Posts Tagged ‘Dorothy Parker’

Chi è più sfortunato di me al mondo?

28 marzo 2016

Mercoledì. In questo preciso istante è accaduta la cosa più tremenda. Spezzato un’unghia proprio alla radice. In assoluto, la cosa più orribile che mi sia mai accaduta in tutta la vita. Telefonato a Miss Rose di venire a sistemarla, ma era fuori per tutto il giorno. Chi è più sfortunato di me al mondo? Ora dovrò andarmene in giro così per tutto il giorno e tutta la sera, ma che ci si può fare? Maledetta Miss Rose.

Dorothy Parker, Dal diario di una signora di New York, astoria, traduzione di Chiara Libero

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La bella bionda di Dorothy Parker

9 febbraio 2016

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Hazel Morse was a large, fair woman of the type that incites some men when they use the word “blonde” to click their tongues and wag their heads roguishly. She prided herself upon her small feet and suffered for her vanity, boxing them in snub-toed, high-heeled slippers of the shortest bearable size. The curious things about her were her hands, strange terminations to the flabby white arms splattered with pale tan spots–long, quivering hands with deep and convex nails. She should not have disfigured them with little jewels.
She was not a woman given to recollections. At her middle thirties, her old days were a blurred and flickering sequence, an imperfect film, dealing with the actions of strangers.

Dorothy Parker, Big Blonde

 
Hazel Morse era una bella donna alta e ben piantata, una donna di quel tipo che induce gli uomini, quando pronunciano la parola “bionda”, a schioccar la lingua e ad alzar la testa con aria furbesca. Era orgogliosa dei suoi piedini e si sacrificava per questa vanità, imprigionandoli in certe pantofoline dalla punta schiacciata e dai tacchi altissimi, della misura più piccola che sia portabile. Ma soprattutto erano curiose le sue mani, lunghe mani oscillanti, dalle unghie incassate e convesse, che terminavano in modo strano quelle braccia flaccide e bianche, sparse qua e là di efelidi pallide. Quelle mani non avrebbe dovuto mai sfigurarle con piccoli gioielli.
Non era donna dedita ai ricordi. A trentacinque anni circa, i suoi giorni erano una fuggevole e labile sequenza, una mediocre pellicola che mostrava solo volti e gesti di sconosciuti.

Dorothy Parker, “La bella bionda”, Il mio mondo è qui, Bompiani, traduzione di Eugenio Montale

 
Hazel Morse era una bella donna alta e formosa, il tipo che spinge certi uomini, quando pronunciano la parola “bionda”, a schioccare la lingua scuotendo maliziosamente la testa. Si vantava dei suoi piedini minuscoli e soffriva per vanità costringendoli in scarpine strette con tacchi a spillo, della misura più piccola che riuscisse a sopportare. La cosa più curiosa erano le sue mani, bizzarre terminazioni di braccia candide e flosce punteggiate di pallide macchie di sole, mani lunghe e palpitanti con unghie profonde e convesse. Non avrebbe mai dovuto deturparle con gioiellini da quattro soldi.
Non era una donna portata all’introspezione. Giunta a cavallo tra i trenta e i quaranta, i giorni passati erano una sfilza di immagini sfocate e tremolanti, un film imperfetto, che parlava di socnosciuti.

Dorothy Parker, “Una bella bionda”, Tanto vale vivere, La Tartaruga Edizioni, traduzione di Chiara Libero

Dorothy Parker su Hemingway

26 ottobre 2015

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[…] Dunque: Il sole sorge ancora era scritto nello stesso identico stile “legnoso” dei racconti di Hemingway: e trattava argomenti altrettanto “sgradevoli”. E allora per me rimane un mistero perché mai il pubblico se lo sia stretto al seno, madido di lacrime, mentre Nel nostro tempo, che a me appare superbo, sia stato del tutto ignorato. A parer mio (so già che questa conversazione mi si rivolterà contro prima o poi, meglio prima che poi) lo stile di Hemingway, la sua prosa scarnita fino all’ossatura giovane e salda, è assai più d’impatto, assai più commovente nei racconti che non nel romanzo. E, a parer mio, Hemingway è il più grande autore vivente di racconti; e, sempre a parer mio, non è il più grande romanziere vivente.
Dopo tutto quel can can su Il sole sorge ancora, avevo temuto per il prossimo libro di Hemingway. Sapete come vanno le cose: non appena si comincia ad acclamare uno scrittore, quello scrittore è sul punto di iniziare la fase discendente. I critici letterari, come avvoltoi, volteggiano solo sul leone in agonia.
È quindi una grande soddisfazione scoprire che il nuovo libro di Hemingway, Uomini senza donne, è davvero magnifico. È composto di tredici racconti, per la maggior parte già pubblicati. Storie tristi e terribili; l’enorme fame di vita dell’autore sembra essere stata, in qualche modo, saziata. Vi si trova ben poco della pacifica estasi che caratterizzava il viaggio in tenda di Il sole sorge ancora e i giorni del pescatore solitario di “Il grande fiume dai due cuori” in Nel nostro tempo. Tra i racconti c’è “Gli uccisori”, che mi sembra una delle quattro grandi novelle americane. (Basterà un vostro cenno, e vi dirò quali credo siano le altre. […]) Nel volume sono inoltre compresi “Cinquanta bigliettoni”, “In paese straniero” e il delicato e tragico “Colline come elefanti bianchi”. Non saprei proprio dove sia possibile trovare una miglior raccolta di racconti.
Ford Madoz Ford ha detto: “Hemingway scrive come un angelo”. Dissento (niente di meglio che dissentire, per curare quel certo mal di testa mattutino). Hemingway scrive come un essere umano. Credo sia per lui impossibile scrivere di un fatto a cui non abbia assistito; possiede quindi un vero talento per raccontare; così come Sinclair Lewis. Ma, o almeno così la penso io, Lewis rimane un reporter mentre Hemingway è un genio perché dispone di un infallibile senso selettivo. Elimina i dettagli con munifica prodigalità; tiene le parole al piccolo trotto. Come ogni lettore sa, è un’influenza pericolosa. Le semplici cose che fa sembrano così facili da imitare. Ma guardate un po’ come se la cavano quei tizi che ci hanno provato.

Dorothy Parker, The New Yorker, 29 ottobre 1927 (Tanto vale vivere, La Tartaruga)

Novelli sposi

5 gennaio 2014

Quando abbiamo cominciato a uscire insieme e poi ci siamo fidanzati, era tutto un battibecco, ma pensavo che una volta sposati sarebbe stato diverso. E ora mi sento un po’ strana, sai com’è. Mi sento così sola.

Dorothy Parker, Eccoci qui, Astoria, traduzione di Chiara Libero