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The novel is a wonder: la prima impressione di Perkins su “The Great Gatsby”

13 agosto 2016

perkins

Nov. 18, 1924

Dear Scott:

I think the novel is a wonder. I’m taking it home to read again and shall then write my impressions in full;—but it has vitality to an extraordinary degree, and glamour, and a great deal of underlying thought of unusual quality. It has a kind of mystic atmosphere at times that you infused into parts of “Paradise” and have not since used. It is a marvelous fusion, into a unity of presentation, of the extraordinary incongruities of life today. And as for sheer writing, it’s astonishing.

Now deal with this question: various gentlemen here don’t like the title,—in fact none like it but me. To me, the strange incongruity of the words in it sound the note of the book. But the objectors are more practical men than I. Consider as quickly as you can the question of a change.

But if you do not change, you will have to leave that note off the wrap. Its presence would injure it too much;—and good as the wrap always seemed, it now seems a masterpiece for this book. So judge of the value of the title when it stands alone and write or cable your decision the instant you can.

With congratulations, I am,
Yours,

[Maxwell E. Perkins]

Cosa si fa con un libro. L’intervento di Luccone

10 dicembre 2014

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“Cosa si fa con un libro? Un libro si pubblica. La parola all’artigiano dell’editoria. Incontro con Leonardo Luccone — Oblique”
Giovedì 11 dicembre ore 21

via Caffaro, 10 Roma — Garbatella, sede di Altrevie

Le interviste agli editor di 8×8 — Dario Rossi (editing del racconto di Giulio Di Martino)

16 maggio 2014

Difficoltà nell’editing di un autore di cui ha letto solo un racconto e di cui non hai letto altro?
8×8 sotto molti aspetti è una specie di riproduzione in ambiente protetto, in laboratorio, di ciò che accade nella fase di editing in una casa editrice. Una delle differenze tra realtà e laboratorio è anche questa: manca il contesto, ciò che viene prima e ciò che sta intorno a quel racconto. Però credo sia molto stimolante: c’è la possibilità di ragionare sul testo singolo, quasi fosse una voce disincarnata, di vedere cosa c’è dentro quel racconto indipendentemente dal resto. Un approccio quasi da strutturalisti: “tutto si tiene”, e però deve tenersi davvero.

Che tipo di scambio c’è stato con l’autore di 8×8 che ha editato e con il suo racconto? Si instaura un rapporto personale, anche minimo? Si dialoga, esiste il famoso rapporto tra editor e scrittore?
Giulio, al telefono, mi ha detto a un certo punto: “Certo, è un’altra cosa lavorare insieme, dal vivo, chiacchierare con calma… Per telefono o via mail la comunicazione è meno immediata”. È vero, ma devo ammettere che, nell’ottica del laboratorio cui accennavo prima, questa distanza è anche utile. È un modo per raffreddare le cose. Di nuovo: il dialogo c’è, ma è molto funzionalizzato, si va sempre dritti al lavoro sul racconto, tagliando via il contesto. Anche perché poi, dal vivo, scatta sempre il “momento birra”, ed è con quello che l’autore in genere cerca di corromperti e portarti dalla sua…

Punti di forza e debolezze del racconto editato?
La cosa che più mi è piaciuta è il modo in cui il racconto sovrappone realtà e sogno a occhi aperti. Questa sovrapposizione, mai spiegata didascalicamente ma mostrata in piccoli dettagli (le sopracciglia, i capelli, il malessere…), va a raddoppiare quasi simbolicamente una condizione di emarginato, di freak, che già caratterizzava il personaggio: non è per nulla una soluzione narrativa scontata. Tra l’altro è proprio così, attraverso questa fusione di passato e presente, immaginazione e realtà, che funzionano i sogni e (forse) il cervello di una persona in stato comatoso. Attorno a quest’idea di struttura, e attorno a un nucleo di dolore vero che è l’altro elemento forte del racconto, stava una lingua molto espressiva e molto “giovane”, che però a tratti rischiava di togliere energia al racconto, perdendolo in rivoli di metafore, slang e trovate di scrittura. Abbiamo lavorato soprattutto su questo, asciugando il tutto per non distrarre la lettura dal vettore della narrazione.

Editing su un esordiente, editing su un autore non esordiente. Ci sono differenze nell’editing e nelle fasi di lavorazione del testo? Gli esordienti sono più malleabili rispetto ai non esordienti? O più rigidi all’idea che qualcuno intervenga sul testo?
Gli esordienti in teoria sono più ingenui e affezionati alla stesura originale – ma è appunto teoria. Dalla mia esperienza non sono finora riuscito a desumere una tendenza e tantomeno una regola vera e propria. Esistono certo persone molto diffidenti rispetto all’editing, ma questo indipendentemente dal fatto che siano alle prime armi o meno. L’impressione è che comunque in genere sia aumentata la consapevolezza che la narrativa editoriale è un’arte dialettica, dove l’autore non è mai l’unica voce in campo. Tra l’altro raramente mi è capitato il classico ostruzionismo autoriale. Forse sono stato fortunato.

Cosa si perdona all’autore? Cosa non si perdona?
Non sono sicuro di aver capito la domanda. “Perdonare” nel senso di “far passare”? In quel caso direi quasi qualsiasi cosa, se l’autore riesce a convincermi della sua necessità. Il compito tipico dell’editor è porre dubbi, domande e problemi di cui l’autore deve tenere conto durante la revisione del testo. A volte si arriva a decidere insieme che il dubbio non fosse del tutto legittimo, o che il problema non sussistesse. È raro, ma accade. Se invece si intende “perdonare” in senso pieno, a un autore non perdono la scarsa consapevolezza: deve sapere quello che fa e perché lo fa. L’altra tipologia che non perdono è lo scrittore-non lettore o lo scrittore-lettore pigro. Bisogna leggere moltissimo, e leggere cose molto diverse dai propri gusti, da cui spesso si impara di più. Quando mi capitano sott’occhio interviste a scrittori che dicono “no, io la poesia non la leggo, preferisco la prosa” mi insospettisco. Bisogna essere onnivori.

Lo scrittore più imitato, del passato o attuale. Gli scrittori che fanno più eco nei testi che si è trovato a editare? Il racconto che ha editato cosa le riporta alla mente? Oggi nel racconto c’è ancora un richiamo al racconto d’autore o l’influenza cinematografica, visuale, visiva e istantanea dilaga?
Per fortuna oggi non esiste un unico filone. Mi sembra che negli ultimi anni abbia perso seguito quello giovanil-cannibale, sotto il segno di Ammaniti (o di Tondelli, per i più avvertiti), Palahniuk eccetera. Fino a pochi anni fa i ventenni scrivevano un po’ tutti così. E anche l’altro filone, quello del minimalismo post-carveriano, non è più così predominante. Il discorso comunque è complesso: non possiamo più rapportarci solo ai modelli letterari, perché la letteratura occupa ormai una piccola porzione del bagaglio culturale di una persona, e quindi di uno scrittore. Negli ultimissimi anni i social network e le serie tv stanno conquistando lo spazio del tempo libero di tutti; sono dell’idea che avranno un ruolo sempre maggiore, ma è ancora presto per vederne i risultati. In ogni caso nei momenti peggiori hai l’impressione che molti aspiranti scrittori siano persone che avrebbero voluto fare del cinema, ma hanno ripiegato sulla scrittura come succedaneo. Poi però entri in libreria, su una fascetta trovi scritto “Un romanzo che sembra un film” e ti rendi conto che molta editoria ha sposato la stessa logica. D’altra parte lo specifico della letterarietà interessa un pubblico sempre più ristretto.

La scrittura italiana, vizi di forma e filoni di genere. Cosa può dare oggi il racconto alla letteratura?
In teoria il racconto si attaglia meglio ai tempi brevi della nostra attuale soglia di attenzione. Eppure in Italia è una forma ancora considerata editorialmente leggera, quasi una specie di esercitazione in vista del romanzo. Spesso si esordisce coi racconti e si ottiene la consacrazione solo dopo, passata la prova della lunga distanza. La verità è che la cultura italiana del libro è per sua costituzione arretrata, fatica ad aggiornare i suoi meccanismi di funzionamento. Paradossalmente, oggi, gli scrittori si misurano a livello di popolarità con i tweet e gli status, ma ottengono riconoscimento solo attraverso la forma lunghissima del romanzo, per il quale in teoria nessuno dovrebbe avere più tempo.

Le interviste agli editor di 8×8 — Massimiliano Borelli (editing del racconto di Fabrizia Conti)

16 maggio 2014

Difficoltà nell’editing di un autore di cui ha letto solo un racconto e di cui non hai letto altro?
Sicuramente quella di entrare nel suo mondo linguistico e nel suo immaginario, e di proporre quindi interventi che siano in sintonia con essi, che non stonino con l’insieme. L’autore deve infatti restare sempre l’ultimo responsabile delle parole che escono sotto il suo nome: deve sentirle adeguate a sé, e a quello che voleva esprimere. Quando ho sottoposto le mie modifiche all’autrice, in questo caso, non sapevo se lei avrebbe mai detto in quel modo certe cose, se fossero lontane dalla sua idea di partenza, se snaturassero il testo originale. Ma è un rischio obbligato, che solo una più lunga frequentazione reciproca può ridurre (mai eliminare del tutto, ovviamente).

Che tipo di scambio c’è stato con l’autore di 8×8 che ha editato e con il suo racconto? Si instaura un rapporto personale, anche minimo? Si dialoga, esiste il famoso rapporto tra editor e scrittore?
In questo caso è stato tutto piuttosto veloce, ma direi che c’è stata fin da subito una buona sintonia. Ho letto più volte il racconto, per capire dove, a mio parere, lo si poteva migliorare. Poi ho espresso per iscritto le mie considerazioni all’autrice e lei mi ha manifestato i suoi dubbi e le sue esigenze. Quindi mi sono messo all’opera e dopo alcuni giorni le ho rimandato il racconto con i miei interventi. In ultimo, una conversazione via Skype è servita a rileggere insieme il testo per soffermarsi sulle varie tipologie di cambiamenti e sui passaggi più significativi, a spiegare le soluzioni alternative adottate e a ricontrattare alcuni punti. Tutto con la massima franchezza e serenità.

Punti di forza e debolezze del racconto editato?
Il racconto presenta una bella situazione narrativa, che poggia su un elemento comune alla vita di ciascuno: la paura (non importa di che cosa). E questa paura è qui icasticamente rappresa nell’immagine, concreta e fantasmatica a un tempo, che rimane negli occhi del lettore, della “balena arrugginita”, ovvero la carcassa dell’Italsider. Le debolezze risiedevano soprattutto al livello strutturale, nell’eccessiva leggerezza con cui si arrivava alla e si compiva la svolta narrativa, e nella levigatura del linguaggio, che abbiamo reso – o almeno lo speriamo – più esatto e incisivo.

Editing su un esordiente, editing su un autore non esordiente. Ci sono differenze nell’editing e nelle fasi di lavorazione del testo? Gli esordienti sono più malleabili rispetto ai non esordienti? O più rigidi all’idea che qualcuno intervenga sul testo?
Credo che l’unica differenza stia da una parte nella consapevolezza autocritica dell’autore, che dovrebbe essere una caratteristica fondamentale di chi voglia scrivere letteratura, e dall’altra nella sua disponibilità ad accogliere le critiche altrui (dell’editor), spesso meno ampia in chi non si è ancora mai cimentato con il lavoro di revisione di un testo (ma nel caso specifico di Fabrizia Conti non è stato così).

Cosa si perdona all’autore? Cosa non si perdona?
Non saprei. Credo che l’unica cosa meno perdonabile sia appunto l’incapacità di accettare le critiche, o almeno di ascoltarle, ritenendo ogni parola intoccabile perché dettata dal sacro fuoco della scrittura (che fior fiori di scrittori nel corso della storia hanno raccomandato di spegnere al più presto, per affidarsi piuttosto al freddo lavoro sul materiale verbale).

Lo scrittore più imitato, del passato o attuale. Gli scrittori che fanno più eco nei testi che si è trovato a editare? Il racconto che ha editato cosa le riporta alla mente? Oggi nel racconto c’è ancora un richiamo al racconto d’autore o l’influenza cinematografica, visuale, visiva e istantanea dilaga?
Mah, oggi i modelli più in voga (non a torto, del resto) nella scrittura non di genere sono Sebald, Foster Wallace, Bernhard, Bolaño, Munro. Non che ci riescano in molti… Di certo l’adagio secondo il quale un racconto è un po’ una specie di cortometraggio dà adito a molte trascurabili prove, prodotte da chi pensa che basti trovare un’immagine forte per scrivere un racconto. Ma il racconto ha radici ben più antiche del cinema, e semmai è il cinema che ha preso spunto dalla letteratura, ma questo è molto più che ovvio. D’altro canto il “racconto d’autore” è tanto variegato quanto lo sono gli scrittori autentici, e questa dicitura non trova affatto una sola corrispondenza biunivoca, ma infinite. Anche dal punto di vista teorico, ci sono innumerevoli diatribe volte a stabilire che cosa sia un racconto, quali debbano essere le sue caratteristiche. Ma la materia è fluida e viscosa, e nessuno è finora riuscito a darne una definizione qualitativa decisiva e incontrovertibile, perché c’è sempre un’eccezione che salta fuori e mette a soqquadro la teoria. Non che io voglia dire che la teoria sia inutile, tutt’altro, ma il bello della letteratura è proprio che vive di eccezioni, ed è grazie a esse che le teorie trovano a loro volta nuovo carburante.

La scrittura italiana, vizi di forma e filoni di genere. Cosa può dare oggi il racconto alla letteratura?
Di nuovo, il racconto è una forma metamorfica (tanto quanto il romanzo), che ha trovato e continua a trovare infinite variazioni per prosperare. Di certo, più del romanzo, si presta alla rilettura, all’affondo verticale, all’assaggio della parola. Forse è questo che esso può dare alla letteratura oggi, al di là della forma specifica che di volta in volta assume: il gusto dell’espressione verbale, e il lusso di lasciarsi attraversare dalla parola, di soffermarsi, grazie alla misura breve, su ogni sfumatura della scrittura. Per una lettura lenta, critica, che sappia davvero incidere nelle nostre vite e mostrarci come “strane, in fondo, da fare quasi paura, sono solo le cose assolutamente normali” (parola di Silvio D’Arzo, l’autore di uno dei più bei racconti italiani di sempre, e non solo).

Fare l’editor oggi

8 gennaio 2014

[…] Fare l’editor oggi è tante cose. È svegliarsi e allungare una mano verso lo smartphone per scoprire da una email che, mentre dormivi, un thriller dal Canada è stato venduto in mezza Europa, e che se vuoi aggiudicartelo per l’Italia hai forse sei ore per leggerlo e formulare un’offerta, che diventerà più alta ogni minuto che passa. È arrivare in ufficio e trovare ogni mattina un cumulo di dieci dattiloscritti, e scegliere in pochi impietosi minuti quali sono i tre che verranno letti. È decidere fino a che punto puoi sostenere un autore senza «appoggiarlo» a radio o tv, perché talvolta il libro non basta. […] È scegliere per la pubblicazione il momento ideale dell’anno, incastrando decine di variabili, e dover convincere un autore che gli conviene aspettare diciotto mesi, o un altro autore che invece è necessario uscire subito e deve annullare la settimana bianca perché il pdf va mandato in stampa tra dieci giorni. È capire come differenziare i libri affinché ciascuno trovi il suo spazio in un mercato mai così saturo, e prendere decisioni apparentemente irrazionali come fare «un brutto titolo che funziona». […] È trovare un testimonial disposto a dire su una fascetta che il romanzo è bello, bellissimo, anzi di più. È scoprire alle otto di sera che il Grande Autore ha finalmente consegnato il nuovo romanzo e sarebbe carino fargli sapere qualcosa entro domattina. È pensare i libri anche in base alla possibilità di piazzarli bene all’estero, o di venderne i diritti cinematografici. […] È intuire se un libro si può proporre in digitale non come una semplice versione ebook ma come un’esperienza di «lettura aumentata», con contenuti extra che l’amata carta non potrebbe accogliere. È seguire costantemente Twitter nella speranza che là dentro stiano sbocciando le migliori voci di domani, e spiegare a un giovane esordiente che la presenza in Rete è fondamentale per promuoversi. È tenere d’occhio il serbatoio immenso del self-publishing, e augurarsi che l’intuito ti indichi la pepita che potrebbe fare di te l’editor più innovativo del nuovo millennio. È essere raggiungibili sempre e ovunque, non soltanto da capi e colleghi, ma anche da plotoni di sconosciuti con il dattiloscritto in rampa di lancio, perché chiunque oggi può scoprire in pochi clic chi sei, qual è la tua email. […]

Stefano Izzo, “Le mie giornate a inseguire il libro perfetto”, la Lettura del Corriere della Sera, 3 gennaio 2014

Doveri di editor #2

15 novembre 2012

Quale dovrà essere l’atteggiamento della casa editrice? Quello che ha presieduto alla sua fondazione e che noi abbiamo cercato di portare avanti da un anno e mezzo a questa parte, cioè da quando l’Editore è stato costretto per forza di cose ad occuparsi di altro; da allora andiamo avanti con le nostre gambe; abbiamo ampliato la zona dei consensi, sicché ora c’è un gruppo di collaboratori — fuori e dentro la casa editrice — che ne regge le sorti e si identifica sempre più con essa. […] se noi lavoreremo per consolidare un’immagine autonoma della casa editrice […] non avremo nulla da temere. […]
La nostra condizione ci porta delle difficoltà, ma ci offre anche delle opportunità: come per esempio quella di non sentirci solo dei salariati, ma di partecipare in modo autonomo, creativo e originale allo sviluppo della casa editrice […] e con un intervento intelligente di tutti ogni difficoltà è superabile.

Doveri di editor

15 novembre 2012

[…] teniamo inoltre a precisare che rientra nei suoi compiti di Direttore delle due collezioni il costante contatto con l’ambiente letterario e con i critici romani, onde creare intorno alla nostra Casa un clima di simpatia e prestigio.

Alberto Mondadori e Vittorio Sereni a Niccolò Gallo

Calvino editor e ufficio stampa

25 gennaio 2012

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Il nostro approfondimento su Calvino alle prese con il lavoro editoriale. Scritto da Michele Martino, impaginato da Alessia Caputo e Eleonora Rossi.