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La rassegna stampa di “La casa mangia le parole”

1 marzo 2020

“L’ho letto subito, divorato per la verità. È stata una sorpresa. Una sorpresa buona. È scritto in modo magistrale ma quel che più conta strutturato ancor meglio. Poiché letto anch’esso da poco, c’è qualcosa in comune con Il colibrì di Veronesi. Non c’entra niente, ovviamente. Ma sono due vere ‘commedie all’italiana’. Più toscana quella di Veronesi, più italiana in senso ampio quella di Luccone. La casa mangia le parole è sentimentale, drammatico, morale. Un libro vero. Un’opera prima, la più notevole degli ultimi anni.”
Franco Cordelli

“Quando traduci e curi molto bene i romanzi degli altri, e lo fai per vent’anni, dentro di te dev’esserci per forza un bravo romanziere. Leonardo G. Luccone lo ha trovato, e lo ha tirato fuori.”
Sandro Veronesi

“Un romanzo che scoppia di energia. La tristezza della discordia coniugale sulla faccia del figlio dislessico è lacerante, vivida. L’amicizia tra De Stefano e Moses è tratteggiata in modo meraviglioso. Sono i dialoghi magistrali a portare avanti il romanzo, un romanzo notevole.”
Percival Everett

“Lo stile smerigliato, naturalmente; i dialoghi perfettamente cesellati, certo; ma nessun critico ha ancora descritto una struttura così pazientemente costruita che non si nota nemmeno, così abilmente nascosta in bella vista che due personaggi ne parlano tra loro (senza contare un certo indirizzo email). La Casa è un capolavoro che aspetta con pazienza tutti quelli che troveranno la chiave per aprirla.”
Simone Barillari

“Scritto al polo opposto della commedia, il romanzo di Luccone sviluppa con serietà e immaginosità i temi pressanti del presente e scortica a sangue vivo chi ci racconta storielle consolatorie.
Non è usuale. E va preso in considerazione come tra i libri più originali e tragici della stagione.”
Silvio Perrella, lettera di candidatura al premio Strega

Materiali
– Comunicato stampa del libro;
– Copertina in media definizione;
– Copertina in alta definizione;
– L’autore.

Dicono di La casa mangia le parole
– Presentazione di Silvio Perrella al premio Strega, 26 febbraio 2020;
– Antonella Del Giudice (intervista) e letture di Stefano Ariota (letture), Il salotto Julie, Julie Italia, 26 febbraio 2020;
– Antonia Santopietro (intervista, con Moses Sabatini), zestletteraturasostenibile.com. 25 febbraio 2020;
– Eleonora Cadelli, linguaenauti.it, 21 febbraio 2020;
– illibraio.it, 17 febbraio 2020;
– L’Indiscreto, febbraio 2020;
– Lorenzo Morandotti, Corriere Como, 14 febbraio 2020;
– redazione, Corriere Como, 13 febbraio 2020;
– Antonello Saiz, satisfiction.eu, 12 febbraio 2020;
– Isabella Spagnoli, La Gazzetta di Parma, 11 febbraio 2020;
– Luca Bottura, Robinson, 8 febbraio 2020;
– Cinzia Zanchi, storygenius.it, 7 febbraio 2020;
– Antonello Saiz, giudittalegge.it, 4 febbraio 2020;
– Giovanna Triolo, parmareport.it, 3 febbraio 2020;
– Alberto Sagna, Momento-sera, 22 gennaio 2020;
– Monica Pezzella, nazioneindiana.com, 20 gennaio 2020;
– Salvatore Lo Iacono, Giornale di Sicilia, 17 gennaio 2020;
– Giacomo Giossi, il manifesto, 16 gennaio 2020;
– Mattia Insolia (intervista), lindiependente.it, 14 gennaio 2020;
– Filippo La Porta, la Repubblica, 12 gennaio 2020;
– Matteo Moca, Blow up, gennaio 2020
– appuntidicarta.it, 31 dicembre 2019;
– Alessandro Zaccuri, Avvenire, 20 dicembre 2019;
– Paola Zoppi, intervista, Radio proposta in blu, 18 dicembre 2019. Scarica mp3;
– Livio Partiti, ilpostodelleparole.it, 14 dicembre 2019;
– Laura Pezzino, vanityfair.it, libro #35, 13 dicembre 2019. Pdf;
– David Valentini, criticaletteraria.org, 13 dicembre 2019;
– Emanuela D’Alessio, viadeiserpenti.it, 2 dicembre 2019;
– Alessandro Beretta, la Lettura, primo dicembre 2019;
– Il Libraio, dicembre 2019;
– Simona Sparaco, tuttolibri, 30 novembre 2019;
– Gennaro Serio, il venerdì, 29 novembre 2019;
– Giovanni Di Marco, lucialibri.it, 24 novembre 2019;
– Intervento, Rai Letteratura, 20 novembre 2019;
– Tommaso Giartosio (intervista), Fahrenheit, Radio 3, 19 novembre 2019;
– iamjomarch.com, 10 novembre 2019;
– Intervista di Carlo Gallucci, Tg5, 13 novembre 2019;
– Enzo Baranelli, cabaretbisanzio.tk, 7 novembre 2019;
– pescarafestival.it, novembre 2019;
– Gabriele Ottaviani, convenzionali.wordpress.com, 12 ottobre 2019;
– Tiziano Gianotti, D di la Repubblica, 12 ottobre 2019;
– illibraio.it, 11 ottobre 2019;
– Il Mattino, 28 agosto 2019;
– Nina MacLaughlin, Boston Globe, 10 gennaio 2019.

In evidenza:
“C’è Carver, per stile e tematica, c’è l’autobiografismo spietato di Francesco Piccolo, c’è una filigrana di satira e autosatira che non concede nulla alla risata autoconsolatoria.”
Luca Bottura, Robinson, 8 febbraio 2020

“Il grande romanzo italiano parrebbe essere in realtà un grande romanzo americano; un romanzo che rompe gli argini dell’italianità tradizionalmente intesa. […] Nessuno aveva mai avuto il coraggio di farlo: valicare apertamente, platealmente il confine dell’italianità formato famiglia. […] quelli che non si sono ancora accorti che se un romanzo italiano oggi assomiglia a un romanzo americano è proprio perché – diamo credito alla realtà – l’Italia oggi assomiglia all’America. […] Non c’è bisogno di aver visto letto ascoltato e scopiazzato film libri musica in traduzione. Non abbiamo più bisogno di copiare. L’originale da cui copiavamo – se mai abbiamo copiato, perché in arte raramente si copia, più verosimilmente si trae ispirazione – ci appartiene. Si chiama contaminazione. […] Qualche anno fa lo stesso Luccone, che ha scritto un grande romanzo, non sarebbe stato d’accordo. Adesso chissà.”
Monica Pezzella, nazioneindiana.com, 20 gennaio 2020

“Luccone ha scelto il sentiero più stretto e impervio (salti temporali, digressioni, divagazioni, sottotrame) per sprigionare la propria fantasia romanzesca. Niente strizzate d’occhio al pubblico, per intenderci, poca affabulazione pura, piuttosto uno stile ricercato (con una grande attitudine ai dialoghi) che può disorientare quelli che non sono lettori forti.”
Salvatore Lo Iacono, Giornale di Sicilia, 17 gennaio 2020

“Luccone riprende i temi di un Novecento squassato ormai nella memoria di interprentazioni e reinterpretazioni e lo rimette a lucido proponendo al lettore i suoi migliori stilemi. […] evita stucchevoli soluzioni e lavora invece meticolosamente strutturando un corpo che si poggi su dialoghi ben scritti tanto da diventare una vera e propria spina dorsale narrativa. […] Luccone con La casa mangia le parole si definisce come autore con una voce propria, preludio migliore non si poteva prevedere.”
Giacomo Giossi, il manifesto, 16 gennaio 2020

“Un romanzo ‘ipernarrativo’ […], ossessionato dal nostro rapporto con le parole. Il fine è la meraviglia, ma anche un tener desta l’attenzione critica del lettore verso il nostro presente, dunque un ‘intrattenimento’ assai diverso da quello della letteratura-cabaret oggi dominante. […] Un punto di forza è rappresentato dai dialoghi, di rotonda, concisa perfezione.”
Filippo La Porta, la Repubblica, 12 gennaio 2020;

“Con una scrittura limpida, precisa e leggera, che funziona come strumento perfetto per una narrazione che si muove tra diversi piani temporali, Luccone mette in scena i travestimenti che presenta il reale, persone che si rivelano essere diverse da quello che sono, posizioni lavorative elevate che nascondono solo una profonda infelicità, incomprensioni tra i genitori che si trasformano nel dolore dei figli e, infine, la grande macchina del capitalismo, la sovrastruttura che raccoglie tutto, che mostra i suoi caratteri più spietati. Un romanzo duro, ma che non cancella la speranza di una possibile salvazione.”
Matteo Moca, Blow up, gennaio 2020

“Leonardo Luccone trascina il lettore nel gorgo di un racconto che da individuale (la crisi matrimoniale a seguito dell’emancipazione del figlio) diventa canto collettivo.”
appuntidicarta.it, 31 dicembre 2019;

“Esordio inconsueto con un impianto abilmente sostenuto da un alternarsi di piani temporali. Un finale tanto misurato nella sua formulazione quanto essenziale per cogliere l’equilibrio complessivo. Un Underworld italiano scandito da un intreccio di dialoghi straordinariamente verosimile.”
Alessandro Zaccuri, Avvenire, 20 dicembre 2019

“Sono tutti, madre, padre e figlio, sull’orlo di un anno che spazzerà via tutte le loro certezze.”
Laura Pezzino, vanityfair.it, libro #35, 13 dicembre 2019. pdf;

“Per rappresentare «il silenzio inconcepibile» delle parole Luccone ha messo in campo tutti gli strumenti di cui dispone […]). Ha costruito una metanarrazione senza regole temporali e narrative, consentendo alla realtà di irrompere continuamente nella fiction, e utilizzando al meglio il potente sostegno che la letteratura mette a disposizione di chi avverte un’urgenza, di chi dalla scrittura ricava un salvifico effetto.”
Emanuela D’Alessio, viadeiserpenti.it, 2 dicembre 2019

“Un romanzo ambizioso nella struttura e nella scrittura. […] Nella coralità del romanzo, Luccone lancia diverse tracce narrative che si annunciano insinuando attese nel lettore, per poi sparire e riemergere inattese a distanza: un moto carsico delle storie, ben gestito e reso possibile dall’ampiezza della compagine.”
Alessandro Beretta, la Lettura, primo dicembre 2019

“Il romanzo si muove su più piani e non segue una linearità cronologica. Un po’ come la memoria, va dove gli pare. Luccone però sa benissimo dove vuole condurci. Con una lingua chirurgica, controllata, abilissima nel definire caratteri e stati d’animo, e un dialogo convincente, lentamente ci porta verso un finale dove ogni nodo si dipana, ogni aspetto apparentemente slegato dagli altri trova una sua ragione d’essere.”
Simona Sparaco, tuttolibri, 30 novembre 2019

“Il fuoco della narrazione riesce a trovare un equilibrio tra fotografia di famiglia e panoramica collettiva, grazie anche al racconto della Bioambiente, azienda romana per la quale lavora De Stefano (raccontata soprattutto attraverso dialoghi particolarmente curati).”
Gennaro Serio, il venerdì, 29 novembre 2019

“È uno stile originale e ricercato, quello di Luccone, […] l’autore si affida al ricordo e consapevolmente abbandona sentieri sicuri, nel tentativo di stimolare il lettore, di spiazzarlo, di indurlo alla riflessione.”
Giovanni Di Marco, lucialibri.it, 24 novembre 2019

“Grande esordio nel romanzo di Leonardo G. Luccone. […] Dialoghi superbi come è raro incontrarne nella letteratura italiana contemporanea.”
Enzo Baranelli, cabaretbisanzio.tk, 7 novembre 2019;

“[…] una storia poderosa e di rara coerenza, che si muove su diversi piani intessuti fra di loro con eleganza e raffinatezza talmente pregevoli da apparire inconsuete, oltre che benedette, nel panorama letterario contemporaneo.”
Gabriele Ottaviani, convenzionali.wordpress.com, 12 ottobre 2019

“Luccone ha scritto il romanzo degli Anni di Merda – ed è un romanzo notevole. Finalmente, viene da dire: uno scrittore italiano da leggere. […] un elegante e luminoso esercizio di esorcismo che non lascia via d’uscita al lettore: merito di una padronanza della lingua che è sostanza di scrittura, rigore, e induce rispetto. Non è poco: è la base per trovare un ascolto serio e lo stigma dello scrittore. Diciamolo: è la letteratura.”
Tiziano Gianotti, D di la Repubblica, 12 ottobre 2019

“Comincia così, con un Capodanno pieno di non detti, il primo romanzo di Leonardo G. Luccone, che – grazie a uno stile inedito, dalla tessitura sapiente, all’uso incalzante e originale dei dialoghi, a un congegno narrativo che nel finale svela il suo magistrale equilibrio – tiene assieme i temi del disagio privato, la decadenza di un’intera classe, il grande sfondo di una Natura che pare ribellarsi alle nostre insolenze e mostra tutta la sua impietosa potenza.”
illibraio.it, 11 ottobre 2019

Allora, perché non mangi?

21 settembre 2016

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Per strada Lucifero tira la coda ai cani che gli passano vicino, sputa contro i finestrini delle macchine parcheggiate, prende a sassate le saracinesche abbassate dei negozi. Lo seguo qualche passo più dietro, finché tira fuori la pesca dalla tasca e si volta.
“La vuoi? È buona,” la spacca in due e me ne offre metà.
Gli dico di no ma lui continua a fissarmi con quel braccio teso.
Restiamo immobili, uno davanti all’altro.
“Perché non mangi?” mi fa mentre addento la pesca.
Alzo le spalle e lui non insiste, scavalca la ringhiera e si avvia per un dirupo che porta a una spiaggetta con qualche gozzo ancorato.
“Dove vai? È pericoloso!”
“Di qua si fa prima,” risponde saltando da un masso all’altro.
Scendo di schiena, aggrappato agli scogli che mi graffiano, e un po’ alla volta riesco quasi ad arrivare di sotto. Manca un ultimo salto ma ho paura, me ne sto appeso a uno spuntone di roccia. Lucifero mi afferra per le caviglie e mi tira giù come si strappa un cerotto. Un colpo secco e sono per terra.
Resto ad aspettare che il cuore si calmi. Ho le ginocchia scorticate, le guance bollenti.
Lucifero si leva le scarpe, la maglietta, e corre a tuffarsi.
“Dài, vieni a mare!” mi chiama con una voce che mi costringe a obbedire.
Sulla riva, un’onda mi circonda i piedi e la pelle delle braccia si increspa. L’acqua si ritrae portandosi dietro i brividi, che un attimo dopo ritornano più forti. Non riesco ad andare né avanti né indietro.
“E buttati!” Lucifero mi prende per un braccio, cerco di resistere ma è inutile. Uno strattone e mi scaraventa in acqua.
“Allora? Perché non mangi?”
“Non voglio crescere,” mi scappa, e lui mi fissa con la stessa faccia stupita che avrà quando sua madre gli aprirà la gola con un coltello.

Athos Zontini, Orfanzia, Bompiani

Muoversi in due mondi diversi

20 giugno 2014

Essere cresciuto con due lingue in testa fece credere a Matteo di potersi muovere con agio in due mondi diversi. Poter chiamare le cose in due maniere distinte gli toglieva quel senso di inevitabilità che condizionava tutti gli altri adolescenti. Poteva dare due nomi al principio di acne che aveva sulle tempie, due nomi alla noia che smorzava giocando a basket fino a consumare la suola delle Air Jordan, poteva chiamare due volte l’ansia che a tratti lo divorava quando meno se lo aspettava e darsi due spiegazioni diverse sulla sua natura.
Il francese era la lingua materna, quindi della tavola da apparecchiare e poi sparecchiare, dei vestiti da riordinare in camera sua, del coprirsi bene quando si esce, del pulirsi le scarpe quando si rientra, del grazie mamma, buonanotte anche a te. Ma era anche la lingua delle vacanze, usata per raccontare alla nonna di Nizza tutto quello che succedeva a Santa Teresa o per non sembrare un altro di quegli italiani che da Mentone a Saint-Tropez si spandevano sulla Costa azzurra per i mesi di luglio e agosto.
L’italiano invece era la lingua del padre e quindi della parte esterna della casa: la lingua del prato da tagliare, del calcio, della verdura, della frutta, degli attrezzi come le cesoie, l’incudine, le assi di legno e gli stivali di gomma impermeabili.Era il nome delle medicine omeopatiche che il padre gli faceva ingollare a ogni raffreddore.
E poi era la lingua dei suoi amici o compagni che sarebbero rimasti giovani per sempre nel momento in cui se ne sarebbe andato.

Raffaele Riba, Un giorno per disfare, 66thand2nd, collana Bookclub