Posts Tagged ‘editoria’

Era un lavoro mal pagato ma lei era contenta

3 marzo 2015

Félix Vallotton -- Schiavo d'amore di W. Somerset Maugham

Era separata dal marito e guadagnava da vivere per sé e la sua bambina scrivendo romanzetti rosa. C’erano un paio di editori specializzati in quel genere di letteratura, e il lavoro non le mancava. Era un lavoro mal pagato, le davano quindici sterline per una storia di trentamila parole, ma lei era contenta.
“Dopotutto, ai lettori costano solo due pence,” diceva “e a loro piace sempre la stessa roba. Cambio solo i nomi ed è fatta. Quando sono stanca penso al bucato, all’affitto e ai panni della bimba e ricomincio”.
Inoltre le capitava di fare la comparsa in vari teatri […]. Philip aveva interesse per quella vita precaria, e rideva ai fantastici racconti delle sue battaglie. Le chiese perché non tentasse un lavoro letterario di più alto livello, ma lei sapeva di non avere talento, e la robaccia che sfornava a tante migliaia di parole non solo era pagata passabilmente, ma era il meglio che potesse fare. Non aveva altra prospettiva che continuare la vita che conduceva. Sembrava sola al mondo, e i suoi amici erano poveri come lei.

W. Somerset Maugham, Schiavo d’amore, Adelphi, traduzione di Franco Salvatorelli

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Librerie, piccolo è bello (e funziona meglio)

26 febbraio 2015

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Il 2 maggio Mitchell Klipper, il libraio più potente degli Stati Uniti, andrà in pensione. Negli ultimi ventotto anni ha lavorato per Barnes & Nobles, occupandosi prima degli affari finanziari, poi delle operazioni immobiliari e infine guidando il settore delle vendite al dettaglio. Mr Klipper è l’uomo che ha fatto nascere più di seicento megastore. Fino al 2009 ha aperto trenta o più punti vendita all’anno. Poi ha giocato in difesa e secondo alcuni neanche male: il suo diretto concorrente, Borders, è uscito dal mercato. Lui no, anche se ha dovuto avviare un piano di dismissioni che porterà nei prossimi dieci anni alla chiusura di un terzo dei punti vendita.
La sua uscita di scena segna la fine di un’era, quella dei supermarket dei libri. Il gigantismo non paga più. Se in America le librerie indipendenti stanno avendo la loro rivincita – dal 2009 a oggi sono cresciute del 20% – in Europa sono i grandi a pensare in piccolo: riducono la metratura dei negozi e puntano sul vecchio libraio. Proprio lui, in carne, ossa e competenze. Una contro-rivoluzione che arriva in Italia nei giorni caldi delle trattative tra Mondadori ed Rcs, quando lo spettro di un colosso in grado di controllare il 40% del mercato fa tremare i gruppi concorrenti, gli scrittori e l’intera cittadella dell’editoria. All’interno di un sistema dove già oggi pochi soggetti possiedono tutta la filiera del libro, si fa così strada un nuovo modello commerciale: “La catena di librerie indipendenti”.
La definizione è di James Daunt, il libraio londinese chiamato dal miliardario russo Alexander Mamut a risanare Waterstones, colosso inglese di 200 megalibrerie e 4.500 dipendenti. Ma viene fatta propria da Alberto Rivolta, che da dicembre guida la direzione operativa del Gruppo Feltrinelli con responsabilità diretta su Librerie Feltrinelli, 105 punti vendita diretti e 14 in franchising, 1.500 dipendenti e un fatturato nel 2014 di circa 290 milioni di euro, 13 milioni in meno dell’anno precedente. Una perdita più contenuta rispetto al trend generale del mercato – il libro, nella sua versione cartacea, ha segnato un meno 4% nell’ultimo anno – ma comunque una perdita. Alcuni negozi sono sotto osservazione, i contratti di solidarietà che hanno ridotto la forza lavoro di circa il 20% sono appena stati rinnovati per altri quindici mesi. Ma i sacrifici dei dipendenti saranno inutili se Feltrinelli non rivoluzionerà la sua rete di vendita.
«L’e-commerce sta cambiando i nostri modelli di consumo. Chi va in una libreria fisica – spiega Rivolta – lo fa perché c’è qualcosa di più importante del prezzo». Una volta nelle Feltrinelli si scoprivano testi che nessun altro pubblicava. Negli ultimi dieci anni si andava per la comodità di trovare qualsiasi cosa, anche film e musica. Un modello che ha avuto il suo punto di forza negli acquisti centralizzati, nella quantità e nelle novità. Ma che ha finito per penalizzare le competenze dei librai e che adesso scricchiola sotto il peso dell’emorragia dei lettori: nell’arco di quattro anni l’Italia ne ha persi oltre due milioni e mezzo, 820mila solo nel 2014. «Al centro del piano di rilancio c’è l’attenzione al cliente, la valorizzazione del nostro personale e la salvaguardia dei livelli occupazionali». Si parla di personal shopper da prenotare per avere una consulenza su misura e di direttori incoraggiati a comportarsi con l’autonomia dei vecchi librai di quartiere.
Ma in gioco c’è anche la trasformazione della rete di vendita nei prossimi tre anni. «Vogliamo valorizzare Red, il nostro modello di eccellenza, un luogo aperto che all’esperienza della lettura affianca l’enogastronomia, i live di musica, gli incontri con gli autori. È una grande libreria che torna alla sua origine: uno spazio del pensiero». Ne esistono due, una a Milano e l’altra a Firenze. Ne aveva aperta una anche a Roma, in via Del Corso, ma è stata costretta a chiudere per un cedimento strutturale all’edificio. Ne nasceranno altre? «Dipende, sono adatte alle grandi città, alle strade con un notevole passaggio». Per il resto Feltrinelli torna a pensare in piccolo. «Siamo una catena per cui non possiamo rinunciare alla standarizzazione, ma stiamo studiando una formula ibrida e la definizione utilizzata da Daunt è quella che più ci convince: una catena di librerie indipendenti». Gli acquisti continueranno ad essere centralizzati, ma i direttori avranno più autonomia nella commercializzazione e nella disposizione dei libri. E le metrature? In America un gigante come Borders è stato messo in ginocchio dall’e-commerce, ma anche dalle superfici dei suoi megastore: troppo costose rispetto alle entrate. Un rischio che ha corso anche la Feltrinelli di piazza Colonna a Roma, prima che la società proprietaria dell’immobile gli accordasse uno sconto del 25% sull’affitto. «C’è una tendenza mondiale a ridurre la metratura – continua Rivolta – ma non è detto che questo significhi cambiare indirizzo. Si può pensare a una divisione degli spazi, alleandosi con aziende che hanno filosofie coerenti alla nostra per mirare ad un ruolo più completo nella vita dei nostri clienti, di consulente a 360 gradi nell’intrattenimento culturale». Il pensiero va a Eataly, anche perché l’unione tra cibo e libri «sta funzionando bene».
Rinnova la sua formula, metratura compresa, anche Mondadori, che a dicembre ha chiuso il multicenter di corso Vittorio Emanuele a Milano. Quattromila metri quadrati ereditati da Messaggerie Musicali, che ora saranno occupati dal marchio di abbigliamento Mango. «Apriremo presto un nuovo store nel quadrilatero, ma di dimensioni più contenute, tra gli 800 e i mille metri quadrati e con all’interno un punto di ristorazione, integrato nell’esperienza d’acquisto. Un modello nuovo, che all’offerta dei libri affianca l’elettronica, i prodotti di intrattenimento e divertimento», spiega Mario Maiocchi, amministratore di Mondadori Retail. «Avremo altri tre negozi simili entro il 2016, ma in due casi si tratta di conversioni di librerie già esistenti». Per il resto la carta vincente è quella dei negozi in franchising, dimensione media tra i 200 e i 600 metri quadrati. «Ne abbiamo 550 e vogliamo continuare ad aprirne una quarantina l’anno. Pensiamo che sia questo il modello più efficace perché unisce ai vantaggi economici ed organizzativi di una grande catena, la capacità imprenditoriale dei singoli. I librai sono il motore delle vendite e infatti in autunno abbiamo lanciato un programma di corsi di formazione per tutto il personale». Non accadeva da anni. Maiocchi crede che la vera sfida sia l’integrazione tra canali di vendita diversi. Anche perché, andando a guardare il miliardo e mezzo di euro che nel 2014 gli italiani hanno speso per leggere, si scopre che il libro di carta si compra sì nelle librerie fisiche, per il 40,6% in quelle di catena e per il 30,7% nelle indipendenti, ma sempre di più online: 13,8%, vale a dire l’8% in più.
Chi è sempre andato controcorrente, puntando sul piccolo anche quando il mercato sembrava prediligere i megastore è stata la catena Giunti al punto: 176 negozi, che crescono al ritmo di 15 ogni anno, tutti in provincia e con la stesse dimensioni, 200, 250 metri quadrati al massimo. «Siamo nati venticinque anni fa – racconta il direttore generale Jacopo Gori – e subito ci è stato chiaro che non potevamo avere negozi riforniti di tutto. Una cattedrale di duemila metri quadri non sarebbe stata utile perché nessuno fa trenta chilometri per comprare un libro e poi, anche in spazi così grandi, è necessario fare una selezione dei titoli. Abbiamo puntato su piccoli presidi nel territorio e su librai veri, niente commessi. I nostri 550 dipendenti, di cui l’85% sono donne e la maggioranza ha meno di 35 anni, sono in grado di scegliere e consigliare il libro giusto sia ai grandi lettori che, cosa molto più difficile, a chi non legge nulla o quasi». Pochi mesi fa hanno stretto un’alleanza con Amazon, il gigante accusato di avere messo in ginocchio le librerie. «Ogni acquisto nel loro store permette di accumulare punti sulla nostra carta fedeltà e di utilizzarli nelle nostre librerie. Abbattiamo le barriere fra virtuale e reale».
Anche perché non avrebbe senso opporsi al digitale o a Internet. Ne è convinta l’Associazione italiana editori che ha appena presentato alla Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri un ebook con i consigli per utilizzare al meglio i social: ventuno idee prese in prestito dall’estero per valorizzare identità, comunicare competenze e passioni, creare una community. Una rivoluzione non da poco se si pensa che qualche anno fa i librai erano stati dati per estinti. Oggi twittano, postano foto, organizzano maratone di lettura, potrebbero essere uno degli antidoti alla crisi. Parafrasando la celebre battuta di Mark Twain su se stesso, forse la notizia della loro morte è stata alquanto esagerata.

Stefania Parmeggiani, “Librerie, piccolo è bello (e funziona meglio)”, la Repubblica, 26 febbraio 2015

Lei mi traduce

23 febbraio 2015

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Lei mi traduce: Sotto ragazzi, eccetera. […] Il testo dice: Come on boys. Capisce? Lei mi ha invertito il significato. Come on boys vuol dire venite su ragazzi. Lei mi mette l’opposto, cioè non su, ma sotto. E ancora, più avanti, dove descrive l’alzabandiera a bordo. Lei ha tradotto, mi pare, i marinai si scoprirono, sì, si scoprirono, ha tradotto lei, mentre il testo inglese diceva: The crew raised their hats. Vede l’inglese come è preciso? La ciurma alzò i loro cappelli. Alzò, capisce, come a salutare la bandiera sul pennone.

Luciano Bianciardi, La vita agra

La buona scrittura è dei nevrotici

1 febbraio 2015

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In ogni epoca, la buona scrittura è sempre stata il prodotto delle nevrosi di qualcuno, e se tutti gli scrittori fossero stati un branco di beati sciocchi avremmo una letteratura di una noia mortale.

William Styron, intervista su The Paris Review, 1954

I tagli di Georges Simenon

27 gennaio 2015

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Solo una volta un consiglio generico da parte di uno scrittore mi è stato molto utile. Si tratta di Colette. Scrivevo racconti per Le Matin, e Colette era caporedattrice della sezione letteraria all’epoca. Le sottoposi due racconti e li rifiutò entrambi e io continuai a provare, ancora e ancora. Alla fine mi disse, Senti, sono troppo letterari, sono sempre troppo letterari. Seguii il suo consiglio. È quello che faccio quando scrivo, la cosa principale quando scrivo.
Cosa intende con “troppo letterario”? E cosa elimina, un certo tipo di parole?
Aggettivi, verbi, e ogni parola che è lì sono per fare effetto. Ogni frase è lì solo per la frase. Hai ottenuto una frase meravigliosa — tagliala. Ogni volta che trovo una cosa del genere in uno dei miei romanzi la devo eliminare.
È a questo tipo di revisione che si sottopone in gran parte?
Quasi completamente.
Non si mette a rivedere la trama?
Oh, io non tocco mai niente in questo senso. Mi è capitato di modificare i nomi mentre scrivevo: una donna dovrebbe chiamarsi Helen nel primo capitolo e Charlotte nel secondo, per esempio; e nella fase di revisione sistemo queste cose. E poi taglio, taglio, taglio.
C’è qualcos’altro che vorrebbe dire a uno scrittore esordiente?
Scrivere è considerata una professione, ma io non la ritengo tale. Io penso che chi non sente di dover essere uno scrittore, chi pensa di poter fare qualcos’altro, allora dovrebbe fare qualcos’altro. Scrivere non è una professione ma una vocazione all’infelicità. Non credo che un artista possa mai essere felice.

Georges Simenon, intervista su The Paris Review, 1955

Tradurre per uno scrittore deve essere un esercizio

22 gennaio 2015

ginzburg

Alcuni pensano che gli scrittori traducano meglio degli altri. Io non lo penso. Penso che qualche volta traducono bene e qualche volta male. Penso che per uno scrittore, il tradurre un testo amato possa essere un esercizio quanto mai salubre, corroborante e vitale. A patto però che lo prenda come un esercizio, e si comporti non da scrittore ma da traduttore, tirandosi in disparte il più possibile, cacciandosi il più possibile in un punto nascosto.
Lo scrittore che decide di tradurre un testo amato, subito si rende conto di apprestarsi a far qualcosa a cui non è avvezzo. Ha davanti a sé delle pagine scritte da un altro e in una lingua straniera, e deve indagare di ogni parola il significato preciso. Ama quelle pagine ed ha una gran paura di sciuparle, anzi sa con sicurezza che, toccandole, le sciuperà. Si sente perciò inchiodato in un’attenzione impaurita e meticolosa, del tutto estranea e ignota alla sua indole. Quando scrive per sé, il suo rapporto con le parole è completamente diverso. È un rapporto di scelta spavalda, tirannica, frettolosa e imperiosa. Egli subito sa, nel tradurre, che un simile tipo di scelta dovrà abbandonarlo. Dunque adesso le parole saranno per lui qualcosa di nuovo. E tuttavia forse avrà per sempre, d’ora innanzi, in presenza delle parole, un atteggiamento meno spavaldo, meno incauto e più umile.

Natalia Ginzburg, La signora Bovary, dalla nota di traduzione

Malcolm Skey è obliquo

21 gennaio 2015

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Frederick Malcolm Skey nasce a West Coker nel Somerset (Uk) il 12 ottobre 1944, trascorre la sua infanzia a Bristol per poi studiare Storia a Oxford. Dopo un soggiorno in Francia si trasferisce a Torino; nel 1973 inizia la sua collaborazione con la casa editrice Einaudi, dove entra a far parte della segreteria della Storia del marxismo e dell’Enciclopedia.

Per leggere il profilo completo vai qui.

Cosa si fa con un libro. L’intervento di Luccone

10 dicembre 2014

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“Cosa si fa con un libro? Un libro si pubblica. La parola all’artigiano dell’editoria. Incontro con Leonardo Luccone — Oblique”
Giovedì 11 dicembre ore 21

via Caffaro, 10 Roma — Garbatella, sede di Altrevie

Il corso per redattori editoriali di Oblique (ottobre-dicembre 2014)

11 settembre 2014

Sono aperte le iscrizioni per la nuova edizione del corso principe per redattori in casa editrice. L’unico corso che esamina a fondo il ciclo di produzione degli stampati editoriali e fornisce le conoscenze e le competenze di base per affrontare il lavoro redazionale.
120 ore di didattica frontale con i migliori docenti in circolazione, esercitazioni, simulazioni di situazioni lavorative, ben dodici ore dedicate all’impaginazione con QuarkXPress, laboratori di correzione di bozze e editing, una visita presso gli impianti dello stampatore Futuragrafica, una visita guidata in libreria (Fnac, ibs.it o Feltrinelli) e molto altro ancora. Insomma, tre mesi insieme a Oblique per respirare l’atmosfera di una redazione e capire i meccanismi del mondo editoriale. Sono sempre di più gli allievi che hanno trovato lavoro subito dopo lo stage.

Calendario delle lezioni frontali del corso: dal 6 ottobre al 22 dicembre 2014
Giorni e orario: lun, mer, ven dalle 17,30 alle 20. A questi si aggiungono 4 sabati di didattica intensiva.
Sede: via de’ Serpenti 35 (metro B, fermata Cavour).
Costo: 1500 €. È previsto uno sconto del 15% per gli studenti universitari che non hanno compiuto ancora 26 anni.
Prima di iscriversi è obbligatorio sostenere un colloquio conoscitivo presso il nostro studio o telefonico.

Editoria è conoscenza degli uomini

4 aprile 2014

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Editoria è conoscenza degli uomini. E la bellezza, la chiave di questo lavoro è che deve essere premiata l’intelligenza, che a sua volta proprio del rapporto con gli uomini, oltre che dei testi, si alimenta. Ma non deve essere mai una intelligenza fine a se stessa, improduttiva e pigra. Devi dunque stimolarla di continuo, provocarla. Non devi soffocarla, spegnerla sotto la monotonia di una eccessiva routine. Il lavoro di routine lo devi anche fare, Cesare Pavese il lavoro di routine lo faceva e ne era orgoglioso, a volta fino al punto da fare apparire, ma solo apparire, che quello era il suo unico orgoglio: ma era lui che si governava, non era governato.

Giulio Einaudi in Severino Cesari, Colloquio con Giulio Einaudi, Einaudi