Mia moglie scrolla la testa. Trova
strambo che io serbi teneri ricordi di vacanze
in famiglia con un corvo immaginario e io le
rammento che avrebbe potuto essere una cosa
come un’altra, che sarebbe potuta andare in un
modo come in un altro, ma ne era uscito
qualcosa di sano, più o meno. Nostra madre ci
manca, vogliamo bene a nostro padre,
salutiamo i corvi con la mano.
Non è poi tanto assurdo.

Max Porter, Il dolore è una cosa con le piume, Guanda, traduzione di Silvia Piraccini

L’amore mio

4 dicembre 2016

[…] L’amore mio non lo sa come sono triste a stare sempre così
senza l’amore mio

[…] L’amore mio non ha una poltrona molto comoda
Se l’amore mio era mio gliela compravo

[…] L’amore mio l’amore mio quale amore mio?
l’amore mio non c’è
se no certo non mi lascerebbe qui così
mi direbbe almeno qualche parolina
di sicuro allora me lo sono sognata
che bello se l’amore mio c’era invece non c’è

[…] l’amore mio certe volte mi fa piangere così tanto
che non so più come fare
ma dopo quando è passata
appena penso all’amore mio mi viene subito da sorridere

*

l’amore mio l’amore mio l’amore mio non esiste
cioè esiste
ma non è come lo penso io è abbastanza diverso
non che si peggiore ma comunque è un altro
solo che io me lo dimentico
e dopo quando me ne accorgo
ogni volta è una tragedia

*

all’amore mio io voglio tanto bene
tantissimo
lui crede di sapere quanto
invece nemmeno se lo sogna
per esempio io per l’amore mio darei la vita

*

chissà se l’amore mio ci sarà
quando sarò in punto di morte
mi piacerebbe tanto di sì
e che mi stesse vicino vicino
tanto è l’ultima volta
e che mi dicesse delle cose commoventi
per esempio mi dispiace molto che tu muoia

*

l’amore mio se morirà prima lui non creda!
perché anch’ io morirò immediatamente
e così dopo due giorni riceverà una lettera
con dentro l’ultima poesia
e anche con spiegato come sono morta.

Vivian Lamarque, L’amore mio è buonissimo

Io sono una gemma pelosa

1 agosto 2015

In questa doratura di sole
io sono
una gemma pelosa
legata crudelmente con un filo di refe
perché non possa sbocciare
a bagnarsi di luce.
Accanto a me tu sei
una freschezza riposante d’erba
in cui vorrei affondare
perdutamente
per sfrangiarmi anch’io
in un ebbro ciuffo di verde —
per gettare in radici sottili
il mio più acuto spasimo
ed immedesimarmi con la terra.

Antonia Pozzi, Meriggio
Milano, 19 aprile 1929

Un incontro inatteso

15 luglio 2015

Siamo molto cortesi l’uno con l’altro,
diciamo che è bello incontrarsi dopo anni.

Le nostre tigri bevono latte.
I nostri sparvieri vanno a piedi.
I nostri squali affogano nell’acqua.
I nostri lupi sbadigliano a gabbia aperta.

Le nostre vipere si sono scrollate di dosso i lampi,
le scimmie gli slanci, i pavoni le penne.
I pipistrelli già da tanto sono volati via dai nostri capelli.

Ci fermiamo a metà della frase,
senza scampo sorridenti.
La nostra gente
non sa parlarsi.

Wisława Szymborska, “Un incontro inatteso”, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009), Adelphi, a cura di Pietro Marchesani

Se tu me lo dici

27 febbraio 2015

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Se qualcuna delle mie parole
ti piace
e tu me lo dici
sia pur solo con gli occhi
io mi spalanco
in un riso beato
ma tremo
come una mamma piccola giovane
che perfino arrossisce
se un passante le dice
che il suo bambino è bello.

Antonia Pozzi, Pudore, 1933

Svegliarsi in inverno

8 dicembre 2014

Il cielo è di stagno, ne sento il gusto in bocca: stagno vero.
L’alba d’inverno ha il colore del metallo,
gli alberi s’irrigidiscono al loro posto come nervi bruciati.
Stanotte non ho fatto che sognare distruzioni, annientamenti:
una catena di montaggio di gole tagliate, e tu ed io
che ci allontanavamo adagio nella Chevrolet grigia, bevendo il verde
veleno dei prati ammutoliti, le piccole lapidi di assicelle,
senza rumore, su ruote di gomma, verso la stazione balneare.

Che echi dai balconi! E il sole come illuminava
i teschi, le ossa sfibbiate di fronte al panorama.
Spazio! Spazio! Le lenzuola venivano ormai meno.
Le gambe del lettino si scioglievano in terribili posture, e le infermiere—
ogni infermiera incerottava la sua anima a una ferita e spariva.
Gli ospiti mortali non erano rimasti soddisfatti
delle stanze, dei sorrisi, dei bellissimi ficus,
o del mare, che acquetava il loro senso spellato come Mamma Morfina.

Sylvia Plath, Svegliarsi in inverno, 1960

L’arte di non perdere

20 ottobre 2014

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano aspettare
di essere perse, che perderle non è un disastro.
Ogni giorno perdi qualche cosa. Accetta l’ansia
di chiavi perdute, di un’ora spesa male.
L’arte di perdere non è difficile da imparare;
allora impara a perdere di più, a perdere
più in fretta:
luoghi e nomi e dov’è che avevi in mente
di andare. Non sarà mai un disastro.
Ho perso l’orologio di mia madre. E guarda!
l’ultima
o la penultima di tre amate case ho perso.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.
Ho perso due città, belle. E, più vasti,
i regni che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è poi un disastro.
Anche perdere te (la voce giocosa, i gesti
che amo) sarà la stessa cosa. È evidente
che l’arte di perdere s’impara fin troppo presto
anche se pare (scrivilo!) un disastro.

Elizabeth Bishop, Una sola arte, traduzione di Gabriella Sica

Io sono io

24 novembre 2013

Io sono io.
Sono personale,
soggettiva, intima, singolare,
confessionale.
Tutto quello che mi accade e si ripete
accade a me.
Il paesaggio che descrivo
sono io stessa.
Se vi interessano gli uccelli, gli alberi, i fiumi,
consultate i libri degli esperti.
Io non sono un dato uccello,
un dato albero,
un dato fiume.
Io sono registrata solo
come un Sé.

Io, ovvero Io.

Nina Cassian, da C’è modo e modo di sparire, Adelphi, a cura di Ottavio Fatica