Posts Tagged ‘fandango’

Un mese che si preannuncia senza preoccupazioni

23 luglio 2015

cape cod

Ogni anno affittiamo una casa in riva al mare e all’inizio dell’estate ci trasferiamo lì in macchina con i bambini, il cane, il gatto e la cuoca. Arriviamo in quel luogo che non conosciamo poco prima che faccia buio. Il viaggio verso il mare ha un eccitamento cerimonioso tutto suo – sono tanti ormai gli anni che lo viviamo – con quella consapevolezza di chi siamo – ciò che nei sogni abbiamo sempre saputo di essere – girovaghi e migranti – viaggiatori, insomma, con la tipica sensibilità del viaggiatore. Non chiedo mai troppe informazioni sulle case che prendiamo in affitto, e così è stato per il castello di legno con tanto di torre, per la palafitta, per il cottage ricoperto di rose nello Staffordshire, e per la bella villa nel Sud che si profilava nelle ultime luci del mare, nell’immenso fascino dell’ignoto. Il vicino ti dà un mazzo di chiavi mezzo arrugginite dalla salsedine, tu apri la porta ed entri in un corridoio buio o pieno di luce, pronto a iniziare la vacanza: un mese che si preannuncia senza preoccupazioni.

John Cheever, “Le case al mare”, Fandango

La forza dell’io di Brodkey

2 giugno 2013

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Ero considerato una bella mente, supposizione che aveva un che di misterioso, per non dire di improbabile. Ero fisicamente ben messo, e irruente, un fastidio per gli altri, sempre pronto a far danno, a qualche bravata semidelinquenziale, e troppo presuntuoso, a volte, o una cosa o l’altra (spesso comunque non davo problemi); e poi, non componevo sinfonie, non scrivevo poesie e non mi producevo in stregonerie matematiche. Nessuno riponeva una particolare fiducia nella mia memoria, dato che i miei ricordi non combaciavano mai con quelli degli altri e il mio modo di ricostruire gli eventi forniva già un’interpretazione anche al semplice elenco dei fatti e delle azioni.

 

Gestisci l’urgenza da giovane scrittore che c’è in te (senza bere troppo)

8 dicembre 2012

La maggior parte degli scrittori scrive semplicemente sull’onda di qualche forte bisogno interiore […]. Un grande autore che scrive sull’onda di quel bisogno darà sostanza a tutti i problemi del mondo e forse riuscirà anche a spiegarli, senza nemmeno conoscerli, fino a quando, cent’anni dopo la sua morte, non arriverà uno studioso e ne ricaverà i simboli. Lo scopo di un giovane scrittore è quello di scrivere, se senza bere troppo. Non dovrebbe pensare di essere il Dio in terra solo perché ha scritto un libro e mettersi a sciorinare tutte le sue immature opinioni in pompose interviste.

William Styron, L’arte della narrazione, in The Paris Review, 4, Fandango

Vita da giocatori d’azzardo

10 settembre 2012

Il padre di Roger era stato uno dei più famosi scommettitori del Diciannovesimo secolo. Dal momento che non scommetteva mai su un cavallo quotato meno di otto a uno e dal momento che spesso puntava su cavalli tutt’altro che favoriti quotati venti a uno, Venti era diventato il suo soprannome e Roger l’aveva ereditato insieme alla sua singolare mania. […] Aveva un piccolo reddito e viveva proprio come suo padre si aspettava che avrebbe vissuto: su e giù per il paese a seguire i cavalli, frequentando, di tanto in tanto, gente benestante, e convincendosi, tra un autoinganno e l’altro, di essere fortunato, ricco e appagato. A volte andava al meeting di Saratoga in aereo. Altre volte ci andava in treno, in pullman o col traghetto. Altre volte con l’autostop, e una volta si fece addirittura tutta la strada da Ballston a Saratoga a piedi. Tutto quello che faceva lo faceva nei moltissimi modi di chi è molto ricco o di chi è molto povero. Capitava che dormisse in grandi hotel ma capitava pure che dormisse sulla striscia di prato che separa le due corsie della Union Avenue, avvolto nelle copie del Morning Telegraph.

John Cheever, “Saratoga”, in Tredici racconti, Fandango

 
“Affari” le diceva sempre suo padre. “Un gioco da ragazzi”. Fino alla morte del padre non seppe mai fino a che punto il termine “gioco” si applicasse alla lettera ai traffici di lui. Simeon Peake, che viaggiava per il paese con la figlia piccola, era un giocatore d’azzardo per professione, carattere e talento innato. Quando la fortuna gli girava bene vivevano alla grande, dormivano negli alberghi migliori, mangiavano piatti di pesce insoliti e succulenti, andavano a teatro, si spostavano su calessini a noleggio (sempre a due cavalli: se Simeon Peake non aveva abbastanza soldi per un tiro a due, preferiva camminare). Quando però la fortuna gli volgeva le spalle vivevano nelle pensioni, mangiavano cibo da pensione e indossavano gli abiti che avevano comprato quando il soffio della Fortuna era stato favorevole. E nel frattempo Selina frequentava scuole buone, cattive, private, pubbliche, con regolarità sorprendente, considerata la sua vita da nomade.

Edna Ferber, So Big. Una storia americana, Bur

La forza di uno scrittore

31 marzo 2012

Uno scrittore è forte solo mentre scrive. È rispettato e temuto finché gli altri non sanno cosa sta scrivendo. Quando il libro è fuori, alla luce del sole, diventa vulnerabile. Uno scrittore che scrive un romanzo è come un serial killer che tiene rinchiusa una vittima nello scantonato.

Filippo Bologna, I pappagalli

Cose romane di Bologna

29 marzo 2012

A Roma succedono strane cose che non si possono spiegare se non col fatto che siano strane e succedano a Roma.

Il giorno prima della finale

23 marzo 2012

Se solo alzassero gli occhi al cielo, gli uomini vedrebbero cose diverse da quelle che vedono. Dall’asfalto annerito, dalle foglie ingiallite, dalle pozzanghere, dalle merde di cane, dalle cicche sbaffate, dagli orecchini spaiati e dagli spiccioli che solo i più fortunati riescono a vedere.
Cose diverse.
Vedrebbero le carlinghe degli aerei trafitte dal sole, le nuvole corteggiarsi come delfini in amore, le cime degli alberi ondeggiare al vento, il cielo cambiare colore e l’orizzonte curvarsi col mutare delle stagioni, vedrebbero la prima stella della sera e l’ultima del mattino, le luci accendersi e spegnersi ai piani alti dei palazzi, vedrebbero i terrazzi fioriti, i tetti irti di antenne e i panni stesi a sventolare sui fili.
Vedrebbero anche un ragazzo in mutande e maglietta, in piedi sulla terrazza di un piccolo loft all’ultimo piano di un palazzo fascista, un tempo popolare e ora nel mirino delle agenzie immobiliari.
Appoggiato alla balaustra del terrazzo guarda in giù, verso le insegne dei distributori ancora illuminate, verso gli scooter che braccano i bus affollati del mattino. Se avesse guardato in giù anziché in su, il ragazzo avrebbe visto un oggetto scuro, e non meglio identificato, in lento ma inesorabile avvicinamento.
Alle sue spalle, dietro la grande porta a vetri spalancata sull’alba, i lunghi capelli neri sparsi sul cuscino bianco, sopra uno scomodo materasso anallergico a una piazza e mezzo dorme la sua fidanzata, e dentro la sua fidanzata, dorme qualcuno — è talmente prematuro che è meglio dire “qualcosa” — e allora dorme qualcosa, che il ragazzo non conosce ancora, ma tra qualche mese imparerà a conoscere.
Difficile dire come mai si fosse svegliato tanto presto, forse un brutto sogno, magari solo un po’ di tensione in vista della Finale del Premio.

Filippo Bologna, I pappagalli, Fandango

Ansia da libro

23 marzo 2012

“E il libro?”
“Sempre in testa.”
“A quanto siamo?”
“Novecentomila copia.”

Filippo Bologna, I pappagalli, Fandango