Posts Tagged ‘bompiani’

Orologi rossi ticchettanti

22 maggio 2018

I bambini un tempo erano astrazioni. Erano Forse sì, ma non adesso. La biografa prima assumeva un’aria di scherno quando sentiva parlare di scadenze biologiche, credendo che l’argomento dell’ossessione della maternità fosse robaccia per le riviste di stile. Le donne che si preoccupavano di orologi ticchettanti erano le stesse che si scambiavano ricette del polpettone al salmone e chiedevano ai loro mariti di pulire le grondaie. Lei non era e non sarebbe mai stata una di loro.
Poi, all’improvviso, era una di loro. Non per le grondaie ma per l’orologio.

Leni Zumas, Orologi rossi, Bompiani, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

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The strongest bond I have ever had

16 gennaio 2018

I’ve never made a career of anything, you know, not even of writing. I started out with nothing in the world but a kind of passion, a driving desire. I don’t know where it came from, and I don’t know why—or why I have been so stubborn about it that nothing could deflect me. But this thing between me and my writing is the strongest bond I have ever had—stronger than any bond or any engagement with any human being or with any other work I’ve ever done. I really started writing when I was six or seven years old. But I had such a multiplicity of half-talents, too: I wanted to dance, I wanted to play the piano, I sang, I drew. It wasn’t really dabbling—I was investigating everything, experimenting in everything. And then, for one thing, there weren’t very many amusements in those days. If you wanted music, you had to play the piano and sing yourself. Oh, we saw all the great things that came during the season, but after all, there would only be a dozen or so of those occasions a year. The rest of the time we depended upon our own resources: our own music and books. All the old houses that I knew when I was a child were full of books, bought generation after generation by members of the family. Everyone was literate as a matter of course. Nobody told you to read this or not to read that. It was there to read, and we read.

Katherine Anne Porter, intervista di «the Paris Review», 1963

Scott e Zelda

31 ottobre 2017

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Ah, Fitzgerald!
Da ragazzo, Scott (perché nessuno all’infuori di sua madre lo chiamò mai Francis) scriveva di Zelda: “Mi sono innamorato di un turbine di vento, e devo tessere una rete grande abbastanza da imprigionarlo e cacciarlo via dalla mia testa, una testa piena del tintinnio di monete che sfuggono via, l’incessante carillon del povero…”. E Zelda sembrava rispondergli, molti anni dopo, in una lettera dalla clinica psichiatrica svizzera in cui era finita: “Scott, ti amo più d’ogni altra cosa sulla terra e, se ti sei offeso, io sono disperata. Ti prego, amamai. La vita è molto confusa. Io ti amo”.

Edoardo Nesi, Storia della mia gente, Bompiani

 
Il momento in cui sono arrivato più vicino a lasciarti è stato quando in rue Palatine mi hai detto che ero un frocio, ma a quel punto qualunque cosa dicessi suscitava in me una sorta di pena spassionata nei tuoi confronti. Nonostante la tua brillante capacità d’osservazione e la tua intelligenza superiore, riesco a indovinare, senza prove e persino con un certo stupore, perché e da dove è nata quella scorciatoia mentale. Vorrei che Belli e dannati fosse un libro scritto con maturità, perché è tutto vero. Ognuno ha distrutto se stesso, ma non ho mai pensato che ci siamo distrutti a vicenda.

Sarà un capolavoro. Lettere all’agente, all’editor e agli amici scrittori, minimum fax, a cura di Leonardo Luccone, traduzione di Vincenzo Perna

Il macero macera tutto

23 ottobre 2017

Lo farò ristampare. Roba da ridere. Le copie, quasi tutte, sono rifluite al magazzino dell’editore, che se ne lamenta e che non ha altra via da seguire se non quella del macero. Il macero macera tutto: le pagine, la pelle, le illusioni di uno scrittore. Dalla poltiglia, che la parola “macero” suscita, si ricava altra carta, altre pagine per altri scrittori da mandare, poi, al macero.

Libero Bigiaretti, “L’uomo che mangia il leone”, Il dissenso, Bompiani

Siamo esseri umani

7 aprile 2017

Più tardi aveva detto: “Sei felice con Amanda?”.
“Sì, credo di sì.”
“È per tutta la vita?”
“Spero di sì.”
“Io sono stata fortunata,” aveva detto la mamma. “Con tuo padre sono stata felice. Ma non è stato sempre facile. Una volta ho pensato seriamente di lasciarlo.”
“Davvero?”
“Siamo esseri umani.” Si era sistemata il cuscino sotto la testa e aveva trasalito. “Stupidi.” Aveva sorriso.

Jay McInerney, Le mille luci di New York, Bompiani, traduzione di Marisa Caramella

Ferruccio Parazzoli e la dittatura del mercato

17 dicembre 2016

Cosa è cambiato da allora? «Avevamo paura di Arnoldo: se per caso un libro cadeva per terra era una tragedia: lui sapeva la fatica che gli era costata trasformare quel libro non in un oggetto, bensì in un valore. Oggi lo scrittore non vale più nulla, se non fa spettacolo non esiste. È la dittatura del mercato, ma gli editori dovranno uscirne.» Come? «Smetterla di puntare di volta in volta sull’autore giovane, sul caso, uscire da questa ipnosi da best seller. Ai miei tempi esisteva il libro di successo, che è una cosa diversa. Comunque…»

da Alberto Riva, Quei mostri sacri del Novecento tra virtù e peccatucci, «il venerdì» di «la Repubblica», 16 dicembre 2016

Allora, perché non mangi?

21 settembre 2016

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Per strada Lucifero tira la coda ai cani che gli passano vicino, sputa contro i finestrini delle macchine parcheggiate, prende a sassate le saracinesche abbassate dei negozi. Lo seguo qualche passo più dietro, finché tira fuori la pesca dalla tasca e si volta.
“La vuoi? È buona,” la spacca in due e me ne offre metà.
Gli dico di no ma lui continua a fissarmi con quel braccio teso.
Restiamo immobili, uno davanti all’altro.
“Perché non mangi?” mi fa mentre addento la pesca.
Alzo le spalle e lui non insiste, scavalca la ringhiera e si avvia per un dirupo che porta a una spiaggetta con qualche gozzo ancorato.
“Dove vai? È pericoloso!”
“Di qua si fa prima,” risponde saltando da un masso all’altro.
Scendo di schiena, aggrappato agli scogli che mi graffiano, e un po’ alla volta riesco quasi ad arrivare di sotto. Manca un ultimo salto ma ho paura, me ne sto appeso a uno spuntone di roccia. Lucifero mi afferra per le caviglie e mi tira giù come si strappa un cerotto. Un colpo secco e sono per terra.
Resto ad aspettare che il cuore si calmi. Ho le ginocchia scorticate, le guance bollenti.
Lucifero si leva le scarpe, la maglietta, e corre a tuffarsi.
“Dài, vieni a mare!” mi chiama con una voce che mi costringe a obbedire.
Sulla riva, un’onda mi circonda i piedi e la pelle delle braccia si increspa. L’acqua si ritrae portandosi dietro i brividi, che un attimo dopo ritornano più forti. Non riesco ad andare né avanti né indietro.
“E buttati!” Lucifero mi prende per un braccio, cerco di resistere ma è inutile. Uno strattone e mi scaraventa in acqua.
“Allora? Perché non mangi?”
“Non voglio crescere,” mi scappa, e lui mi fissa con la stessa faccia stupita che avrà quando sua madre gli aprirà la gola con un coltello.

Athos Zontini, Orfanzia, Bompiani

Il primo capitolo è fondamentale

30 maggio 2016

“Il primo capitolo è fondamentale, Marcus. Se ai lettori non piace, non leggono il resto del libro. Tu come intendi cominciare il tuo?”
“Non lo so, Harry. Pensi che un giorno ci riuscirò?”
“A fare cosa?”
“A scrivere un libro.”
“Ne sono certo.”

Joël Dicker, La verità sul caso Harry Quebert, Bompiani, traduzione di Vincenzo Vega

La bella bionda di Dorothy Parker

9 febbraio 2016

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Hazel Morse was a large, fair woman of the type that incites some men when they use the word “blonde” to click their tongues and wag their heads roguishly. She prided herself upon her small feet and suffered for her vanity, boxing them in snub-toed, high-heeled slippers of the shortest bearable size. The curious things about her were her hands, strange terminations to the flabby white arms splattered with pale tan spots–long, quivering hands with deep and convex nails. She should not have disfigured them with little jewels.
She was not a woman given to recollections. At her middle thirties, her old days were a blurred and flickering sequence, an imperfect film, dealing with the actions of strangers.

Dorothy Parker, Big Blonde

 
Hazel Morse era una bella donna alta e ben piantata, una donna di quel tipo che induce gli uomini, quando pronunciano la parola “bionda”, a schioccar la lingua e ad alzar la testa con aria furbesca. Era orgogliosa dei suoi piedini e si sacrificava per questa vanità, imprigionandoli in certe pantofoline dalla punta schiacciata e dai tacchi altissimi, della misura più piccola che sia portabile. Ma soprattutto erano curiose le sue mani, lunghe mani oscillanti, dalle unghie incassate e convesse, che terminavano in modo strano quelle braccia flaccide e bianche, sparse qua e là di efelidi pallide. Quelle mani non avrebbe dovuto mai sfigurarle con piccoli gioielli.
Non era donna dedita ai ricordi. A trentacinque anni circa, i suoi giorni erano una fuggevole e labile sequenza, una mediocre pellicola che mostrava solo volti e gesti di sconosciuti.

Dorothy Parker, “La bella bionda”, Il mio mondo è qui, Bompiani, traduzione di Eugenio Montale

 
Hazel Morse era una bella donna alta e formosa, il tipo che spinge certi uomini, quando pronunciano la parola “bionda”, a schioccare la lingua scuotendo maliziosamente la testa. Si vantava dei suoi piedini minuscoli e soffriva per vanità costringendoli in scarpine strette con tacchi a spillo, della misura più piccola che riuscisse a sopportare. La cosa più curiosa erano le sue mani, bizzarre terminazioni di braccia candide e flosce punteggiate di pallide macchie di sole, mani lunghe e palpitanti con unghie profonde e convesse. Non avrebbe mai dovuto deturparle con gioiellini da quattro soldi.
Non era una donna portata all’introspezione. Giunta a cavallo tra i trenta e i quaranta, i giorni passati erano una sfilza di immagini sfocate e tremolanti, un film imperfetto, che parlava di socnosciuti.

Dorothy Parker, “Una bella bionda”, Tanto vale vivere, La Tartaruga Edizioni, traduzione di Chiara Libero

Abitudine e indolenza

24 gennaio 2016

A casa, mamma stava tutto il tempo a seguirmi con gli occhi, in silenzio. All’ospizio, i primi giorni, piangeva spesso. Ma era per via dell’abitudine. Dopo qualche mese avrebbe pianto se l’avessi portata via da lì. Sempre per via dell’abitudine. È un po’ per questo che nell’ultimo anno non ci sono andato quasi più. E anche perché mi portava via tutta la domenica – senza contare lo sforzo di andare fino alla fermata, comprare i biglietti e fare due ore di viaggio.

Albert Camus, Lo straniero, Bombiani, traduzione di Sergio Claudio Perroni