Posts Tagged ‘bur’

Writing is not an amusing occupation

15 agosto 2017

Only amateurs say that they write for their own amusement. Writing is not an amusing occupation. It is a combination of ditch-digging, mountain-climbing, treadmill and childbirth. Writing may be interesting, absorbing, exhilarating, racking, relieving. But amusing? Never!

Edna Ferber

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La carne fa male, il tofu fa bene

18 settembre 2016

 

Mio marito mangiava spesso nelle tavole calde prima che ci conoscessimo. Ce n’erano due in particolare che gli piacevano, ma la sua preferita era quella dove servivano un panino al roast beef particolarmente buono. Il roast beef gli piace ancora, e le bistecche, e gli hamburger, con il sughetto e le spezie, magari alla griglia, con spiedini di cipolle e peperoni.
Adesso però sono io che cucino la maggior parte di quello che mangia. Spesso gli preparo pasti interi senza carne, perché penso che la carne non ci faccia bene. Spesso evito anche i frutti di mare, perché anche la maggior parte dei frutti di mare non ci fa bene, e non cucino quasi mai pesce, in parte perché non mi ricordo mai quali tipi di pesce sono sicuri da mangiare e quali quasi certamente no, ma soprattutto perché a lui il pesce piace solo quando glielo servono al ristorante oppure quando è cucinato in modo che non possa distinguere che è pesce. Spesso evito anche di usare il formaggio, per via del grasso. Gli preparo del riso integrale in casseruola, per esmepio, oppure crema di rape con foglie di rapa, oppure fagioli bianchi e gratin di melanzane, oppure polenta con verdure speziate.
“Perché non cucini mai le cose che piacciono a me?” mi chiede ogni tanto.
“Perché non ti piacciono le cose che cucino?” gli rispondo.
Una volta ho marinato delle fette di tofu in salsa tamari, aceto di champagne, vino rosso, maggiorana tostata e funghi secchi sobbolliti nell’acqua. Le ho marinate per quattro o cinque giorni, poi gliele ho servite, tagliate sottili, in un panino con rafano e maionese, fette di cipolla rossa, lattuga e pomodoro. Prima ha detto che il tofu rimaneva comunque molto insipido, che è quello che dice sempre del tofu, poi ha detto che d’altro canto, se non avesse saputo che c’era dentro il tofu, non sarebbe riuscito comunque a sentirne il sapore perché c’erano così tante altre cose nel panino. Ha detto che non era male, poi ha detto che sapeva che il tofu gli faceva bene.
A volte gli piacciono le cose che gli cucino e se è di buonumore me lo dice anche.

Lydia Davis, “La carne, mio marito”, Inventario dei desideri, Bur

Camere da letto separate

8 marzo 2016

Si sono spostati in camere da letto separate adesso.
Quella notte lei sogna di stringerlo fra le braccia. Lui sogna di essere a cena con Ben Jonson.

Lydia Davis, “Quasi finita. Camere da letto separate”, Creature nel giardino, Bur

I racconti di Lydia Davis

23 novembre 2015

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You let your work be collected as “stories” but never as “short stories.” Why is that?
To me a short story is a defined traditional form, the sort of thing that Hemingway wrote, or Katherine Mansfield or Cechov. It is longer, more ­developed, with narrated scenes and dialogue and so on. You could call some of my stories proper short stories. Most of the others I wouldn’t call short ­stories, even though many are very short. Some you could call ­poems—not many.
So you consider some of your stories to be poems?
Yes, it depends very much on the impulse behind them. Some I want to be very flat and prosey. They’ll still have their own music and rhythm, but they won’t be songs. And then others I think of as songs. And those are poems, even if they don’t look like poems on the page. I think I have always held poems in the highest esteem, of all forms of writing, and still do. I’m not saying there aren’t amazing stories and amazing novels. But I suppose that what a poem can do amazes me more.
Do you consciously plan to write one kind of story or another? Or is each one intuitive?
I’m leery of planning stories out ahead of time. Almost without exception they’ll start from an idea or a phrase, which I then plunge right into and explore. If I stop to think, This ought to be in the first person plural, or, This ought to be one unbroken paragraph, or whatever, I think it would stop me. They are intuitive. They may all embed a bit of narrative because I like narrative. I’m very fond of stories and storytelling—I think most people are. Almost everyone gets more alert when someone says, Listen to what happened to me yesterday.
Another problem with terminology is that my so-called stories could fall into so many categories. I don’t want to have to stop and think, Today I wrote a philosophical meditation, or, Today I wrote an anecdote. Today I wrote a vignette. Today I wrote an epi . . . what is it, an epigram or an epigraph? I always forget. The point is, I don’t want that kind of worry.
What about your stories in the form of letters? Did you actually send
these letters?
Yes. These I will categorize—as letters of complaint. They started with “Letter to a Funeral Parlor,” complaining about the word cremains. It’s a horrible word, combining cremated and remains. Only people in the funeral-parlor business like it. I don’t think any grieving families like cremains. I started it as a serious letter and then I saw the humorous possibilities. Then it got too literary to send, but after a while I thought I would still like to send it. So I revised it back down to a more serious letter of complaint, and I did send it. They didn’t answer. Other letters of complaint followed, because I realized that I had a lot to complain about. […]

Lydia Davis, intervistata da the Paris Review, primavera 2015

Cos’è il decoro?

15 agosto 2015

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Una separazione consensuale non gli impediva di dare l’indirizzo di Angelica come fosse il suo. La separazione in sé non arrecò grossi disturbi, se non qualche saltuario corpo a corpo riguardo la divisione degli oggetti domestici. Una volta Angelica si presentò nel bel mezzo di una cena che Victor aveva organizzato a casa sua e portò via la mobilia della sala da pranzo. Gli ospiti erano ancora all’aperitivo, nel brutto e freddo salone sull’altro lato dell’ingresso. Finsero di non vedere […] — tutti tranne Lily, che strinse il suo bicchiere di Campari con entrambe le mani e rimase immobile sulla soglia a guardare.
Era la prima volta che vedevamo Angelica. Dentro una valigetta di coccodrillo portava un’ingiunzione di un tribunale italiano, firmata da un suo parente, e sei copie di un permesso per trasportare tutto quanto oltre frontiera, senza dover pagare dazi doganali. Arrivò con un furgone, che fece parcheggiare all’autista proprio davanti alla porta d’ingresso, come in una retata della polizia. Lily passò in rassegna con lo sguardo il suo abito rosso, ben stretto da una cintura, il cappello di paglia rossa e lucida, lo smalto per unghie dello stesso identico colore del cappello. I capelli, giallo nasturzio, erano più lunghi di quelli di Lily. Trascinò una scaletta fuori dalla cucina, si tolse con un calcio i delicati sandali rossi, salì a piedi nudi. (Il tavolo era già stato spostato, il tappeto arrotolato e caricato sul furgone.)
Angelica esaminò il lampadario a bracci, per vedere se fosse possibile tirarlo giù, mentre Victor, ai piedi della scaletta, osservava con placida disapprovazione le gambe nude della moglie. “È indecoroso, Angelica” disse. Lei rispose con l’equivalente di “cos’è il decoro?” ma in una lingua più violenta e personale, e cominciò a svitare le lampadine. (Lily mi fece ricordare, in seguito, che Victor non aveva mai smesso di grattarsi la nuca.) Alla fine si arrese, la lasciò lì, e portò la sua compagnia di sette persone al ristorante, dove pagò con un assegno che avrebbe potuto anche essere a vuoto: lo sventolò con un gesto teatrale per asciugare l’inchiostro della firma e suggerì al cameriere di farlo incorniciare.

Mavis Gallant, “Meglio lasciar correre”, Varietà di esilio, Bur, traduzione di Giovanna Scocchera

L’amore cresce o avvizzisce come una pianta di geranio

29 luglio 2015

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Carol, con grande efficienza, affrontò quasi all’istante la questione dell’innamoramento. L’amore non richiedeva altro che le condizioni giuste, come una pianta di geranio. Avvizziva se esposto alle intemperie o se circondato da un ambiente lugubre; in effetti, Carol considerava praticamente nulle le possibilità di riuscita di un amore coltivato in una modesta casetta o in una stanza ammobiliata. Con un buon clima, denaro a sufficienza e una coppia di persone buone e intelligenti (le lezioni scolastiche avevano posto l’accento su questo), bisognava solo mettersi comodi e guardarlo crescere. Per tutto l’inverno, dunque, cercò queste giuste condizioni a Parigi. Quando, in un primo momento, non accadde nulla, Carol diede la colpa al clima. Era spesso convinta che si sarebbe perdutamente innamorata di Howard se solo avesse smesso di piovere. Attese, imperterrita, tempi migliori.

Mavis Gallant, “L’altra Parigi”, Un fiore scnosciuto, Bur

La casa è un luogo della mente

6 gennaio 2015

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La casa è un luogo della mente. Quand’è vuota, diventa irrequieta. Si anima di ricordi, visi e luoghi e momenti passati. Immagini amate riemergono,disobbedienti, a rispecchiare quel vuoto. Allora, quale risentito stupore, e quante ricerche pressocché inutili. È una situazione ridicola. È un essere ridicolo che cerca di ottenere un sorriso anche dall’ombra più familiare e affettuosa. Comico e senza speranza, lo sguardo diretto alle profondità del passato è sempre rivolto verso l’interno.

Maeve Brennan, La visitatrice, Bur, traduzione di Ada Arduini

Piccolo naufragio a Parigi

5 gennaio 2015

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Sfidando la circolare governativa che ricordava alle gallerie parigine la crisi energetica, Speck aveva lasciato le luci accese. In parte l’aveva fatto per smentire i concorrenti che potevano ipotizzare che avesse problemi finanziari. Aveva inserito l’antifurto, chiuso a chiave la porta blindata e stava abbassando una saracinesca traforata le cui fronde e volute art nouveau consentivano di vedere le opere all’interno ma impedivano l’ingresso a qualunque cosa fosse più grande di un topolino. La vaga tristezza che gli fluttuava attorno tutte le volte che chiudeva aveva a che fare con l’ora. In base alla sua esperienza, le storie d’amore e i matrimoni finivano fra le sette e le otto di sera, l’ora della pioggia e dei taxi introvabili. In tutta Parigi c’erano coppie che si separavano per sempre, lasciando lungo i marciapiedi, come detriti, i rottami di cene al ristorante annullate, i biglietti per il balletto inutilizzati, le spiegazioni disperate e i brandelli di orgoglio; e un taxi era in arrivo per ognuno di quei disastri, l’unico taxi nel giro di chilometri, la luce sul tetto già abbassata ad anticipare dei puntini gemelli che a Parigi significano “occupato”. Ma occupato da chi?

Mavis Gallant, “L’idea di Speck”, Piccoli naufragi, Bur, traduzione di Chiara Gabutti

I Derdon

7 novembre 2014

Quando Rose comparve sulla soglia, Hubert provò un’antipatia così forte che sorrise.

Maeve Brennan, “L’annegato”, Il principio dell’amore, Bur

Quello che sapeva lei

21 dicembre 2013

La gente non sapeva quello che sapeva lei, che in realtà lei non era una donna ma un uomo, spesso un uomo grasso, ma più spesso, probabilmente, un uomo vecchio. Il fatto di essere un uomo vecchio le rendeva piuttosto difficile essere una donna giovane. Le veniva difficile parlare con un uomo giovane, ad esempio, nonostante lui fosse chiaramente interessato a lei. Era costretta a domandarsi: Perché questo giovane sta flirtando con un vecchio?

Lydia Davis, Inventario dei desideri, Bur Rizzoli, traduzione di Adelaide Cioni