Posts Tagged ‘einaudi’

È bello quassù

17 maggio 2017

Quando la collina si raddolcì, cominciammo a vedere dall’alto le colline, la valle, la pianura di Torino. Non ero mai stata a Superga. Non sapevo che fosse così alto. Certe sere, dai ponti di Po, la si vedeva nera e ingioiellata di una corona di luci, una collana gettata per storto sulle spalle di una bella signora. Ma adesso era mattino, era fresco e c’era un solo d’aprile che riempiva tutto il cielo.
Momina disse: – Non ce la faccio più. – Venne a fermarsi contro un mucchio di ghiaia. Il radiatore fumava. Allora scendemmo e guardammo le colline.
– È bello quassù, – disse Rosetta.
– Il mondo è bello, – disse Momina, venendoci dietro, – se non ci fossimo noi.

Cesare Pavese, Tra donne sole, Einaudi

 

Risvolti

11 aprile 2017

Il risvolto del Gadda è fumoso, stanco, moscio ed in un punto asintattico. Quando si sa che, i risvolti devono essere chiari, discorsivi, invitanti. Se non si vogliono fare, si passano di mano, ma se si fanno, si fanno come deve essere.

Roberto Cerati, Lettere a Giulio Einaudi e alla casa editrice (1946-1979), Einaudi

Ero convinta che gli scrittori fossero gente calma

9 aprile 2017

Non credevo in lui. Non avevo capito quanto fosse necessario da parte mia dargli fiducia. Lo ritenevo senz’altro intelligente e dotato, ma non ero certissima che sarebbe diventato uno scrittore. Non riconoscevo in lui l’autorevolezza che, a mio giudizio, uno scrittore doveva possedere. Era troppo impaziente, troppo permaloso con tutti, troppo megalomane. Ero convinta che gli scrittori fossero gente calma, malinconica, esageratamente consapevole. Li consideravo naturalmente speciali, dotati dalla nascita di una qualità rara, luminosa e impressionante, di cui Hugo non disponeva. Pensavo che un giorno o l’altro se ne sarebbe accorto. Frattanto, Hugo abitava una realtà fatta di riconoscimenti e castighi che mi erano imperscrutabili e bizzarri quanto quelli vissuti da uno psicopatico.

Alice Munro, “Materiali”, Una cosa che volevo dirti da un po’, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

Una tavola dopo che si è mangiato

31 dicembre 2016

Il bambino gli diede la buonanotte, ed egli si chinò a baciarlo sul nasetto lentigginoso, e gli disse di sognare la mamma. Così si trovò solo davanti alla tavola, e scoprì per la prima volta che una tavola dopo che si è mangiato ha qualcosa di triste, con tutto quel disordine di briciole e di bucce, i bicchieri mezzi vuoti, i tovaglioli spiegazzati. Decise di uscire.

Natalia Ginzburg, Un’assenza, Einaudi

Illesamente dama

12 dicembre 2016

Ti ho sfidato con una parolaccia,
tu mi hai risposto illesamente dama.

Patrizia Cavalli, “Il cielo”, Poesie (1974-1992), Einaudi

Un posto inverosimile, che non è Gilead

28 novembre 2016

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Mi chiamo Ruth. Sono stata allevata, insieme a mia sorella più piccola, Lucille, da mia nonna, Mrs Sylvia Foster, e quando lei morì, dalle sue cognate, Miss Lily e Miss Nona Foster, e quando loro scapparono via, da sua figlia, Mrs Sylvia Fisher. Siamo passate da una generazione all’altra, ma abbiamo sempre vissuto nella stessa casa, la casa della nonna, costruita per lei da suo marito, Edmund Foster, un impiegato delle ferrovie che lasciò questo mondo molti anni prima che io ci entrassi. Fu lui che ci relegò quaggiù in questo posto inverosimile.

Marilynne Robinson, Le cure domestiche, Einaudi, traduzione di Delfina Vezzoli

Omaggio a Pastorale americana

31 ottobre 2016

La sua stanza era in fondo a un’ulteriore rampa di scale, in una cantina, in effetti. C’erano una branda, una vecchia scrivania a scomparti assai malridotta, e un paio di sedie rigide senza poggiapiedi.
«Le sedie reggono, sta’ tranquilla» le disse. «Quasi tutto quello che abbiamo è rimediato in discarica, ma sulle sedie esigo che ci si possa sedere.»
Con un senso di sfinimento, Sally sedette.
«Che cosa sei?» chiese. «Che cos’è quello che fai? è una specie di casa di accoglienza per detenuti o malati di mente, questa?»
«Ma no. Qui accogliamo proprio chiunque arrivi.»
«Compresa me.»
«Compresa te» disse lui, senza sorridere. «Non abbiamo nessuno che ci finanzi, tranne noi stessi. Ci arrangiamo con un po’ di riciclaggio dei rifiuti che raccogliamo in giro. Quei giornali. Bottiglie. Tiriamo su qualcosa qui e là. E, a turno, sollecitiamo gesti di solidarietà.»
«Cioè, chiedete l’elemosina?»
«Mendichiamo» fece lui.
«Per strada?»
«Quale posto migliore? Sì, per strada. Ma entriamo pure in qualche locale con cui abbiamo un accordo, anche se non sarebbe legale.»
«Lo fai anche tu?»
«Non potrei chiederlo agli altri, se non lo facessi personalmente. Ho dovuto vincermi. Quasi tutti abbiamo dovuto vincere qualcosa. Poteva essere la vergogna. O magari il concetto di “mio”. Se qualcuno ti scuce un biglietto da dieci o anche solo un dollaro, ecco che spunta fuori il concetto di proprietà privata. Di chi sono quei soldi, eh? Sono miei, oppure – aiuto, aiuto – sono nostri? Se la risposta che ci si dà è sono miei, di solito la persona se li spende subito e poi torna col fiato che puzza di alcol e dice, non so come mai, ma oggi ho rimediato un centesimo. Poi capita che si senta in colpa e finisca per confessare. Oppure no, non importa. Li vediamo sparire per giorni di seguito – settimane – e poi ricompaiono quando si mette male. Qualche volta invece li vedi battere le strade per conto loro, facendo sempre finta di non riconoscerti. E non tornano più. Il che va benissimo. Sono i nostri ex allievi, diciamo così. Se si crede nel sistema, ovvio.»
«Kent…»
«Da queste parti mi chiamo Giona.»
«Giona?»
«L’ho scelto io. Avevo pensato a Lazzaro, ma mi pareva troppo compiaciuto. Puoi chiamarmi Kent, se preferisci.»
«Vorrei sapere che cosa è successo alla tua vita. Non tanto cosa ci fai con queste persone…»
«Queste persone sono la mia vita.»
«Sapevo che l’avresti detto.»

Alice Munro, «Buche-profonde», Troppa felicità, Einaudi, traduzione di Susanna Basso

Manganelli su Doris Lessing

26 luglio 2016

Caro Davico,
[…] Doris Lessing: l’aspra sudafricana (The Four-Gated City) arriva con 700 pagine, un aneddoto progressista e psicologico da giustapporre ad altri cinque volumi. La Lessing è una discendente degli amori ancillari di Victor Hugo, ma ha preso chiaramente dalla proava. La sua pagina sa di virtuosa varichina, i suoi periodi vanno in giro con le calze ciondoloni; e poi questa donna ha qualcosa da dire, e in meno di tremila pagine avrebbe l’impressione di essere rimasta un po’ sulle generali. Nel nostro mondo editoriale si sente la mancanza di Baldini & Castoldi o del vecchio Corbaccio in tunica gialla […].
Spero di venire presto. Affettuosamente
Giorgio Manganelli
1970

Centolettori. I pareri di lettura dei consulenti Einaudi 1941-1991, a cura di Tommaso Munari, Einaudi, 2015

La proprietaria della casa

24 luglio 2016

Ero l’unico della famiglia ad aver passato l’intera infanzia lì dentro. Da ragazzino, quando i miei genitori dovevano uscire, contavo quanti secondi mancavano al momento di prendere pieno ancorché temporaneo possesso della casa, e finché rimanevano fuori mi dispiaceva che dovessero tornare. Da allora in poi, per decenni, osservai sdegnato l’addensamento sclerotico delle foto di famiglia, mi irritai quando mia madre mi usurpò cassetti e armadi, e alla sua richiesta di far sparire le mie vecchie scatole piene di libri e carte, reagii come un gatto domestico al quale si volesse inculcare uno spirito comunitario. Mia madre, a quanto pareva, era convinta che quella casa le appartenesse.

Jonathan Franzen, Zona disagio, Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi

C’è anche questo tipo di libraio

18 maggio 2016

La casa dove abitava era appartenuta a Dreyfuss, il quale aveva versato l’anticipo grazie a un’eredità in cui, dopo il suicidio della madre, aveva anche aperto un negozio di libri usati in una traversa di Piedmont Avenue. La casa aveva rispecchiato le condizioni della mente di Dreyfuss: per molto tempo abbastanza ordinata, poi sempre più ingombra di oggetti eccentrici come jukebox d’epoca, e infine piena zeppa di documenti per la sua “ricerca” e di cibarie per un “assedio” imminente. La sua libreria, che la gente si divertiva a visitare per l’esperienza di parlare con una persona più intelligente di loro (perché nessuno era più intelligente di Dreyfuss; aveva una memoria fotografica e sapeva risolvere a mente problemi scacchistici e logici di alto livello), si era riempita di odori putrescenti e paranoia. Dreyfuss ringhiava ai clienti mentre batteva gli acquisti alla cassa, e poi si mise a urlare contro chiunque entrasse, e poi cominciò a lanciare libri addosso alla gente, cosa che portò ad alcune visite della polizia, e di conseguenza a un’aggressione, e di conseguenza al suo ricovero forzato. Quando uscì, con la prescrizione di un nuovo cocktail di farmaci, Dreyfuss scoprì che il negozio non c’era più, il magazzino era stato liquidato per pagare l’affitto arretrato e i danni veri o inventati, e la casa era stata pignorata.

Jonathan Franzen, Purity, Einaudi, traduzione di Silvia Pareschi