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De Santis su Madeleine dorme

25 gennaio 2012

“Madeleine dorme” di Sarah Shun-lien Bynum (Transeuropa) è un libro davvero singolare, coraggioso per certi aspetti – e felice: ha la felicità di chi entra con la gioia della letteratura nel territorio stesso del Letterario che tutti potremmo dare per acquisito (il Sogno, l’Allegoria, il Surreale) e forse non è un caso che la novità – scoperta da Michael Cunningham e apprezzata da J. Frenzen – venga da una scrittrice esordiente americana di origini cinesi. Forse non c’entra nulla, ma mi piace pensare che ci sia un’appropriazione generazionale da parte dei nuovi scrittori di seconda generazione, se la letteratura è anche una tradizione che si trasmette per una complessa rete di simboli e narrazioni.

Madeleine, la protagonista del racconto – ma anche l’agente della fantasia narrata – è una ragazza che dorme in una francia della seconda metà dell’800 e che genera personaggi con i suoi sogni, mescolando così la realtà della sua famiglia – la madre che l’accudisce, la richiama, confeziona marmellate – e il sogn della sua comunità allargata, fatta di una donna obesa a cui spuntano ali con cui prende il volo, una giovane moglie trascurata che si trasforma fino ad assomigliare alla viola da gamba adorata dal marito musicista e una vedova con il pallino dell’arte fotografica e una predilezione per la pornografia, ma anche un petomane buffo e poetico.

Un mondo da scoprire che Madeleine penetra e vive, facendosi corpo di quel reale. Naturalmente i riferimenti sono quelli che possiamo immaginare: il nome-bisocotto proustiano, Alice, Kafka, le Metamorfosi di Ovidio, Freud il Surrealismo. Tutto già visto? Si e no. Sarah Bynum è per sua ammissione – per amore, direi – debitrice di tutto questo, ma è sorprendente il fato che abbia trovato il modo per recuperare tutta un’eredità e rinnovarla. Innanzitutto nelle modulazioni formali: il romanzo che procede per brevi capitoli a volte quasi in “blank verse” – con modalità poetiche a cui la traduzione (molto buona pare, di Elvira Grassi e Leonardo G. Luccone) sa dare respiro – è un romanzo di innovazione (o rinnovamento salutare) che esce dalla scuola di scrittura di Cunningham ma che non ha nulla dei compiti ben fatti e schematici a cui ci hanno abituato le stesse scuole (la narrazione di due storie parallele, che poi si fondono, il cacciatore di aquiloni o la solitudine dei numeri priomi ne sono esempi sommi) ma si prende la libertà di essere libera.

L’intreccio, pensiero unico e ossessione di editor e lettori, qui si de-forma, ma pure si ricompone in una girandola di frammenti luminosi di immaginazione che sembrano vorticare in un ambiente liquido e onirico,come il sogno, per poi incastrarsi uno con l’altro a dare un senso. Sarah Bynum ci da si uno sfondo di ombre – la realtà, la mamma, i fratelli, una stanza nella silenziosa campagna francese, il sonno custodito, tra malattia e destino – ma in primo piano mette il mondo di luce carnosa dei suoi protagonisti, alcuni dei quali non a caso impigliati in attività più che sensuali o corporee. IL grasso prominente della donna, la gamba-viola, Monsieur Joy che Madeleine esplora sessualmente, il fotografo Adrien, che fotografa i malati, l’atrice ossessionata dai castrati…

Spira infatti dentro le atmosfere del classicismo 900 del’Onirico una spirale di sessualità vorticosa, perversa, molto più pronunciata, seppur disseminata in una scia di velluti e bon ton.Circo di freaks non c’è dubbio, ma questo è un romanzo a cui l’autre chiede al lettore di condividere il sogno di una letteratura libera d a convenzioni, dunque di una letteratura tout court. E’ una giovane autrice che lo chiede, ma proprio per questo èè significativo. Proprio nel cerchio di ciò che non ha propriamente forma ogni volta avviene una celebrazione, quella dell’energia creativa. Salutare questo romanzo come un caso letterario pur nella sua eccezionalità e come debutto di una giovane autrice cino-americana fa ben sperare sulle possibilità di ritrovare forza e forma alal letteratura nell’immediato futuro ( e anche sulla tenuta pur nella difficoltà generale della nostra piccola editoria, visto che un prodotto così arriva in traduzione da Transeuropa: si dovrebbe dir meglio e di più della piccola e media editoria, come si fa con la piccola e media impresa nel campo dell’economia dei bene materiali).

pubblicato su da Mario De Santis qui.

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