Intervista a Stefano Gallerani (8×8, quarta serata)

1 aprile 2017 by

In quanto scrittore e critico letterario, in che modo si confronta con una raccolta di racconti? In base a quale caratteristica sceglie i testi da recensire?
Parto dalla seconda domanda. A volte i testi li scelgo tra i tanti che ricevo ma li cerco anche per vedere quello che esce, tra le cose nuove. Bisogna stare attenti all’attività editoriale. Li scelgo anche in base all’autore: se è qualcosa di un autore che è già conosciuto, che conosco, o se è un autore classico. Altre volte conta molto come viene presentato il libro che viene portato alla nostra attenzione e non perché non vogliamo fare lo sforzo di seguire il libro ma perché le uscite sono talmente tante che soprattutto sulle novità il lavoro degli uffici stampa è molto importante per come presentano e offrono il libro. Perché può, per esempio, destare l’attenzione dove l’attenzione non si era destata prima: magari ti era sfuggito, magari non ci avevi fatto caso. Poi personalmente il mio criterio – che funge anche come principio – è quello di seguire molto l’attività dei piccoli editori perché la loro attività, soprattutto oggi, nasconde secondo me – in proporzione alla quantità dei libri che fanno – una maggiore qualità. Un po’ per necessità, perché il piccolo editore non potrà mai competere con un grande editore, quindi gioco forza deve curare l’aspetto della qualità. Cerco di stare attento perché spesso alcuni libri che sono poi rimbalzati nei grandi editori negli ultimi anni sono usciti inizialmente con i piccoli editori. A volte per un piccolo editore l’attenzione di noi che leggiamo è già una forma di gratificazione perché non possono permettersi una grande promozione pubblicitaria. Per quanto riguarda invece la prima domanda che ha a che fare con i racconti, io li amo molto: sono attento all’uscita delle raccolte di racconti perché sono rare, perché è un genere rispetto al quale gli editori non puntano molto – soprattutto i grandi editori – perché pensano che un racconto sia meno accattivante del romanzo, che si presenti più difficilmente, mi riferisco per esempio a come parlarne in una quarta di copertina. Per il lancio di un romanzo si prende il nucleo della storia, se è particolarmente efficace, e qualcosa riesci a farci; per quanto riguarda una raccolta di racconti presentarla è un po’ più difficile e quindi gode di minore visibilità e considerazione. Il racconto è invece un genere interessantissimo per me. Inoltre ne possono uscire di interessanti anche tra gli italiani. Penso per esempio a Luca Ricci che, con un libro di racconti uscito per un grande editore come Rizzoli, sta avendo un buon riscontro, credo anche di vendite. Quindi a volte gli editori si fanno problemi dove in realtà non ci sono, perché il libro in fondo segue la sua strada. Anche un libro di racconti potrebbe incontrare favorevolmente l’attenzione dei lettori: è un libro che ti puoi portare sempre dietro, leggi un racconto e poi ne leggi un altro, puoi saltare da un punto all’altro. In realtà è un genere che si presterebbe maggiormente alla diffusione dell’opera di uno scrittore, oltre il fatto che ci sono grandissimi scrittori di racconti ed esclusivamente di racconti: Luca Ricci è al terzo-quarto libro solo di racconti, e adesso è uscita la raccolta di uno scrittore inglese del secolo scorso molto importante, Saki, che è uno scrittore quasi esclusivamente di racconti. Quindi a volte i racconti sono un viatico necessario per arrivare all’opera di alcuni autori: leggere Joyce senza partire dal suo primo libro di racconti sarebbe assurdo.

Invece da lettore qual è il suo rapporto con i racconti?
Il mio rapporto con il racconto è abbastanza empatico e idiosincratico perché il racconto, così come è difficile da scrivere per lo scrittore, è altrettanto spinoso da leggere perché deve avere un appeal immediato che ti deve catturare, far leggere e arrivare alla fine. Quindi quando il racconto ha dei difetti disturba la lettura più di quanto non faccia il romanzo nel quale puoi sempre pensare che dieci pagine non sono venute bene ma magari altre venti sono fatte bene, se il romanzo non è molto organico puoi sempre sperare che ci sia qualcosa insomma. Nel racconto nove volte su dieci se non è efficace lo capisci subito e da lettore è un po’ frustrante, ti fa arrabbiare. Però in una raccolta di racconti puoi muoverti più agevolmente. Quando ti prende un po’ la nevrastenia da lettore, quando leggi molto – per piacere o per dovere – il racconto ti allevia e viene incontro alla nevrastenia.

Tra i racconti di questa sera a 8×8 ce n’è qualcuno che l’ha colpita e, se sì, su quale aspetto punterebbe per valorizzarlo in un’eventuale recensione?
Tra i racconti di questa sera in realtà solo un paio mi hanno colpito. Noto però che in tutti quanti c’è un difetto  comune: spesso in molti di questi racconti non accade quasi nulla e non nel senso estetico-letterario (come un racconto incentrato sul fatto che non succeda nulla). Non accade nulla semplicemente perché il racconto viene considerato come una forma di scrittura più breve e basta. Quindi si apre una finestra su uno scorcio di vita personale o inventato e là si arriva fino a quando non si è accumulato un certo numero di battute che fanno considerare che quello è un racconto. In realtà il racconto è una struttura circolare, non è semplicemente una finestra aperta su un episodio o su un pezzo di vita. Questo è ciò che manca: la costruzione del racconto. Il racconto parte da immagini, piccole suggestioni, e spesso si chiude senza che ci sia stato un capovolgimento di senso, un momento di frizione o una tensione che invece sono fondamentali. Uno degli elementi comuni tra i grandi racconti è quello di essere circolari, cioè di avere uno sviluppo anche quando parlano apparentemente di nulla ma in cui vi è un cambiamento di senso, un momento in cui la frizione del racconto slitta e accade qualcosa. Questo è quello che manca nei racconti di stasera. Ci si misura spesso con il racconto solo in quanto più corto, senza tenere conto che le esigenze della struttura dell’arte del racconto sono molto rigide e severe, quindi richiedono in realtà un grande lavoro. Scrivere racconti non è un mestiere ma è un ritmo, un rapporto con quella struttura che si deve creare nel tempo. Spesso invece il racconto serve per chi vuole fare lo scrittore come primo approccio alla scrittura, perché di solito non ti confronti immediatamente con il romanzo che ha un passo lungo e disteso. Il fiato ancora non ce l’hai, quindi corri a distanza più breve. Però non è quello il senso del racconto, non è allenarsi per una maratona. Il racconto è gara a sé. 

Crede che la lettura dal vivo dei racconti sia un valore aggiunto e che possa influire sul suo giudizio modificandolo?
In generale sì, mi piace la lettura di autori dei propri testi. Quasi sempre l’autore è la persona che legge meglio il testo. A 8×8 la lettura conta moltissimo: molte volte è stato apprezzato il modo in cui gli autori hanno letto correggendo dei difetti del racconto e dando quell’interpretazione che fa vedere quella sfumatura in più che magari la scrittura non è riuscita a dare – per immaturità, perché è ancora aspra. Però spesso ha pesato: se il racconto ha qualcosa, una buona lettura ad alta voce influisce sul giudizio e anche sulla resa del racconto, oltre a rendere meglio l’intenzione dell’autore. Azzarderei una regola: se un autore lo legge bene vuol dire che l’ha capito e scritto bene.

Quand’è che il racconto esprime il meglio della sua forma? Con quali autori? (Ci sono italiani che ultimamente sono riusciti a comunicare qualcosa di interessante?)
Quando non lo so, perché il racconto ha una storia molto lunga. Ciò che è interessante, però, è che l’Italia è storicamente un paese di novellieri più che di romanzieri. La nostra tradizione letteraria è fatta di liriche e di novelle. Chiaramente parto dal Decameron di Boccaccio, poi ci sono le bellissime raccolte di Palazzeschi, i racconti di Moravia e Bassani. Ci sono moltissimi scrittori italiani del Novecento che sono stati grandi autori di racconti. Tra i giovani abbiamo il già citato Luca Ricci, la raccolta d’esordio – che continuo a preferire tra i suoi testi – di Giordano Meacci. Nel suo caso ha contato molto il fatto di esordire in una casa editrice come minimum fax che prestando molta attenzione alla narrativa nordamericana, che è una narrativa che valorizza lo short story telling, non ha avuto paura di pubblicare raccolte di racconti. Anche Christian Raimo ha iniziato con una raccolta di racconti a minimum fax. Sono stati coraggiosi da questo punto di vista, coerentemente con quello che era il loro orizzonte di riferimento culturale e letterario, e hanno pubblicato autori che era giusto esordissero in quella forma.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Intervista a Loretta Santini (8×8, quarta serata)

31 marzo 2017 by

Da direttore editoriale di elliot, una casa editrice indipendente, come vede un’iniziativa come 8×8 che dà voce a potenziali esordienti? Può essere un’occasione di scouting?
È esattamente questo: un’occasione di scouting. Ma è anche un’occasione per testare lo stato di salute della scrittura di chi ancora non si è avvicinato in maniera professionale al lavoro editoriale e quindi non ha ancora avuto a che fare con editor, editori e agenti: in qualche modo non è ancora corrotto dal nostro terribile ambiente. E quindi è molto utile soprattutto per capire quali sono le nuove tendenze – se ce ne sono – oppure se si è ancora in un momento stagnante. Quindi sì, scoprire tendenze narrative è utile.

Tempo fa avevate una collana specifica per gli italiani, Heroes, ora invece li distribuite nei vari marchi. Cosa è stato fatto e in che direzione andrete?
L’idea di integrare e accorpare gli scrittori italiani nella collana della contemporanea è stato, secondo me, un passaggio inevitabile. Primo, perché è vero che la maggior parte di quelli che pubblichiamo sono esordienti – anche se non del tutto, però nella maggior parte sì. Rischiava di diventare una specie di ghetto, di piccola nicchia protetta che invece non si può né chiedere né tantomeno auspicare. Chi scrive e pubblica per la prima volta deve correre gli stessi rischi di chiunque altro, e deve anche essere accettata la stessa valorizzazione di scrittori magari ben più navigati. Mi sembrava un modo per rendere omaggio alla fatica di chi esordisce e allo stesso tempo per non mettere chi giudica (i critici, in questo caso) in una posizione già di pregiudizio, quindi equiparare il valore di chi esordisce a quello di altri già avanti nella carriera.

Ha riscontrato un tratto comune tra i racconti in gara in questa quarta serata? Ad esempio a livello di temi, stile e linguaggio?
Quello che ho riscontrato innanzitutto è che c’è un’incapacità a individuare temi che possono essere occasione di un uso di una scrittura umoristica, cosa che per esempio io amo moltissimo ma che magari in Italia ha una tradizione molto particolare: scrittori umoristici non ce ne sono poi tanti. Forse viene considerato un genere di serie B, cioè se non fai commuovere sei meno serio. Invece – e questa è una cosa che mi sorprende sempre – mi rendo conto che mai come in questo periodo così confuso – con personaggi come Trump o gli stessi nostri politici – ci sarebbe materia per la scrittura umoristica per tirar fuori e trattare delle cose da un’altra prospettiva. Quindi il tratto comune è questa totale assenza di gioia di vivere. E poi, tranne un paio di casi in cui c’è una personalità che sboccia e che fa capolino, c’è anche una certa uniformità di scrittura.

Per quel poco che si può capire, secondo lei come si inseriscono questi racconti nel contesto della narrativa attuale? Trova che siano in sintonia con ciò che viene pubblicato?
Mi sembra di sì, e lo dico con un po’ di dispiacere perché credo che i giovani autori dovrebbero sempre trovare una cifra nuova e diversa. La mia generazione era dettata dal problema opposto, cioè dal cercare sempre di stupire, essere unici, sconvolgere e scandalizzare; c’era una tendenza completamente diversa. Questo tipo di uniformismo e conformismo va un po’ nella direzione di ciò che vedo in giro. Posso dire una cosa che può suonare strana in questa circostanza? Io non amo molto i racconti perché mi lasciano il più delle volte in sospeso, insoddisfatta. Ho bisogno di respiro a meno che ci sia tra storia e scrittura una perfezione stilistica. La pulizia e l’uso con il bilancino delle parole nella cura dello scrivere mi danno un’emozione, ma succede raramente. Non sono un’amante dei racconti, eppure ho pubblicato delle raccolte – mi contraddico –, ma, ecco, devo essere molto molto appassionata di un autore.

Investirebbe su qualcuno di questi esordienti per un’eventuale raccolta di racconti?
Ce ne sono uno o due che mi piacerebbe vedere se saprebbero fare di più. La forma così breve è complicata: ricreare un fatto compiuto senza sbavature con una scrittura esigente – come deve essere in un racconto – è la prova più difficile. Per me sarebbe più facile giudicare romanzi. Se stasera ci avessero dato otto romanzi, a parte la lunghezza di leggerli, sarebbe stato più semplice giudicare.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Intervista a Antonia Santopietro (8×8, seconda serata)

23 marzo 2017 by

La filosofia di Zest privilegia ambiti di ricerca letteraria innovativi con un focus particolare sulla quotidianità: hai riscontrato questa caratteristica anche nei racconti selezionati per la seconda serata di 8×8?
Questa è una delle caratteristiche che mi ha colpito di più: il fatto che, per quanto con scritture diverse, ci siano molti focus sulla quotidianità, come i sentimenti che fanno parte della realtà di tutti i giorni o che possono essere vicini a noi. Alcuni racconti sono più forti, altri più evocativi. Però ce ne sono anche di diversi.

Rispetto a questo, quali caratteristiche hai notato nei racconti in gara?
Hanno stili diversi. Alcuni più immaginifici che usano una modalità evocativa. Altri sembrano invece più connessi con la realtà quindi hanno anche un linguaggio vicino al parlato, al sentire. Sono comunque tutte formule dosate in maniera efficace.

In quanto lettrice, nel racconto cerchi qualcosa di diverso al di là del progetto di Zest o le due cose combaciano nel tuo gusto?
Come gusto mio personale sono più legata al presente, cioè cerco scritture che mi consentano di rapportarmi alla realtà. Se cerco una lettura che mi coinvolga, questo è ciò che scelgo. Cerco la realtà.

Credi che la lettura dal vivo dei racconti sia un valore aggiunto in vista del giudizio?
Assolutamente sì, anche perché ho partecipato l’anno scorso. È un valore aggiunto anche se credo che tutte le scritture lette più di una volta ti consentano di notare più cose. Per cui forse il fatto che si ascolti il racconto una sola volta potrebbe non essere sufficiente. Però nella sua formula 8×8 è assolutamente vincente, è un ottimo confronto.

Pubblicheresti su Zest qualcuno di questi racconti?
Sì, più di uno. Investirei su un paio di racconti che sono in gara questa sera.

Zest e 8×8 rappresentano delle iniziative originali. Secondo te come contribuiscono due progetti del genere nella ricerca di nuovi autori e nel panorama narrativo italiano?
Lo scouting è la parte più difficile in assoluto perché di piattaforme acclarate che danno la possibilità di un palcoscenico – anche fisico nel caso di 8×8 – alle voci che scrivono ce ne sono pochissime. Per cui in realtà queste iniziative e i blog si stanno sostituendo a tutto il sistema. Sono sicuramente delle piattaforme di elezione a cui guardare ma auspicherei che ce ne siano di più. La parte narrativa di Zest è aperta ai lettori stessi di Zest, per cui il target non è propriamente quello degli scrittori ma di tutti coloro che hanno l’ambizione di scrivere. Siamo noi che cerchiamo di scegliere delle scritture che siano buone.
Per quanto riguarda l’influenza sull’editoria italiana dipende dall’attenzione dell’editoria. Penso che la combinazione blog e social stia dando un buon contributo. Ci sono poi autori che emergono dai social.

Riscontri questo nuovo slancio più nel racconto o nel romanzo?
Il racconto… questo sconosciuto! Invece ci sono molte persone che amano scrivere racconti, anche se il romanzo sembra una forma superiore. Però in realtà molti autori, soprattutto giovani, cominciano a scrivere racconti. Non so rispondervi con precisione; secondo me bisogna dare attenzione al racconto ma già dire «dare attenzione» vuol dire che lo stiamo discriminando. Per cui, viva la scrittura!

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Intervista a Alessandro Grazioli (8×8, seconda serata)

22 marzo 2017 by

In quanto ufficio stampa di minimum fax, come promuovi una raccolta di racconti? Ci sono davvero tutte queste barriere? C’è una differenza tra un autore italiano e uno straniero?
Naturalmente la prima cosa che mi viene da dire è che dipende dalla raccolta, se l’autore è italiano o straniero, se è un grande autore o se è un’opera postuma. Un conto è promuovere Il barile magico di Malamud, un conto è promuovere un’antologia di esordienti italiani. Tutto cambia di volta in volta: come dicevano le nonne, il minestrone lo fai con quello che hai. Dipende dalla natura del libro, dall’autore sia da un punto di vista puramente letterario sia da un punto di vista di disponibilità. Per esempio per la promozione di opere postume di spessore si cerca di «appoggiarsi» a scrittori che le hanno apprezzate.
Non c’è una grandissima differenza nella ricezione dei racconti piuttosto che dei romanzi, almeno per  minimum fax. È una casa editrice che da sempre pubblica racconti e che fa in modo che non abbiano mai meno valore rispetto al romanzo. Il racconto pubblicato e promosso da minimum fax fa parte della promozione e della comunicazione classica della casa editrice. È semplicemente una delle tante forme, non c’è una grandissima differenza in termini promozionali. Però in termini ricettivi, lì sono i numeri che parlano: ahimè i racconti hanno quasi sempre un punto in meno. È un caso che però varia di volta in volta. Abbiamo pubblicato un’antologia di racconti di italiani contemporanei fortunatissima in confronto ai grandi classici americani. Operazioni come quella di La qualità dell’aria (2004) e L’età della febbre (2016) sono state virtuosissime e fortunate in termini di media, di riscontro di pubblico e di vendite ma anche per la presenza nel dibattito culturale. Idem per Malamud e per Yates: del resto tutto a minimum fax è nato sulla scia del grandissimo maestro di racconti Raymond Carver. Se l’editore che pubblica Carver promuove dei racconti parte già avvantaggiato. C’è un’innata curiosità nei confronti di una raccolta di racconti pubblicata da minimum fax. E poi abbiamo fatto anche esperimenti ibridi sulla forma dei racconti: Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan è un romanzo o sono racconti legati? Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti sono racconti ma fanno parte di un’unica costruzione. minimum fax è l’editore giusto per dirti che non c’è differenza.

I racconti di questa serata per quel poco che si può capire come si inseriscono secondo te nel contesto della narrativa attuale? Trovi che siano in sintonia con ciò che viene promosso e venduto?
Vi confesso che, come l’ultima volta, io non li ho volutamente letti prima. Secondo me la funzionalità di 8×8 sta nella lettura ad alta voce. È chiaro che non è la performance che stabilisce il valore letterario di un racconto, però vorrei farmi sorprendere il più possibile.

Dei racconti in gara stasera a 8×8, ci sono degli autori su cui investiresti? Avresti in mente qualcosa di particolare per promuoverli?
Una cosa che secondo me ha sempre senso fare, nel caso di un esordio assoluto in una raccolta di racconti, è cercare di farli arrivare e leggere il più possibile: prepararne l’attesa con la lettura da parte di critici, altri scrittori e giornalisti culturali. Il nome e la voce dell’autore cominciano ad assumere una familiarità prima dell’uscita del libro per non lasciare che arrivi in libreria e basta. Si può dare l’anticipazione di uno dei racconti della raccolta o di uno inedito su uno spazio in rete, su un giornale. Lo scopo è preparare il terreno. Già è strutturalmente difficile non tanto per il racconto ma per un libro in generale: la settimana in cui esce il tuo libro ne escono altri trecento. Devi distinguerlo dagli altri e far capire perché è diverso: se è un romanziere o un autore di racconti già affermato non è necessario spiegare chi è e cosa scrive. L’esordiente è una scoperta assoluta, devo comunicare chi è e far sentire la sua voce. Come ho già detto, si tratta di creare l’attesa non tanto sull’effetto dell’uscita ma sulla qualità dell’uscita per far capire che quello che arriverà ha un suo valore.

Nella fase promozionale quanto incide secondo te la personalità e l’efficacia comunicativa di un autore?
Sarei un illuso purista se vi dicessi che non incide. Non dovrebbe ma è chiaro che, ahimè, una forma di influenza ce l’ha. Sta tutto nel modo in cui vuoi che quella fisicità incida. Se provi a sottrarti da una dinamica televisiva e far sì che la fisicità sia legata esclusivamente alla tipologia di voce dell’autore e cerchi di farla aderire al valore letterario dei suoi contenuti, allora ha un senso. L’intervista all’autore deve far arrivare la qualità di una nuova voce. Il valore di un autore non sta nella sua prestanza fisica, semmai questo è un «in più», altrimenti durerebbe il tempo di una stagione di moda. Sarebbe deprimente e sciocco.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

La nuova media

14 marzo 2017 by

Abbiamo letto la legge e i programmi della nuova media.
La maggioranza delle cose scritte lì a noi ci vanno bene. E poi c’è il fatto che la nuova media esiste, è unica, è obbligatoria, è dispiaciuta alle destre. È un fatto positivo.
Fa tristezza solo saperla nelle vostre mani. La rifarete classista come l’altra?
La media vecchia era classista soprattutto per l’orario e per il calendario. La nuova non li ha mutati. Resta una scuola tagliata su misura dei ricchi. Di quelli che la cultura l’hanno in casa e vanno a scuola solo per mietere diplomi.
Perciò c’è un filo di speranza nell’articolo tre. Istituisce un doposcuola di almeno dieci ore settimanali. Subito dopo lo stesso articolo vi offre la scappatoia per non farlo: il doposcuola verrà attuato “previo accertamento delle possibilità locali”. Dunque la cosa è rimessa in mano vostra.

Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria editrice fiorentina

Intervista a Giorgio Gianotto (8×8, seconda serata)

7 marzo 2017 by

La tua carriera nell’editoria è iniziata con Codice edizioni che si occupa prevalentemente di saggistica.Ora che dirigi minimum fax devi organizzare un catalogo che si occupa di saggistica e narrativa, quale pensi sia il giusto amalgama?
Non c’è un bilanciamento ma c’è una coerenza di lavoro. minimum fax è una casa editrice che parla a un pubblico interessato a quello che succede fuori, per cui il lavoro lo facciamo tutto guardando all’esterno. Questo è un momento in cui la saggistica è importante perché c’è un esterno che sta cambiando, per cui invece di raccontare un qualcosa che si è solidificato devi cercare dove sta il cambiamento. Poi, da quel punto di vista, anche l’autore deve cercare la stessa immagine in termini narrativi. Il bilanciamento è storico, ci sono momenti in cui la saggistica ha più cose da dire come alcuni filoni narrativi hanno qualcosa da dire: in questo momento la fantascienza ricomincia a essere una ricerca. vera soprattutto quella orientale. Il bilanciamento è dovuto all’attenzione che l’editore ha nei confronti del mondo: se l’editore non guarda il mondo e decide un suo bilanciamento vuol dire che sta sbagliando.

Qualche giorno fa avete annunciato il nuovo corso di minimum fax. Ti va di dirci in due parole cosa ci aspetta?
Lo sguardo verso il mondo. Sì, abbiamo cambiato un po’ di cose che poi in realtà vengono annunciate in maniera istantanea ma il lavoro che c’è prima è naturalmente molto lungo. E quello che viene dopo è il futuro che ti sei disegnato addosso. Abbiamo preso Luca Briasco per la direzione della narrativa straniera perché è uno dei più grandi americanisti che ci siano in questo paese e soprattutto per il tipo di sguardo che lui ha nei confronti del mondo. In questo senso è secondo noi la persona giusta al momento giusto ma lo crede anche lui perché il gesto è lo stesso: il modo di guardare il mondo e disegnare attraverso i libri la tua idea di quello che stai guardando. Il suo non è uno sguardo da tecnico ma di una persona curiosa e attenta che analizza i libri nella loro coerenza generale. Attraverso di lui ad esempio stiamo guardando l’America con occhi molto diversi rispetto a quelli di prima. La ricerca aveva raggiunto un picco e poi aveva accomodato tutto quello che c’era intorno. Con Luca stiamo facendo un passo in avanti, oggi l’America non è più quella degli ultimi vent’anni ma è l’America di Trump, l’America che ha evidentemente un substrato sociale completamente diverso, che ha delle esigenze culturali diverse su cui vogliamo lavorare.

Io ho preso la saggistica, l’ho fatta per un sacco di anni. Lo sguardo sarà evidentemente diverso perché quello di Codice è scientifico e quello di minimum fax è in un certo senso più politico. Ma l’unione che stiamo creando con Luca è quella di dare uno sguardo; anche con Alessandro Gazoia che al momento ha una sorta di vicariato sulla narrativa italiana. Stiamo lavorando per creare un’immagine di quello che sta cambiando: inizieremo a maggio a pubblicare titoli tradotti, mentre la saggistica di Indi è sempre stata una saggistica italiana. Sarà un saggistica che racconta, una non fiction – non andiamo a pestare i piedi a chi fa bene il suo lavoro. Noi faremo il nostro che è quello di trovare delle modalità di sguardo sulle cose che a volte saranno narrativa pura e nella saggistica saranno una via di mezzo tra i reportage e gli studi ma sempre con una voce che racconta.

Da lettore qual è il tuo rapporto con i racconti?
Ottimo, mi piacciono moltissimo. È difficile trovarne di belli nel senso che ultimamente c’è una grandissima capacità di scrivere. In casa editrice ci arrivano molti racconti e anche come lettore li scelgo. Però il racconto più della stesura è l’idea. È una questione di percezione dall’esterno, può essere su qualsiasi oggetto ma conta la capacità laterale, straniante o quella intima… il racconto è breve ma deve essere incisivo. Ci sono molti racconti ben fatti ma che finiscono lì come se le persone curassero la forma senza sapere esattamente dove condurre la storia. Il racconto può essere secondo me anche sgraziato formalmente ma l’idea deve essere brillante. Deve essere fulminante non nell’estetica del fulmineo, veloce, ma mette un punteruolo.

In quanto direttore editoriale, quali caratteristiche deve avere una raccolta di racconti per definirsi «alla minimum fax»?Noi pubblichiamo raccolte storicamente fatte da noi, c’è un’idea che richiede degli estensori. Non aggreghiamo mai cose che arrivano in casa editrice. La qualità dell’aria e L’età della febbre nascono dall’idea di dire cosa c’è in questo momento nel mondo, qual è la febbre, qual è la cosa che ci fa star male. E dopo stai bene. Però prima hai delle percezioni strane, sei scaldato dalla temperatura. Quindi noi lavoriamo in questo senso, le raccolte sono nostre e quelle che ci arrivano dall’esterno… qualcosa succede, qualche curatela ti arriva. Soprattutto ultimamente ci arrivano delle proposte di genere che non sono il nostro modo di lavorare il racconto.

Secondo te qual è l’aspetto peculiare che emerge dai racconti in concorso questa sera a 8×8? Hai notato uno stile o tematiche comuni?Non ho notato un grande aspetto peculiare, ho trovato i racconti tutti abbastanza morbidi. Girano molto intorno alle cose, un po’ come se ci fosse un guardare che non riesce mai a vedere; per cui c’è una grande capacità di tessere lo sguardo ma non si capisce dove esattamente si voleva guardare o se si voleva guardare davvero. Non ho sentito la febbre ma forse ascoltandoli scatterà qualcosa.
Il linguaggio è mediamente molto buono. Ce ne sono un paio che non sono perfetti anzi sono tutt’altro che perfetti nella forma e nella lingua ma hanno quelle tre o quattro caratteristiche che fanno capire che si può arrivare a una perfezione. Infatti sono i più interessanti. Il livello medio è buono, sin troppo buono nel senso che mi hanno attratto di più quelli sporchi perché c’è una voglia di arrivare da qualche parte. Gli altri sono un po’ troppo aggiustati, carini… «carino» è una parola terrificante.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Per me sei perfetta così

19 febbraio 2017 by

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Zelda: …per te sono pigra.
Scott: No, mi piaci così. Per me sei perfetta così. Sei sempre lì ad ascoltarmi mentre ti leggo quello che scrivo a qualunque ora del giorno o della notte. Sei affascinante – e bella. E sbrini il frigo una volta a settimana. O almeno credo.

Scott intervista Zelda, The Baltimore Sun, 7 ottobre 1923

Bangkok e l’isola di Crusoe

15 febbraio 2017 by

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Usando la decina di vocaboli che avevo a disposizione potevo sopravvivere, mangiare e lavarmi, ma certo non addentrarmi nelle insidiose sfumature dei rapporti umani – e del resto non ne avevo neanche voglia. Nessuno riesce a capire fino a che punto Robinson Crusoe si godesse la sua solitudine. A modo loro, la casa di vetro e il giardino erano una specie di isola, persino tropicale, ma la differenza fra Crusoe e una transfuga a Bangkok nel Ventunesimo secolo erano i domestici con le cesoie da giardino, che dall’altra parte del vetro guardavano il farang – reperto A – allungato su un sofà che si esercitava con la calligrafia. Quelli su cui facevo veramente colpo erano i bambini, che passavano ore appesi ai rami, a mangiare pesce e a fissarmi preoccupati.

Lawrence Osborne, Bangkok, Adelphi, traduzione di Matteo Codignola

Intervista a Giulia Caminito (8×8, prima serata)

15 febbraio 2017 by

Sappiamo che è la tua prima volta a 8×8: cosa ti aspetti dai racconti di questa serata? Credi che la lettura dal vivo dei racconti sia un valore aggiunto in vista del giudizio?
Fin dall’inizio ero curiosa di capire la differenza tra la lettura personale e l’interpretazione degli scrittori per bilanciare le mie impressioni nel confronto con loro. Infatti ho molte domande sui contenuti: capire se gli autori avevano intenzione di inserire i racconti in un progetto, all’interno di un raccolta, se hanno avuto già esperienze del genere, come si immaginano di collocarli in un percorso più ampio.

Rispetto alla forma del racconto, cosa cerchi da lettrice e da scrittrice?
È complicato. Questo è forse un discorso banale, però purtroppo esiste una tradizione italiana di racconti ma sembra che non faccia mai lo scatto verso il grande pubblico. Io sono una grande amante dei racconti. Quello che mi aspetto, dipende da racconto a racconto. A me piacciono le raccolte in cui ogni racconto è all’interno di una costellazione. Per me è più difficile leggere un singolo racconto in un’antologia: non mi dà lo stesso effetto di una raccolta pensata da un solo autore. Quindi ricerco identità e progettualità, che ci sia qualcosa di raccontato e che l’idea sia conclusa. In certi casi si tende a lasciare molto sospesa la narrazione però questo deve essere ben calibrato. O la tua idea è la sospensione — e te la devi giocare in un certo modo — oppure in certi casi l’effetto risulta un po’ esile. 

Hai notato alcune di queste caratteristiche nei racconti della prima serata di 8×8?
Alcuni hanno questo difetto anche se è vero che gli scrittori avevano a disposizione poco spazio. Ottomila battute sono poche ed è solo sopra le diecimila che si comincia ad avere un po’ di spazio. Secondo me queste cose devono essere considerate nella valutazione. Si potrebbe chiedere agli autori se hanno tagliato dei racconti che già avevano e se li hanno adattati. Il racconto deve essere studiato e preciso all’interno dei suoi spazi, altrimenti potrebbe perdere il senso originario in cui è stato immaginato. I racconti ovviamente vanno ben misurati, ricalibrati e riletti.

Tra romanzo e racconto qual è per te la forma più congeniale di scrittura?
Per me sono allo stesso livello anche se da un punto di vista editoriale i racconti vengono considerati marginali nel percorso narrativo di un autore rispetto al romanzo, come se non avessero uno sguardo sul presente e una forza attrattiva sul pubblico. È una cosa che mi dispiace molto perché per me le due cose si equivalgono in forza. Nel racconto tendo a costruire un rapporto tra il quotidiano e il surreale, posso inserire più idee e più concentrate. Non mi disperdo nella ricerca di un contesto ma lavoro di più sul linguaggio e sulle finzioni narrative.

A proposito dello stile e del linguaggio, hai notato tra queste voci una tonalità comune?
In realtà i racconti sono tutti molto diversi. Ce ne sono alcuni che riprendono una linea della letteratura americana: la letteratura della crudeltà. Questa nei racconti continua ad avere la meglio soprattutto sui lettori giovani. Però è una cosa già sentita che non produce più l’effetto shock iniziale. Il gusto si è ormai abituato. Ho notato una prevalenza della prima persona, un senso di sospensione, però alcuni hanno un buon contesto. Infatti secondo me l’importante è che il microcosmo del racconto sia riconoscibile.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Intervista a Alice Di Stefano (8×8, prima serata)

15 febbraio 2017 by

In quanto editor di esperienza presso Fazi, dalla lettura dei racconti in gara questa sera che cosa ti ha colpito di più sullo stile, il linguaggio e i temi trattati?
Essendo alla mia seconda esperienza a 8×8 questi racconti sono nettamente più belli e interessanti. Nella maggioranza sono costruiti e scritti molto bene. Però ho notato in tutti una difficoltà enorme a trovare un finale. Alcuni mi sembrano solo degli incipit mentre quelli più simili a dei racconti hanno dei finali un po’ manchevoli, zoppicanti. Si vede che gli autori non hanno trovato una soluzione e il testo rimane in sospeso.

Tra queste voci esordienti hai notato un tratto comune, una tendenza di scrittura?
Forse una scrittura molto semplice, paratattica. A volte volutamente semplificata che però non trovo molto moderna o nuova. Mi ricorda sempre l’atmosfera e le tematiche degli anni Novanta, come i Cannibali e il pulp, già viste e lette. Anche la lingua si richiama a questi modelli e non a quelli più recenti: è curioso che siano i loro ultimi riferimenti.

In generale cosa deve essere per te un racconto a livello di trama, di scrittura e di forma?
Il racconto deve avere una storia che inizia e che si conclude. Per questo ho insistito sull’assenza dei finali: è come se uno iniziasse con una buona idea ma non riuscisse a chiuderla nel giro di poche pagine. Un racconto deve colpire e fare immaginare un’atmosfera proprio attraverso la sua brevità. Per la scrittura in generale ricerco l’originalità, una certa brillantezza e la vivacità. Dal lato dello stile mi interessano i testi scritti bene e con una lingua musicale, qualsiasi sia l’argomento — anche crudele, violento e thriller.

 A partire da un’esperienza come 8×8 investiresti su racconti di esordienti?
Anche se è chiaro che vendono limitatamente rispetto al romanzo, noi di Fazi non abbiamo preclusioni né pregiudizi sui racconti in quanto prodotto editoriale. Vediamo più di buon occhio una raccolta di un solo autore anziché un’antologia a più voci.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente