Posts Tagged ‘editoria’

La storia di Adephi

20 ottobre 2016

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La nostra storia della casa editrice Adelphi attraverso la lente della rassegna stampa.
Sono tanti anni che ci lavoriamo, è ancora imperfetta, altro materiale è in attesa di essere lavorato, ma intanto eccola.

Céline: quasi tutti i critici contro di me

26 agosto 2016

[fine luglio 1936]

Cara N.
sono in viaggio per la Finlandia e Mosca. Mi chiedo cosa ne è di lei. Mi piacerebbe tanto avere sue notizie. Mi scriva a Parigi le risponderò subito. Forse passerò da Vienna al mio ritorno. E il bambino? È vicina al parto? M’hanno detto che si trovava in Inghilterra. È vero? Non ho più rivisto Lucienne. Si è innamorata d’un giornalista mi pare… Geloso chiaramente. Credo che lei gli abbia fatto scrivere delle porcherie sul mio nuovo libro… Insomma, ciò che fanno le donne in questi casi. A proposito, ho avuto problemi con Mort à Crédit. Quasi tutti i critici contro di me, e con che violenza! Non l’hanno neanche letto. Ciò che pensano m’è del tutto indifferente, ma le vendite ne hanno risentito. Ne venderò appena 40.000 – e sì che m’aveva dato del filo da torcere! Molto più che il Voyage! Ma tutto questo è vano. Non sto molto bene. Mi sono sentito veramente esausto dopo questo libro terribile. Vado a Mosca a veder di trovare un po’ di soldi.
T’abbraccio forte forte.
Louis

Louis-Ferdinand Céline, Lettere alle amiche, Adelphi, traduzione di Nicola Muschitiello

Céline: il premio Goncourt è una faccenda tra editori

15 agosto 2016

10 [dicembre 1932]

Cara N.
non sarò a Vienna prima del 2 o 3 gennaio. Ma verrò di certo HO IN TASCA IL BIGLIETTO. Il premio Goncourt è perso. È una faccenda tra editori. Ma il libro è un vero trionfo. Purtroppo! lei sa quanto mi facciano paura i trionfi. Non sono mai stato tanto avvilito. Questa canea umana che ti tormenta e t’insegue con la sua chiassosa volgarità è un orrore. Parto per Ginevra – domani – le scriverò da lì e da Berlino. Le farò sapere per telegramma il mio arrivo da Breslavia vero il 4 gen. Faccia dunque le sue vacanze senza problemi. Sono felice di poter passare qualche giorno con lei – tranquilli, tranquilli – prima di ritornare qui in tutto quest’orrore –
Il suo affezionatissimo
Louis

Louis-Ferdinand Céline, Lettere alle amiche, Adelphi, traduzione di Nicola Muschitiello

Andare oltre, ma senza dimenticare

30 ottobre 2015

Superando definitivamente il malessere del sentirsi circondato da Paz, Scoz, Tanino e del non poter competere con loro sul puro piano del disegno (Massimo per lui da questo punto di vista non era in gara, anche se si impossessò di molte trovate tecniche inventate dall’amico-nemico), Tamburo creò Snake Agent, un agente segreto ottenuto scippando, ritagliando, rimontando, fotocopiando, “in movimento” le vignette di un fumetto americano, Secret Agent Corrigan. Snake Agent era ventamente interessante, e strano, e incasinato. I personaggi si muovevano a velocità supersoniche, si amavano, si sposavano, divorziavano, ammazzavano, indagavano e risolvevano casi nell’arco di cinque-sei minuti, sullo sfondo di guerre mondiali altrettanto fulminee.

Filippo Scòzzari, Prima pagare poi ricordare, Coniglio editore, collana Maxima amoralia

Dorothy Parker su Hemingway

26 ottobre 2015

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[…] Dunque: Il sole sorge ancora era scritto nello stesso identico stile “legnoso” dei racconti di Hemingway: e trattava argomenti altrettanto “sgradevoli”. E allora per me rimane un mistero perché mai il pubblico se lo sia stretto al seno, madido di lacrime, mentre Nel nostro tempo, che a me appare superbo, sia stato del tutto ignorato. A parer mio (so già che questa conversazione mi si rivolterà contro prima o poi, meglio prima che poi) lo stile di Hemingway, la sua prosa scarnita fino all’ossatura giovane e salda, è assai più d’impatto, assai più commovente nei racconti che non nel romanzo. E, a parer mio, Hemingway è il più grande autore vivente di racconti; e, sempre a parer mio, non è il più grande romanziere vivente.
Dopo tutto quel can can su Il sole sorge ancora, avevo temuto per il prossimo libro di Hemingway. Sapete come vanno le cose: non appena si comincia ad acclamare uno scrittore, quello scrittore è sul punto di iniziare la fase discendente. I critici letterari, come avvoltoi, volteggiano solo sul leone in agonia.
È quindi una grande soddisfazione scoprire che il nuovo libro di Hemingway, Uomini senza donne, è davvero magnifico. È composto di tredici racconti, per la maggior parte già pubblicati. Storie tristi e terribili; l’enorme fame di vita dell’autore sembra essere stata, in qualche modo, saziata. Vi si trova ben poco della pacifica estasi che caratterizzava il viaggio in tenda di Il sole sorge ancora e i giorni del pescatore solitario di “Il grande fiume dai due cuori” in Nel nostro tempo. Tra i racconti c’è “Gli uccisori”, che mi sembra una delle quattro grandi novelle americane. (Basterà un vostro cenno, e vi dirò quali credo siano le altre. […]) Nel volume sono inoltre compresi “Cinquanta bigliettoni”, “In paese straniero” e il delicato e tragico “Colline come elefanti bianchi”. Non saprei proprio dove sia possibile trovare una miglior raccolta di racconti.
Ford Madoz Ford ha detto: “Hemingway scrive come un angelo”. Dissento (niente di meglio che dissentire, per curare quel certo mal di testa mattutino). Hemingway scrive come un essere umano. Credo sia per lui impossibile scrivere di un fatto a cui non abbia assistito; possiede quindi un vero talento per raccontare; così come Sinclair Lewis. Ma, o almeno così la penso io, Lewis rimane un reporter mentre Hemingway è un genio perché dispone di un infallibile senso selettivo. Elimina i dettagli con munifica prodigalità; tiene le parole al piccolo trotto. Come ogni lettore sa, è un’influenza pericolosa. Le semplici cose che fa sembrano così facili da imitare. Ma guardate un po’ come se la cavano quei tizi che ci hanno provato.

Dorothy Parker, The New Yorker, 29 ottobre 1927 (Tanto vale vivere, La Tartaruga)

Calasso su Einaudi

20 ottobre 2015

Giulio Einaudi cominciò probabilmente senza saperlo a praticare l’editoria come forma, spinto da una vocazione esigente e radicale. Fu allora che dovettero balenargli l’immagine dell’editore come Sommo Pedagogo ovvero come Sovrano che filtra, secondo suoi illuminati disegni, la materia di cui è fatta la cultura perché essa venga a poco a poco octroyée dal popolo.

Roberto Calasso, L’impronta dell’editore, Adelphi

Se crede di riuscire a vivere di quello che scrive, non ha speranze

8 maggio 2015

Una donna di mondo -- Maugham

“C’è qualcun altro al mondo” gridò Miss Waterford “in grado di infondere tanta arguzia, tanta satira e tanta comicità in un punto e virgola?”.
“Ma resta il fatto che lei non vende” insisté imperturbabile Miss Simmons. “Io la seguo da vent’anni e in tutta franchezza le dico che, pur non essendomi certo arricchito con le percentuali, ho scelto di rappresentarla perché mi piace, di tanto in tanto, fare quello che posso per un buon libro. Ho sempre creduto in lei, sperando che prima o poi saremmo riusciti a farla digerire al pubblico. Ma se crede di riuscire a vivere di quello che usa scrivere, sono costretto a dirle che non ha speranze”.
“Vivo nell’epoca sbagliata” disse Mrs Forrester. “Dovevo nascere nel Settecento, quando i mecenati pagavano cento ghinee per una dedica”.

W. Somerset Maugham, “L’impulso creativo”, Una donna di mondo e altri racconti, Adelphi, traduzione di Simona Sollai

Cinquanta anni di Oscar

27 aprile 2015

oscar mondadori approfondimento oblique

Oggi sono cinquant’anni dall’uscita del primo Oscar Mondadori. Ieri su la Repubblica c’era un bel pezzo di Simonetta Fiori. Viene riportata una frase significativa, a pochi mesi dall’uscita, di Alberto Mondadori: “La concorrenza si è scatenata a imitare gli Oscar per cui io e Sereni dobbiamo manovrare la nostra politica editoriale come se fossimo sul ponte di comando di una nave ammiraglia”.
Leggi l’approfondimento che abbiamo fatto qualche tempo fa.

Era un lavoro mal pagato ma lei era contenta

3 marzo 2015

Félix Vallotton -- Schiavo d'amore di W. Somerset Maugham

Era separata dal marito e guadagnava da vivere per sé e la sua bambina scrivendo romanzetti rosa. C’erano un paio di editori specializzati in quel genere di letteratura, e il lavoro non le mancava. Era un lavoro mal pagato, le davano quindici sterline per una storia di trentamila parole, ma lei era contenta.
“Dopotutto, ai lettori costano solo due pence,” diceva “e a loro piace sempre la stessa roba. Cambio solo i nomi ed è fatta. Quando sono stanca penso al bucato, all’affitto e ai panni della bimba e ricomincio”.
Inoltre le capitava di fare la comparsa in vari teatri […]. Philip aveva interesse per quella vita precaria, e rideva ai fantastici racconti delle sue battaglie. Le chiese perché non tentasse un lavoro letterario di più alto livello, ma lei sapeva di non avere talento, e la robaccia che sfornava a tante migliaia di parole non solo era pagata passabilmente, ma era il meglio che potesse fare. Non aveva altra prospettiva che continuare la vita che conduceva. Sembrava sola al mondo, e i suoi amici erano poveri come lei.

W. Somerset Maugham, Schiavo d’amore, Adelphi, traduzione di Franco Salvatorelli

Librerie, piccolo è bello (e funziona meglio)

26 febbraio 2015

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Il 2 maggio Mitchell Klipper, il libraio più potente degli Stati Uniti, andrà in pensione. Negli ultimi ventotto anni ha lavorato per Barnes & Nobles, occupandosi prima degli affari finanziari, poi delle operazioni immobiliari e infine guidando il settore delle vendite al dettaglio. Mr Klipper è l’uomo che ha fatto nascere più di seicento megastore. Fino al 2009 ha aperto trenta o più punti vendita all’anno. Poi ha giocato in difesa e secondo alcuni neanche male: il suo diretto concorrente, Borders, è uscito dal mercato. Lui no, anche se ha dovuto avviare un piano di dismissioni che porterà nei prossimi dieci anni alla chiusura di un terzo dei punti vendita.
La sua uscita di scena segna la fine di un’era, quella dei supermarket dei libri. Il gigantismo non paga più. Se in America le librerie indipendenti stanno avendo la loro rivincita – dal 2009 a oggi sono cresciute del 20% – in Europa sono i grandi a pensare in piccolo: riducono la metratura dei negozi e puntano sul vecchio libraio. Proprio lui, in carne, ossa e competenze. Una contro-rivoluzione che arriva in Italia nei giorni caldi delle trattative tra Mondadori ed Rcs, quando lo spettro di un colosso in grado di controllare il 40% del mercato fa tremare i gruppi concorrenti, gli scrittori e l’intera cittadella dell’editoria. All’interno di un sistema dove già oggi pochi soggetti possiedono tutta la filiera del libro, si fa così strada un nuovo modello commerciale: “La catena di librerie indipendenti”.
La definizione è di James Daunt, il libraio londinese chiamato dal miliardario russo Alexander Mamut a risanare Waterstones, colosso inglese di 200 megalibrerie e 4.500 dipendenti. Ma viene fatta propria da Alberto Rivolta, che da dicembre guida la direzione operativa del Gruppo Feltrinelli con responsabilità diretta su Librerie Feltrinelli, 105 punti vendita diretti e 14 in franchising, 1.500 dipendenti e un fatturato nel 2014 di circa 290 milioni di euro, 13 milioni in meno dell’anno precedente. Una perdita più contenuta rispetto al trend generale del mercato – il libro, nella sua versione cartacea, ha segnato un meno 4% nell’ultimo anno – ma comunque una perdita. Alcuni negozi sono sotto osservazione, i contratti di solidarietà che hanno ridotto la forza lavoro di circa il 20% sono appena stati rinnovati per altri quindici mesi. Ma i sacrifici dei dipendenti saranno inutili se Feltrinelli non rivoluzionerà la sua rete di vendita.
«L’e-commerce sta cambiando i nostri modelli di consumo. Chi va in una libreria fisica – spiega Rivolta – lo fa perché c’è qualcosa di più importante del prezzo». Una volta nelle Feltrinelli si scoprivano testi che nessun altro pubblicava. Negli ultimi dieci anni si andava per la comodità di trovare qualsiasi cosa, anche film e musica. Un modello che ha avuto il suo punto di forza negli acquisti centralizzati, nella quantità e nelle novità. Ma che ha finito per penalizzare le competenze dei librai e che adesso scricchiola sotto il peso dell’emorragia dei lettori: nell’arco di quattro anni l’Italia ne ha persi oltre due milioni e mezzo, 820mila solo nel 2014. «Al centro del piano di rilancio c’è l’attenzione al cliente, la valorizzazione del nostro personale e la salvaguardia dei livelli occupazionali». Si parla di personal shopper da prenotare per avere una consulenza su misura e di direttori incoraggiati a comportarsi con l’autonomia dei vecchi librai di quartiere.
Ma in gioco c’è anche la trasformazione della rete di vendita nei prossimi tre anni. «Vogliamo valorizzare Red, il nostro modello di eccellenza, un luogo aperto che all’esperienza della lettura affianca l’enogastronomia, i live di musica, gli incontri con gli autori. È una grande libreria che torna alla sua origine: uno spazio del pensiero». Ne esistono due, una a Milano e l’altra a Firenze. Ne aveva aperta una anche a Roma, in via Del Corso, ma è stata costretta a chiudere per un cedimento strutturale all’edificio. Ne nasceranno altre? «Dipende, sono adatte alle grandi città, alle strade con un notevole passaggio». Per il resto Feltrinelli torna a pensare in piccolo. «Siamo una catena per cui non possiamo rinunciare alla standarizzazione, ma stiamo studiando una formula ibrida e la definizione utilizzata da Daunt è quella che più ci convince: una catena di librerie indipendenti». Gli acquisti continueranno ad essere centralizzati, ma i direttori avranno più autonomia nella commercializzazione e nella disposizione dei libri. E le metrature? In America un gigante come Borders è stato messo in ginocchio dall’e-commerce, ma anche dalle superfici dei suoi megastore: troppo costose rispetto alle entrate. Un rischio che ha corso anche la Feltrinelli di piazza Colonna a Roma, prima che la società proprietaria dell’immobile gli accordasse uno sconto del 25% sull’affitto. «C’è una tendenza mondiale a ridurre la metratura – continua Rivolta – ma non è detto che questo significhi cambiare indirizzo. Si può pensare a una divisione degli spazi, alleandosi con aziende che hanno filosofie coerenti alla nostra per mirare ad un ruolo più completo nella vita dei nostri clienti, di consulente a 360 gradi nell’intrattenimento culturale». Il pensiero va a Eataly, anche perché l’unione tra cibo e libri «sta funzionando bene».
Rinnova la sua formula, metratura compresa, anche Mondadori, che a dicembre ha chiuso il multicenter di corso Vittorio Emanuele a Milano. Quattromila metri quadrati ereditati da Messaggerie Musicali, che ora saranno occupati dal marchio di abbigliamento Mango. «Apriremo presto un nuovo store nel quadrilatero, ma di dimensioni più contenute, tra gli 800 e i mille metri quadrati e con all’interno un punto di ristorazione, integrato nell’esperienza d’acquisto. Un modello nuovo, che all’offerta dei libri affianca l’elettronica, i prodotti di intrattenimento e divertimento», spiega Mario Maiocchi, amministratore di Mondadori Retail. «Avremo altri tre negozi simili entro il 2016, ma in due casi si tratta di conversioni di librerie già esistenti». Per il resto la carta vincente è quella dei negozi in franchising, dimensione media tra i 200 e i 600 metri quadrati. «Ne abbiamo 550 e vogliamo continuare ad aprirne una quarantina l’anno. Pensiamo che sia questo il modello più efficace perché unisce ai vantaggi economici ed organizzativi di una grande catena, la capacità imprenditoriale dei singoli. I librai sono il motore delle vendite e infatti in autunno abbiamo lanciato un programma di corsi di formazione per tutto il personale». Non accadeva da anni. Maiocchi crede che la vera sfida sia l’integrazione tra canali di vendita diversi. Anche perché, andando a guardare il miliardo e mezzo di euro che nel 2014 gli italiani hanno speso per leggere, si scopre che il libro di carta si compra sì nelle librerie fisiche, per il 40,6% in quelle di catena e per il 30,7% nelle indipendenti, ma sempre di più online: 13,8%, vale a dire l’8% in più.
Chi è sempre andato controcorrente, puntando sul piccolo anche quando il mercato sembrava prediligere i megastore è stata la catena Giunti al punto: 176 negozi, che crescono al ritmo di 15 ogni anno, tutti in provincia e con la stesse dimensioni, 200, 250 metri quadrati al massimo. «Siamo nati venticinque anni fa – racconta il direttore generale Jacopo Gori – e subito ci è stato chiaro che non potevamo avere negozi riforniti di tutto. Una cattedrale di duemila metri quadri non sarebbe stata utile perché nessuno fa trenta chilometri per comprare un libro e poi, anche in spazi così grandi, è necessario fare una selezione dei titoli. Abbiamo puntato su piccoli presidi nel territorio e su librai veri, niente commessi. I nostri 550 dipendenti, di cui l’85% sono donne e la maggioranza ha meno di 35 anni, sono in grado di scegliere e consigliare il libro giusto sia ai grandi lettori che, cosa molto più difficile, a chi non legge nulla o quasi». Pochi mesi fa hanno stretto un’alleanza con Amazon, il gigante accusato di avere messo in ginocchio le librerie. «Ogni acquisto nel loro store permette di accumulare punti sulla nostra carta fedeltà e di utilizzarli nelle nostre librerie. Abbattiamo le barriere fra virtuale e reale».
Anche perché non avrebbe senso opporsi al digitale o a Internet. Ne è convinta l’Associazione italiana editori che ha appena presentato alla Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri un ebook con i consigli per utilizzare al meglio i social: ventuno idee prese in prestito dall’estero per valorizzare identità, comunicare competenze e passioni, creare una community. Una rivoluzione non da poco se si pensa che qualche anno fa i librai erano stati dati per estinti. Oggi twittano, postano foto, organizzano maratone di lettura, potrebbero essere uno degli antidoti alla crisi. Parafrasando la celebre battuta di Mark Twain su se stesso, forse la notizia della loro morte è stata alquanto esagerata.

Stefania Parmeggiani, “Librerie, piccolo è bello (e funziona meglio)”, la Repubblica, 26 febbraio 2015