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Metafore parole fossili

2 settembre 2016

Credo che esistano solo alcune metafore essenziali, e l’idea di inventare nuove metafore, è sbagliata. Abbiamo, per esempio, tempo e fiume, vivere e sognare, dormire e morire, occhi e stelle. Tali esempi dovrebbero essere sufficienti. Invece, dieci giorni fa, ho letto una metafora che mi ha sorpreso molto. Appartiene ad un poeta indiano : “E ho scoperto allora che le montagne Himalaya sono il riso di Shiva.” Con altre parole, un dio terribile per un monte terribile. Ebbene questa metafora è nuova, almeno per me; non la posso collegare allo stock di metafore che ho citato prima. Mi è sembrato di scoprire nuove metafore a Chesterton, e dopo mi sono accorto che in verità non erano nuove. Per esempio, quando un viking danese dice nella “Leggenda del cavallo bianco”: “E il marmo come la luce solidificata della luna, / E l’oro come un fuoco ghiacciato”. Queste metafore sono certamente impossibili. Eppure, l’idea di comparare il marmo bianco con la luna bianca e il fuoco con l’oro, non è nuova. È espressa solo diversamente. […]
Mi ricordo cosa diceva Emerson: il linguaggio è una poesia fossile. Potete verificare questo fatto cercando una parola nel dizionario. Tutte le parole sono metafore – oppure poesia fossile, lei stessa un’incantevole metafora.

JL Borges

Metafore nuove 

25 giugno 2011

Nella poesia anglosassone la battaglia è definita “gioco di spade” o “incontro di lance”. Ma nell’antico norreno, e anche, penso, nella poesia celtica, la battaglia è chiamata “tessuto di uomini”. Questo è strano, vero? Perché in un tessuto abbiamo uno schema, un ordito di uomini, un tejido. Immagino che nel Medioevo si creasse in battaglia una spedie di ordito perché c’erano spade e lance dai due lati, qualcosa del genere. Questa, credo, è una nuova metafora; e naturalmente ha in sé un elemento di incubo, non le sembra? L’idea di un tessuto fatto di uomini vivi, di cose vive, e che tuttavia rimane un tessuto, un pezzo di stoffa.

Jorge Luis Borges, da The Paris Review, interviste volume 1, Fandango

Quello che i tuoi occhi non videro mai

21 dicembre 2005

La tv ha fatto vedere questa cattedrale. Poi c’è stata una lunga, lenta carrellata su un’altra cattedrale. Alla fine sul video è apparsa quella famosissima di Parigi, con gli archi rampanti e le guglie che puntano alle nuvole. La telecamera è arretrata per mostrare l’intera cattedrale che si stagliava all’orizzonte. […] Poi m’è venuta in mente una cosa e ho detto: “M’è appena venuta in mente una cosa. Ma tu ce l’hai un’idea di che cos’ è una cattedrale? Cioè, di che aspetto hanno? Capisci? Se qualcuno ti dice ‘cattedrale’, hai un’idea di che cosa sta parlando? […]”

Raymond Carver, Cattedrale

 

In quella biblioteca di Almagro Sud
dividemmo l’abitudine e la noia
e la lenta classificazione dei libri
secondo l’ordine decimale di Bruxelles
e mi confidasti la tua curiosa speranza
di scrivere un poema che seguisse
verso per verso, strofa per strofa,
le ripartizioni e le proporzioni
della remota cattedrale di Chartres
(che i tuoi occhi umani non videro mai)
e che fossero il coro e le navate,
l’abside, l’altare e le torri.
Adesso, Schiavo, sei morto.
Dal cielo platonico avrai contemplato
con sorridente pietà
la famosa cattedrale di costrutta pietra
e la tua segreta cattedrale tipografica
e saprai che entrambe,
quella che eressero le generazioni di Francia
e quella che tramò la tua ombra,
sono copie temporali e mortali
di un archetipo inconcepibile.

 Jorge Luis Borges, Le due cattedrali