Posts Tagged ‘Einaudi Stile libero’

Una cosa la faceva: ti guardava

6 settembre 2016

Prima della malattia, Lucia Palmieri era alta come la figlia, ora misurava circa un metro e cinquantadue e pesava trentacinque chili. Come se un parassita alieno le avesse risucchiato la carne e le viscere. Era ridotta uno scheletro ricoperto di pelle floscia e livida.
Aveva settant’anni ed era affetta da una rara e irreversibile forma di degenerazione del sistema nervoso centrale e periferico.
Viveva, se quella roba era vita, inchiodata a quel letto. Più incosciente di un mollusco bivalve, non parlava, non sentiva, non muoveva un muscolo, non faceva niente.
In realtà, una cosa la faceva.
Ti guardava.
Con due enormi fari grigi, dello stesso colore di quelli di sua figlia. Occhi che sembravano aver visto qualcosa di così immenso che ne erano rimasti fulminati, mettendo in cortocircuito tutto l’organismo. Stando immobile per tanto tempo, i muscoli le si erano ridotti a una pappa gelatinosa e le ossa si erano ritirate e torte come rami di fico. Quando la figlia doveva rifarle il letto, la alzava e la teneva tra le braccia come fosse una bambina.

Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via, Einaudi Stile libero

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E poi succede, il destino

5 giugno 2016

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Al nostro paese erano tutti tipi fuori dal comune e un paio di ragazze erano bellissime. Ce ne furono altre prima e dopo ma è con Eily che creai un sodalizio. Certe volte ti ritrovi in ballo, sei richiesto, sei privilegiato, sei partecipe, e poi succede, il destino, e poi finisce e tu ti ritiri in buon ordine sapendo, ahimè, che tocca a qualcun altro.

Edna O’Brien, “Una donna scandalosa”, Oggetto d’amore, Einaudi Stile libero, traduzione di Giovanna Granato

Dire mai

27 dicembre 2015

Lei dice non mi importa se tu mi credi o no, è la semplice verità, tu continua pure a credere quello che ti pare. Quindi è sicuro che sta mentendo. Quando dice la verità impazzisce pur di convincermi a crederle. Perciò sono sicuro che sta mentendo.
Lei si accende una sigaretta e guarda fuori, lontano da me, fa la maliziosa con la sigaretta bene in vista e lo sguardo verso la finestra ancora bagnata, e io non so proprio cosa dire.
Dico Mayfly io davvero non so cosa dire o cosa fare e se posso crederti più. Ma queste sono le cose che so. So che io invecchio e tu no. E so che ti do tutto quello che ho da darti, con le mani che ho e con il cuore che ho. Tutto quello che ho dentro, io te l’ho dato. Tenendolo insieme e lavorando duro ogni giorno. Ti ho fatto diventare la ragione di ogni cosa che faccio. Ho provato anche a costruirti una casa da offrirti, per farti restare con me, perché fosse bello restare con me.
Mi accendo anch’io una sigaretta e butto il fiammifero nel lavabo dove ci sono gli altri fiammiferi e i piatti e la spugna e tutte queste cose qua.

David Foster Wallace, “Dire mai”, La ragazza con i capelli strani, Einaudi Stile libero, traduzione di Francesco Piccolo

Non gli basterà mai la roba — gli anni al contrario di Nadia Terranova

21 gennaio 2015

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Non gli basta la roba, non gli basterà mai. Giovanni stava preparando la sua dose e aveva già smesso di preoccuparsi di lei. Non ne sarebbe valsa la pena. Aurora se ne andò in fretta e solo dopo, quando era già per strada, abbassò la manica che era rimasta tirata su.

Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi

Il bisogno di un’azione concertata sul piano culturale

18 dicembre 2014

Milano, 23 marzo 1963

Egregio Dottore,

basta, diciamolo chiaro. Vendere il Calvino [si parla di La giornata di uno scrutatore] è come agitare una bandiera da combattimento, vendere lo Sciascia è come dare spettacolo. Non è una scelta la mia, ma una distinzione.
Io intendo che si combatta.
Dobbiamo fare tutto quanto contro Lui va fatto. Reagire agli sciocchi che hanno scritto, ai molli di reni e di schiena, aggredire il lettore così frastornato, premere sui librai che sono sempre “al carro”. Qualcosa va fatto.
Un libro, quando esce dai torchi dell’editore, quasi cessa automaticamente di dipendere dal suo autore. In questo caso, questo libro investe tutti noi, e per il fatto editoriale specifico, e per il suo contenuto. […]
In tempo di letteratura di consumo, l’altra, si sa, ha vita un po’ peregrina; ma è proprio qui che si inserisce il bisogno di una azione concertata sul piano culturale. […]

suo Cerati

Il trionfo del mio male

30 novembre 2014

Il trionfo del Male era anche il trionfo del mio male. Quella cogliona di mia sorella, quei codardi dei miei genitori, quegli inetti omertosi dei miei concittadini: questo capo feroce e fantasioso non se lo meritavano […]. Sì, va bene tutto, ma io questa infatuazione non la potevo ammettere. Soprattutto con me stessa: io ero la paladina della lealtà e della verità, era per questo che da sempre me ne volevo andare via da Bari, era per questo che in capo a qualche anno avrei fatto brillare in aria la vita della mia famiglia: per sottrarmi all’omertà e al degrado e alla violenza sui bambini e sulle donne, no?

Antonella Lattanzi, Prima che tu mi tradisca, Einaudi Stile libero

Nato per il calcio

11 febbraio 2013

Io ero nato per il calcio e sarei morto per il calcio. A centrocampo, sarei voluto morire a centrocampo. O meglio ancora sulla trequarti avversaria. Non c’è posto al mondo più bello della trequarti avversaria. È una conquista, un’invasione. Una scoperta.

Marco Marsullo, Atletico Minaccia Football Club, Einaudi Stile libero

Né coi nostalgici né coi guru del nuovo

22 dicembre 2012

Incontro con Paolo Repetti, creatore insieme a Severino Cesari di Einaudi Stile libero. Stranamente, comincia lui e comincia proprio da Orwell: “Mi piace molto la scelta di fare un supplemento culturale non di recensioni con un gruppo di scrittori intellettuali giovani, e con una discussione che, per quanto a volte è ironica e paradossale, non è una cosa tipo Il Fatto quotidiano, cioè – andiamo a vedere chi c’è, cosa c’è dietro, il complotto, gli editori che stanno a fa’, chissà, adesso vi sveliamo noi gli arcani segreti. Dal punto di vista di uno che sta dentro una casa editrice grossa, che comunque si confronta con un mercato in modo piuttosto violento, c’è la sensazione di poter colloquiare”.

La prima cosa che hai detto è “non uno spazio che produce recensioni”.

“Non mi ricordo se tre o quattro o cinque anni fa, il manifesto fece una serie di interventi di Gabriele Pedullà contro l’industria culturale, il mercato, le pagine dei giornali, tutta quella roba lì insomma: aveva un tono insopportabilmente minoritario e nostalgico, come sé tutta la critica della cultura, che poteva essere quella derivata dalla grande coda della Scuola di Francoforte, si fosse ridotta oggi ad un rimpianto per perdita dell’aura, alla Benjamin: guardare il presente e guardare il futuro solo in termini di perdita di qualcosa: le librerie non sono più quelle di una volta; i giornali non danno più spazio ai critici letterari; gli editori fanno soltanto libri per fare mercato…Mi fa venire voglia di dire ragazzi l’antagonismo culturale significa togliere spazio al mercato, non lamentarsi perché il mercato esiste: perché il mercato esiste!”.

Noi siamo autori che pubblicano per Einaudi Mondadori Rizzoli…

“Sì sì! Il tentativo di andare contro una logica puramente di mercato non è che appartiene soltanto a chi sta fuori… È un problema che ci poniamo anche noi che stiamo dentro grandi gruppi editoriali”.

Nel tuo caso, con la tua esperienza prima con Theoria, indipendente, poi con Stile libero, come te lo poni il problema?

“Al momento credo stia vincendo la logica di una specie di grande mainstream dell’intrattenimento globale. È una fase culturale dov’è difficile trovare spazi dove le cose non vengano considerate solo intrattenimento. Compresi i libri complessi. Non è che voglio fare l’elogio dell’antagonismo, però se penso alla formazione che potevamo avere noi da ragazzi… senza voler fare un discorso nostalgico, però un conto è formarsi su Barthes, Foucault…”

Ma sono quelli su cui ci si forma anche adesso, se ti vuoi formare.

“Se ti vuoi formare. Oggi gli ideologi sono vissuti passivamente, e i loro nomi sono: Bezos, Zuckerberg e Steve Jobs La vera ideologia è fatta dai guru che hanno deciso attraverso la tecnologia i modi in cui noi stabiliamo relazioni, la cornice dentro cui ci muoviamo. Il caso di

Bezos e Amazon per noi editori è una cosa enorme: se io dovessi dire chi è in questo momento un personaggio verso cui gli intellettuali dovrebbero riflettere per capire come sta determinando la fine di un modello di industria culturale come eravamo abituati a pensarlo…”

Diventerà l’unico editore?

“Più che l’unico editore (perché poi secondo me per gli editori c’è uno spazio enorme all’interno di questa crisi), è ovvio che anche lì, se tu lasci Bezos tranquillo, lui conquista tutto. Diventa lui stesso editore, diventa lui stesso distributore di libri. A partire dall’imposizione di Amazon le conseguenze sono state la chiusura di una enorme catena di librerie [Borders]… Questa cosa non può non, come dire, innescare una riflessione per chi fa questo lavoro, perché noi ci troviamo nel giro di cinque anni a far sì che l’editore controllava fino a poco tempo fa tutto il processo, dal manoscritto alla stampa, alla pubblicazione e quindi all’accesso in libreria, la distribuzione. L’editore, che controllava tutta questa catena, potrebbe diventare un…”

Ma tu hai detto che secondo te c’è un grande spazio per l’editoria. Quale sarebbe?

“Io penso che l’editore, la sua ricchezza sarà sempre di più gli autori che ha e la capacità di far sentire agli autori che la mediazione e il filtro del marchio editoriale è un elemento di cui non si può fare a meno.

Se hai un progetto culturale dentro cui un autore vuole stare. Diciamo che Stile libero, in questo suo dialogo continuo col mercato, nasce da un’idea di Giulio Einaudi: quando io e Severino Cesari proponemmo una collana autonoma per la scoperta di nuove scritture giovanili e di generi, Einaudi disse: ‘Ve la faccio fare ma i libri usciranno dentro i Tascabili Einaudi’. Voleva dire che tu ti trovavi nella stessa numerazione prima Primo Levi, McEwan e poi, non so, il Libro

delle camerette dei giovani, il primo che abbiamo fatto. E questo ci obbligava a tirature molto più alte e un confronto col mercato molto più intenso. Giulio Einaudi era così. Se pensi all’operazione che lui fece con la storia della Morante, mettendo a 2000 lire un libro di 500 pagine – è un’operazione che oggi diremmo di marketing”.

Oggi come si spinge un libro?

“Oggi quando i libri anche letterari li butti in libreria e entrano nella discussione letteraria, nel mercato eccetera, sono comunque vissuti come prodotti, e basta! Cioè non senti più in questo momento quella sensazione che io avevo almeno fino a dieci quindici anni fa, in cui l’editoria di cultura aveva un suo linguaggio, con dei paratesti che lo accompagnavano, dei suoi tempi, perché esisteva una cosa che quando io sono entrato a lavorare era evidente, cioè se tu avevi un critico letterario dell’autorevolezza di Calvino o di Pasolini, che pubblicava una recensione in quello che oggi è considerato lo spazio più sfigato di tutti i giornali, l’elzeviro, sostanzialmente avevi fatto il

marketing del libro…”

E poi il libro come si trovava, dove si trovava?

“Il libro si trovava in libreria con facilità e non c’era un discorso di eccessiva rotazione. Era diverso il sistema di amplificazione dell’importanza del libro, era molto più lento…”

Adesso dopo sei mesi magari il tuo romanzo non è in libreria, proprio quando sta girando la voce.

“Paradossalmente l’ebook questa cosa la risolve perché mantiene il libro in una situazione di molto maggior reperibilità”.

Quindi quali sono i modi in cui vi rendete conto che un libro sta morendo?

“Dalle vendite. Nel momento in cui viene distrutta quella gerarchia verticale, dell’autorevolezza pedagogica del critico, trionfa una logica del più forte, della capacità che tu hai di imporre un libro”.

In pratica?

“Ottenere spazio. Anticipazioni, interviste, pezzi sui settimanali. Prima c’era Pampaloni sul Giornale, leggevamo lui e si decideva che libri leggere. Ovviamente non è che uno può dire ‘Allora, siccome è così, basta! È finita la letteratura’, perché la letteratura non è finita: semplicemente quel terreno ora appartiene a critici che fanno gli showman, quelli che danno 10 in pagella o 0”.

Paolo Repetti intervistato da Francesco Pacifico, Orwell, 22 dicembre 2012

Federer come esperienza religiosa

30 agosto 2012

Nel tennis Federer occupa la posizione di Heidegger nella storia del pensiero. Un uomo estremamente poco complicato si è ritrovato nel ruolo del Profeta, colui che porta finalmente la Reincarnazione e la Luce in un mondo compromesso e sconsacrato.

Carlo Magnani, Filosofia del tennis, Edizioni Mimesis

Metafore nuove 

25 giugno 2011

Nella poesia anglosassone la battaglia è definita “gioco di spade” o “incontro di lance”. Ma nell’antico norreno, e anche, penso, nella poesia celtica, la battaglia è chiamata “tessuto di uomini”. Questo è strano, vero? Perché in un tessuto abbiamo uno schema, un ordito di uomini, un tejido. Immagino che nel Medioevo si creasse in battaglia una spedie di ordito perché c’erano spade e lance dai due lati, qualcosa del genere. Questa, credo, è una nuova metafora; e naturalmente ha in sé un elemento di incubo, non le sembra? L’idea di un tessuto fatto di uomini vivi, di cose vive, e che tuttavia rimane un tessuto, un pezzo di stoffa.

Jorge Luis Borges, da The Paris Review, interviste volume 1, Fandango