Posts Tagged ‘66thand2nd’

Meglio non immischiarsi

24 dicembre 2013

Nonno aveva un fucile ed è così che le ha rovinato l’udito. Era un uomo arrabbiato e gli piaceva celebrare la sua rabbia. La cosa che più gli piaceva era far vestire di tutto punto mamma e le sorelle, costringerle a mettersi in fila vicine vicine mentre lui sparava; l’esplosione risuonava nell’aria sopra le loro teste e faceva male come se gli avesse svuotato il caricatore direttamente addosso. Lei ancora se lo sogna la notte, vestiti di percalle e colletto a farfalla, incubi che la fanno gridare, grida che riecheggiano per tutta la casa. A volte se lo sogna anche quando è sveglia. Parla con esseri che non vedo, pensa che l’albero di Natale o l’attaccapanni siano persone e li butta a terra. È meglio che non mi immischi quando litiga e scalcia contro questa cosa che la trascina lontano. Aspetto che ritorni in superficie a prendere aria e così la metto a letto, rimetto in piedi l’albero di Natale, raccolgo i cappotti, chiudo a chiave a doppia mandata tutte le porte e mi infilo sotto le coperte.

Tupelo Hassman, Bambina mia, 66thand2nd, traduzione di Federica Aceto

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Aria di sfida

24 novembre 2013

Se quello straccione che ha osato sfidarmi sul ring prova a spettinarmi la frangia non lo guardo nemmeno, lo ammazzo e via.

Alban Lefranc, Il ring invisibile, 66thand2nd, traduzione di Daniele Petruccioli

Felici da dimenticare

16 novembre 2013

I grandi, dentro il recinto, si ubriacavano, noi, furtivi, ci aggiravamo armati di taniche e tubo di gomma. Svitavamo il tappo del serbatoio, infilavamo il tubo trasparente, un soffio forte e poi via di aspirazione. Ci arrivava in gola, la miscela, infilavamo il tubo fulmineamente nella tanica, facevamo scorrere il liquido prezioso mentre sputavamo i residui che ci sballavano per qualche secondo. Eravamo così poveri che la miscela era oro. Ma eravamo felici, ci era dato di dimenticare i banchi di scuola, ci era dato di dimenticare la fabbrica, i campi. Tornavamo a casa stonati, attraversando il buio delle stradine di campagna, molti di noi finivano inevitabilmente nei fossi. Qualcuno è andato a morire, qualche anno dopo, dilaniandosi o carbonizzandosi contro un muro, quando giunse il tempo delle automobili.

Emanuele Tonon, I circuiti celesti, 66thand2nd

Bisogna diventare campioni del mondo per tenere la folla a distanza

7 novembre 2013

Come sarà quando il suo nome invaderà le loro vite, quando li inzupperà dalla testa ai piedi, quando uscirà loro di bocca? Bisogna diventare campioni del mondo per tenere la folla a distanza.

Alban Lefranc, Il ring invisibile, 66thand2nd, traduzione di Daniele Petruccioli

Ho visto i più grandi pugili neri

5 novembre 2013

Ho visto i più grandi pugili neri sfigurati dalla vergogna, dolci giganti stravolti ostaggi di lentezza senile, le braccia bucherellate dalle pere, messi in mostra in talk show prime time a vendere detersivi e mutande. Gli ho visto la pelle esposta in primo piano sui televisori, i muscoli disfatti, l’odio impotente in fondo agli occhi. Ho visto la loro condanna a morte minuziosa, gli alti e bassi del loro nome nell’opinione pubblica. Tutti, dai sottomessi ai sediziosi, che sul podio avessero alzato il pugno o la bandiera a stelle e strisce, sono finiti triturati dalle dicerie, inesorabilmente.

Alban Lefranc, Il ring invisibile, 66thand2nd

Vincere con facilità

24 ottobre 2013

Il talento non conosce calcolo, nell’agone. Guardare solo avanti, in attesa di alzare gli occhi al cielo, in una verticalità che, vada come vada, non potrà mai conoscere sconfitta. Cosa dovrebbe fare lo scrittore se non questo? Kafka si trasformava in una blatta, si lasciava perforare dalle mele, per puntare solo al cielo. Bisogna commuovere le stelle, oppure tutto è vano, tutto è solo intrattenimento, come fare i balli fitness in riva al mare a ferragosto, tutti campioni di ballo sterminati dalla voglia, dal bisogno di nientificarsi sulla spiaggia, lontani da qualunque gloria perché sta dentro l’unica gloria possibile. E allora chi guarda al cielo e prova a commuovere le stelle diviene un mostro, uno che può far crollare il sistema infallibile del ballerino da spiaggia, del venditore di case ammuffite. Vincere con facilità è lo sport per eccellenza di questo tempo terminale, uno sport pieno di campionissimi.

Emanuele Tonon, I circuiti celesti, 66thand2nd

Fiori di carta igienica

15 ottobre 2013

Raccolgo i fiori di Dennis dallo scaffale vicino al mio letto, uno per uno. Li tengo in mano quando dormo per tenere la bocca chiusa, ma al mattino la mia bocca è tutta arrossata per via di quella dozzinale carta igienica del Truck Stop che è adatta per essere piegata a formare una rosa ma è dura per la mia pelle morbida. Prendo un altro fiore per nascondere il rossore e lo porto così tutto il giorno.

Tupelo Hassman, Bambina mia, 66thand2nd, collana Bookclub

Denti

3 settembre 2013

Mamma si nascondeva sempre la bocca quando rideva. E anche quando parlava con troppa allegria e dilatava quei muscoli felici, scoprendo troppo i denti. Ancora oggi io sono in grado di riconoscere una persona del mio quartiere dai denti. O dal fatto che non ne ha. E quando mi capita di riconoscerle, queste persone le chiamo «famiglia». So subito per esempio che posso affidargli il cane, ma non le chiavi della macchina, e so che non posso essere sicura che si ricordino l’ora esatta in cui devono tornare a prendere i figli. So che se cominciamo a litigare e a un certo punto arriva la Madama, diremo di comune accordo: «Non si preoccupi, agente, è tutto sotto controllo».
So che cosa vogliono nascondere quando nascondono i denti. A quindici anni mamma aveva solo tre denti sani: tutti gli altri erano spezzati oppure marci o stavano per cariarsi. Ha avuto molto tempo per imparare a coprire quel sorriso. Per quanto fosse bella, alta, con le gambe lunghe, nonostante i lunghi capelli castani e la pelle chiara che non aveva mai perso la sua lucentezza, era quella vulnerabilità della bocca e anche quella vulnerabilità nello sguardo che spingevano gli uomini a tornare da lei. Probabilmente questi uomini tornavano solo perché lei era particolarmente propensa a riaccoglierli e, sì, forse mamma era una che ci stava facilmente, ma per quanto mi riguarda tanto di cappello perché, come potranno confermare tutte le donne che ci stanno facilmente, non è affatto facile far sembrare che la cosa sia facile. Comunque, per quanto potesse apparire carina, specialmente dopo essersi regalata per il suo venticinquesimo compleanno una bella dentiera bianca nuova di zecca, mamma non ha mai dimenticato quanto si sentisse brutta con quei denti orrendi. Nella sua testa lei è rimasta sempre la ragazza con i denti marci.
Stesso discorso per la debolezza mentale. Poco importa se poi nella vita dimostri di essere in gamba o se sei pieno di diplomi vergati su pergamena bianca: gli sbagli che hai commesso prima di imparare a fondo le lezioni che veramente contano non si cancelleranno mai. Quei documenti con tanto di timbri ufficiali, firme e controfirme puoi appenderli bene in vista su tutti i muri che ti pare e puoi metterli dentro cornici lucenti, ma la tua immagine riflessa sul vetro non riuscirà mai a farti dimenticare quanto ti sei sentito stupido quando eri alle prime armi. Non arriverà mai un momento in cui potrai finalmente sorridere senza vedere quegli spazi che hai in bocca.

Tupelo Hassman, Bambina mia, traduzione di Federica Aceto, di prossima pubblicazione per 66thand2nd, collana Bookclub

Una bella mangiata di carne di porco

3 agosto 2013

Il preside, Karaba, che noi adoriamo, ha comprato dei maiali. Vuole migliorare la nostra alimentazione. Ce lo dice tutte le settimane.
Ahhh, prima o poi ci facciamo una bella mangiata di carne di porco.
Ce lo sogniamo, il porco.
Porco arrosto, porco fritto.
Porco mangiato.
Un giorno alla Mang’u atterrano due studenti grassocci, rosei e gialli. Fratelli. I loro genitori rosei e grassocci hanno una vecchia Mercedes bella grassa. La madre è grassoccia e rosea e gialla. Il padre è grassoccio e giallo. Sembra una sitcom americana sui kenioti ricchi. Vengono nella camerata dei grandi e portano pacchi e pacchi di cibo e grandi sorrisi sudati. Ogni domenica arrivano polli arrosto portati dal loro autista. Pane fresco di forno. Pizza.
I nostri due nuovi benefattori li chiamiamo Maiale e Maialino.
Un giorno, durante l’assemblea d’istituto, Karaba annuncia che entro dicembre avremo la nostra prima mangiata di carne di porco.
Ci brontola lo stomaco.
Una bella mangiata di carne di porco.

Binyavanga Wainaina, Un giorno scriverò di questo posto, 66thand2nd

Nella metropolitana di NY

30 luglio 2013

A Pax piaceva la metropolitana di quella città. Gli piacevano i suoi echi, il suo calore, le zaffate di marcio, la sua congrega di musicisti, sbandati e turisti, il modo in cui il suo tanfo che sa di uovo ti entra in bocca, entra in bocca a tutti. La forza democratizzante della metropolitana, la sua ineluttabile evocazione della morte che verrà per tutti noi, in qualche modo era rassicurante. Piastrella che trasuda. Cemento vischioso. Ratti enormi e tremanti con le code che sembrano l’antenna di una macchina. Pax restava sottoterra per giorni e giorni. Viaggiava. Camminava. Osservava. Gli piaceva aspettare sui marciapiedi, bloccato nella ressa, gli piaceva quel respirare e sudare collettivo, le facce che le persone facevano quando la folla le schiacciava – o meglio, gli piacevano le facce che le persone cercavano di nascondere, gli occhi distolti, le labbra strette, gli piaceva quando una faccia tradiva il suo proprietario. C’era una faccia che vedeva dappertutto. Quella di una ragazzina.

Sarah Braunstein, Il dolce sollievo della scomparsa, 66thand2nd