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La minaccia e il Pil

30 settembre 2015

diamond, giordano, movimenti di popolazione

«Gli immigrati sono sempre più spesso additati come una delle principali cause del fenomeno criminale e quindi considerati una minaccia per la società […], eppure contribuiscono, spesso in modo considerevole, alla crescita del Pil del paese ospitante […]. Ci si trova quindi davanti a un paradosso: immigrati in gran parte utili ma percepiti come pericolosi. Bisogna chiedersi se il diffuso allarmismo nei confronti del movimento migratorio […] sia davvero giustificato»

Alfonso Giordano, Movimenti di popolazione, Luiss University Press, collana Piccole introduzioni

La presentazione a Roma:

Mercoledì 14 ottobre, ore 18,00 presso la Società Dante Alighieri, piazza Firenze, 27

Intervengono Jared Diamond e Carlo Rognoni.

Del nostro paese non è rimasto quasi niente

9 dicembre 2014

Spengo la lampada sul comodino, quello che rimane della notte continuo a passarlo a occhi aperti. Sento Michele rigirarsi nel letto nell’altra stanza. I vecchi dormono poco, perché nei loro ricordi c’è troppo. Penso a Stalino e a Menego. Non li vedo da mezzo secolo, e ormai non ho più la fantasia per provare a immaginarmeli. Penso a Narciso, penso a Ercole. Ciao amico mio, gli dico, non ti ho mai dimenticato. Il mondo è andato avanti senza di noi, dall’ultima volta, Brondolo è cambiata. Tutte le case hanno la luce e la televisione, e l’acqua è calda anche in inverno. Del nostro paese non è rimasto quasi niente, solo un pugno di case con alle spalle un dinosauro di cemento. È così che è andata. Michele non ha sposato Quarta e si è fatto prete, dovresti vederlo. Menego non ha vinto Sanremo e nemmeno partecipato a un Cantagiro, e Stalino non è diventato un astronauta, ma questo te lo potevi immaginare. Alla fine, però, un uomo ci è andato davvero sulla Luna. Non un russo come credeva Mosca, ma un americano, pensa. Quanto a me, non ho molto da raccontarti. I miei giorni migliori se ne sono andati, uno alla volta, tutti. Gli anni sono fuggiti e con loro anch’io. Mi alzo dal letto e comincio a prepararmi. Dalla finestra entra una lama di luce, fuori sorge un’alba rossa. Oggi è il giorno dei Morti.

Mario Pistacchio e Laura Toffanello, L’estate del cane bambino, 66thand2nd, ottobre 2014

Domare la nostalgia

28 novembre 2014

Di tanto in tanto hai sentito qualcosa che è difficilmente descrivibile, una nostalgia, ma senza tristezza, senza nessun retrogusto complesso dei tuoi pensieri e ricordi. Una nostalgia del tuo corpo, delle tue energie, dei tuoi sofisticati cicli ormonali che sono andati avanti nel loro corso all’oscuro della distanza che avevi messo tra la tua ponderata scelta e l’istinto. E l’hai domata questa nostalgia, l’hai parata con fierezza e saggezza, ma lo hai dovuto fare ogni santo giorno.

Raffaele Riba, Un giorno per disfare, 66thand2nd

Il paese era tutto là

27 novembre 2014

Il paese dormiva, le case silenziose affacciate sul canale della Fossetta, le barche assonnate nell’acqua. Brondolo era tutta lì, in quell’unica via che dalle chiuse del Brenta costeggiava il canale fino alla piazzetta per poi perdersi negli orti. Le strade si chiamavano via Bassa, via del Mare, via dei Monti, via Alta, via del Fiume, via Vecchia, via Nuova, a seconda di dove portavano o di quando erano state costruite. In tutto ci abitavano una trentina di famiglie che si conoscevano bene tra loro, gente perlopiù nata e cresciuta lì, che considerava stranieri i veneziani e marziani tutti gli altri.

Mario Pistacchio e Laura Toffanello, L’estate del cane bambino, 66thand2nd

Il western di Céline Minard

7 novembre 2014

Jeffrey camminava a grandi passi e pensava agli uomini, a ciò che li separa, a ciò che li unisce, ai fucili e alle diverse forme che può prendere la curiosità insopprimibile degli uni per gli altri.

Céline Minard, Per poco non ci lascio le penne, 66thand2nd, traduzione di Elena Sacchini

Sic: ci hai obbligati a immaginare quello che sarebbe potuto essere

23 ottobre 2014

Ci hai consegnata questa breve memoria di te. Ci hai obbligati a immaginare quello che sarebbe potuto essere, a inventarci una storia del motociclismo con te in griglia. In verità nel circo ci si dimentica tutto in fretta, o almeno in fretta si finge di dimenticare. Cosa sarebbero, oggi, le corse se ci fossi tu? Starebbero tutti lì a battibeccare, a dire che sei pericoloso per il solo fatto che guidi una moto dovendo sopperire alle limitazioni di una fisicità eccessiva per il motociclismo coll’estro e l’aggressività. Chi corre, oggi, l’uomo o la macchina? Chi fa la differenza, oggi, l’uomo o la macchina?

Ti avevano insegnato a puntare quel centimetro di spazio attraversato il quale si entra nell’energia oscura, quello scoppio inconoscibile che possiamo solo immaginare. Oggi è tutto chiaro, si corre nella materia conosciuta, nel nichilismo certo di un’erogazione controllata. Come avresti potuto continuare tu a stupirci? Chi ti avrebbe permesso di farlo? Il grande circo è stato spesso un grande spettacolo pianificato. Piloti cresciuti perché facenti parte di un progetto ultrasponsorizzato, protetti da strutture che fanno girare grandi quantità di denaro. Piloti che, in un modo o nell’altro, devono vincere, con aiuti di ogni tipo. Tu sei arrivato alla vittoria solo perché eri un campione. Sembra abbiano fatto di tutto per non farti crescere, come pilota. Già dovevi combattere con i tuoi ottanta chili, con la tua altezza, con tutto quanto ti faceva perdere, inevitabilmente, tanti decimi sul dritto. Non avevi strutture, non avevi sponsor. Avevi tuo padre e gli amici. Avevi anche tanti nemici. E avevi l’invidia di molti a farti correre controvento. Per questo sei diventato maestro dell’aria, finché hai potuto ci hai regalato lo spettacolo epico di chi vince partendo da dietro, quell’ultimo che diventa primo per solo coraggio, per solo talento. Non si vince per solo talento, mai. Si vince per un brodo perfetto, dove basta un solo grano di sale in più o in meno a rovinare tutto. La vita è la massima invenzione di esseri destinati a quell’altra invenzione che è la morte.

Emanuele Tonon, I circuiti celesti, 66thand2nd

Quando arriva il momento

23 giugno 2014

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Nonostante quasi due anni di cure condotte con diligenza stamattina è arrivato il momento che aspettavo con un certo timore: la mano ha cominciato a tremare. Me ne sono accorto appena sveglio quando, prendendo i biscotti dalla credenza, ho visto la mano destra irrigidirsi e vibrare. Il pacco oscillava tra il vuoto e il ripiano, cinque, sei battiti al secondo. L’ho rimesso dov’era e ho abbassato il braccio, nella speranza che sarebbe bastato ripetere daccapo la sequenza dei gesti. Terminata la colazione ho messo i biscotti al loro posto, ma in uno scaffale che con tutta probabilità domani non riuscirò più a raggiungere.
In gergo questo movimento si chiama «contare le monete»: una mano che trema come se stesse gettando le fiches sul banco di un tavolo da gioco, l’altra che cerca di fermarla. È il marchio del Parkinson e anche la sua presa in giro perché capita solo quando sei sveglio, quando puoi sapere di essere malato e quando gli altri possono vedere quello che vedi tu.
Avevo la mattinata libera e allora sono uscito a prendere un po’ d’aria. Sentivo il baricentro del mio corpo scivolare, inadatto, sulle folate di vento che sbucavano all’improvviso tra un palazzo e l’altro. Nonostante ciò c’era il sole e ai giardini Luxembourg la gente era impegnata a passeggiare, correre o guardare i monumenti, mentre alberi e animali ripartivano daccapo a ritmo della primavera.
Dopo qualche passo in direzione della fontana dei Medici ho incontrato Loris. Non lo vedevo da quando avevo occupato la sua scrivania. L’ho visto io per primo, lui era impegnato ad allacciare la scarpa a un bambino che poteva avere quattro o cinque anni. Appena mi ha riconosciuto ha sorriso, poi, a mano a mano che i nostri corpi si avvicinavano, ho visto il suo sguardo abbassarsi lentamente per poi ritornare su i miei occhi, più mite, colpito, compassionevole.

Raffaele Riba, Un giorno per disfare, 66thand2nd

Muoversi in due mondi diversi

20 giugno 2014

Essere cresciuto con due lingue in testa fece credere a Matteo di potersi muovere con agio in due mondi diversi. Poter chiamare le cose in due maniere distinte gli toglieva quel senso di inevitabilità che condizionava tutti gli altri adolescenti. Poteva dare due nomi al principio di acne che aveva sulle tempie, due nomi alla noia che smorzava giocando a basket fino a consumare la suola delle Air Jordan, poteva chiamare due volte l’ansia che a tratti lo divorava quando meno se lo aspettava e darsi due spiegazioni diverse sulla sua natura.
Il francese era la lingua materna, quindi della tavola da apparecchiare e poi sparecchiare, dei vestiti da riordinare in camera sua, del coprirsi bene quando si esce, del pulirsi le scarpe quando si rientra, del grazie mamma, buonanotte anche a te. Ma era anche la lingua delle vacanze, usata per raccontare alla nonna di Nizza tutto quello che succedeva a Santa Teresa o per non sembrare un altro di quegli italiani che da Mentone a Saint-Tropez si spandevano sulla Costa azzurra per i mesi di luglio e agosto.
L’italiano invece era la lingua del padre e quindi della parte esterna della casa: la lingua del prato da tagliare, del calcio, della verdura, della frutta, degli attrezzi come le cesoie, l’incudine, le assi di legno e gli stivali di gomma impermeabili.Era il nome delle medicine omeopatiche che il padre gli faceva ingollare a ogni raffreddore.
E poi era la lingua dei suoi amici o compagni che sarebbero rimasti giovani per sempre nel momento in cui se ne sarebbe andato.

Raffaele Riba, Un giorno per disfare, 66thand2nd, collana Bookclub

La sete verticale di Tonon

13 gennaio 2014

L’intero racconto è incendiato dalla sete «verticale» dell’autore. Nell’universo di Tonon la trascendenza non può prescindere dalla carne, Dio stesso non offre una metafisica consolazione dal male e dalla morte. E’ in questo mondo desolato che l’epica antica risorge nella vita, eccezionale e umanissima, di Marco Simoncelli: «Non si vince per solo talento, mai. Si vince per un brodo perfetto, dove basta un solo grano di sale in più o in meno a rovinare tutto. La vita è la massima invenzione di esseri destinati a quell’altra invenzione che è la morte».

via“I circuiti celesti” di Emanuele Tonon.

Marco Simoncelli ha vinto poco ma è come se avesse vinto tutto.

28 dicembre 2013

Ognuno ha dovuto sacrificare qualcosa al proprio sogno, ma è un sacrificio che fa sgorgare pura felicità. Il sogno di vincere con le moto grosse per Marco. Il sogno di pubblicare libri per me. Il sogno ti può schiacciare se smetti di sognarlo. Il sogno deve essere sempre sognato per sfavillare meraviglia. Continuo a scrivere perché è come se dovessi ancora esordire, perché è come se non avessi pubblicato niente. Solo così posso continuare a stare nel fervore. Ho vinto poco, praticamente niente, ma scrivere è già la mia vittoria. Marco ha vinto poco ma è come se avesse vinto tutto.

Emanuele Tonon, I circuiti celesti, 66thand2nd