Posts Tagged ‘esordio’

Allora, perché non mangi?

21 settembre 2016

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Per strada Lucifero tira la coda ai cani che gli passano vicino, sputa contro i finestrini delle macchine parcheggiate, prende a sassate le saracinesche abbassate dei negozi. Lo seguo qualche passo più dietro, finché tira fuori la pesca dalla tasca e si volta.
“La vuoi? È buona,” la spacca in due e me ne offre metà.
Gli dico di no ma lui continua a fissarmi con quel braccio teso.
Restiamo immobili, uno davanti all’altro.
“Perché non mangi?” mi fa mentre addento la pesca.
Alzo le spalle e lui non insiste, scavalca la ringhiera e si avvia per un dirupo che porta a una spiaggetta con qualche gozzo ancorato.
“Dove vai? È pericoloso!”
“Di qua si fa prima,” risponde saltando da un masso all’altro.
Scendo di schiena, aggrappato agli scogli che mi graffiano, e un po’ alla volta riesco quasi ad arrivare di sotto. Manca un ultimo salto ma ho paura, me ne sto appeso a uno spuntone di roccia. Lucifero mi afferra per le caviglie e mi tira giù come si strappa un cerotto. Un colpo secco e sono per terra.
Resto ad aspettare che il cuore si calmi. Ho le ginocchia scorticate, le guance bollenti.
Lucifero si leva le scarpe, la maglietta, e corre a tuffarsi.
“Dài, vieni a mare!” mi chiama con una voce che mi costringe a obbedire.
Sulla riva, un’onda mi circonda i piedi e la pelle delle braccia si increspa. L’acqua si ritrae portandosi dietro i brividi, che un attimo dopo ritornano più forti. Non riesco ad andare né avanti né indietro.
“E buttati!” Lucifero mi prende per un braccio, cerco di resistere ma è inutile. Uno strattone e mi scaraventa in acqua.
“Allora? Perché non mangi?”
“Non voglio crescere,” mi scappa, e lui mi fissa con la stessa faccia stupita che avrà quando sua madre gli aprirà la gola con un coltello.

Athos Zontini, Orfanzia, Bompiani

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Muoversi in due mondi diversi

20 giugno 2014

Essere cresciuto con due lingue in testa fece credere a Matteo di potersi muovere con agio in due mondi diversi. Poter chiamare le cose in due maniere distinte gli toglieva quel senso di inevitabilità che condizionava tutti gli altri adolescenti. Poteva dare due nomi al principio di acne che aveva sulle tempie, due nomi alla noia che smorzava giocando a basket fino a consumare la suola delle Air Jordan, poteva chiamare due volte l’ansia che a tratti lo divorava quando meno se lo aspettava e darsi due spiegazioni diverse sulla sua natura.
Il francese era la lingua materna, quindi della tavola da apparecchiare e poi sparecchiare, dei vestiti da riordinare in camera sua, del coprirsi bene quando si esce, del pulirsi le scarpe quando si rientra, del grazie mamma, buonanotte anche a te. Ma era anche la lingua delle vacanze, usata per raccontare alla nonna di Nizza tutto quello che succedeva a Santa Teresa o per non sembrare un altro di quegli italiani che da Mentone a Saint-Tropez si spandevano sulla Costa azzurra per i mesi di luglio e agosto.
L’italiano invece era la lingua del padre e quindi della parte esterna della casa: la lingua del prato da tagliare, del calcio, della verdura, della frutta, degli attrezzi come le cesoie, l’incudine, le assi di legno e gli stivali di gomma impermeabili.Era il nome delle medicine omeopatiche che il padre gli faceva ingollare a ogni raffreddore.
E poi era la lingua dei suoi amici o compagni che sarebbero rimasti giovani per sempre nel momento in cui se ne sarebbe andato.

Raffaele Riba, Un giorno per disfare, 66thand2nd, collana Bookclub