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Intervista a Alice Di Stefano (8×8, prima serata)

15 febbraio 2017

In quanto editor di esperienza presso Fazi, dalla lettura dei racconti in gara questa sera che cosa ti ha colpito di più sullo stile, il linguaggio e i temi trattati?
Essendo alla mia seconda esperienza a 8×8 questi racconti sono nettamente più belli e interessanti. Nella maggioranza sono costruiti e scritti molto bene. Però ho notato in tutti una difficoltà enorme a trovare un finale. Alcuni mi sembrano solo degli incipit mentre quelli più simili a dei racconti hanno dei finali un po’ manchevoli, zoppicanti. Si vede che gli autori non hanno trovato una soluzione e il testo rimane in sospeso.

Tra queste voci esordienti hai notato un tratto comune, una tendenza di scrittura?
Forse una scrittura molto semplice, paratattica. A volte volutamente semplificata che però non trovo molto moderna o nuova. Mi ricorda sempre l’atmosfera e le tematiche degli anni Novanta, come i Cannibali e il pulp, già viste e lette. Anche la lingua si richiama a questi modelli e non a quelli più recenti: è curioso che siano i loro ultimi riferimenti.

In generale cosa deve essere per te un racconto a livello di trama, di scrittura e di forma?
Il racconto deve avere una storia che inizia e che si conclude. Per questo ho insistito sull’assenza dei finali: è come se uno iniziasse con una buona idea ma non riuscisse a chiuderla nel giro di poche pagine. Un racconto deve colpire e fare immaginare un’atmosfera proprio attraverso la sua brevità. Per la scrittura in generale ricerco l’originalità, una certa brillantezza e la vivacità. Dal lato dello stile mi interessano i testi scritti bene e con una lingua musicale, qualsiasi sia l’argomento — anche crudele, violento e thriller.

 A partire da un’esperienza come 8×8 investiresti su racconti di esordienti?
Anche se è chiaro che vendono limitatamente rispetto al romanzo, noi di Fazi non abbiamo preclusioni né pregiudizi sui racconti in quanto prodotto editoriale. Vediamo più di buon occhio una raccolta di un solo autore anziché un’antologia a più voci.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Nessuno deve dirmi come scrivere

13 luglio 2016

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«[…] hai una splendida carnagione, così candida e rosea, come le eroine dei romanzi. Hai notato», proseguì con aria sognante leccandosi dalle dita un ultimo residuo di panna, «che nei romanzi si parla continuamente dell’aspetto fisico delle protagoniste? Dev’essere penoso per Miss Milliment leggere quelle cose sapendo che lei non potrebbe mai essere descritta in quel modo».
«Non sono mica sempre così belle», puntualizzò Polly. «Prendi Jane Eyre».
«E poi ha dei capelli così belli! è vero che i capelli ramati tendono a scolorire con l’età», aggiunse pensando alla madre di Polly. «Diventano color marmellata annacquata. Oh, non parlarmi di Jane Eyre! Mr Rochester non parla d’altro che di quanto è piccola e fiabesca. Un modo furbo per dire che è bella».
«Chi legge vuole conoscere questi dettagli. Spero che non diventerai troppo moderna come scrittrice, Clary. Quei libri in cui non si capisce quello che succede». Polly aveva preso Ulisse dalla biblioteca di sua madre e lo aveva trovato davvero difficile.
«Scriverò alla mia maniera», replicò Clary. «Nessuno deve dirmi come scrivere».

Elizabeth J. Howard, Il tempo dell’attesa (La saga dei Cazalet 2), Fazi, traduzione di Manuela Francescon

A Berlino cieli compatti grigio-coperta da detenuti

7 luglio 2015

Slumberland

Potresti pensare che ormai mi sia abituato a questo. Alla mancanza di sole. Ma a Berlino l’inverno non è tanto una stagione quanto un’era geologica. Otto mesi di cieli compatti grigio-coperta da detenuti che, mescolati alla fumosa vita notturna e alla solennità da scarpe gommate dei passi berlinesi, conferiscono alla città un’atmosfera intrigante da matinée cinematografica in bianco e nero. Se non facesse così freddo mi sembrerebbe quasi di interpretare un cameo in un vecchio melodramma hollywoodiano. Per spezzare la plumbea monocromia dei mesi tra settembre e aprile mi sorprendo a colorizzare gli oggetti. Gli occhi di Ingrid Bergman, l’idioma della prostituta polacca, la spruzzata di pasticcini sullo Schoko-Taler nella vetrina della Bäckerei, le macchie di cielo limpido in un pomeriggio da parzialmente a molto nuvoloso, sono tutti avvolti in un falso ricordo di sfumature azzurrine. Un azzurro che non esiste in natura, ma si trova solo nella mia mente e nel vibrato della chitarra di Kokomo.

Paul Beatty, Slumberland, Fazi, traduzione di Silvia Castoldi

Le premesse di un libro

29 ottobre 2013

Sembra realmente che la ragione per cui uno scrittore scrive un libro sia per dimenticarlo mentre quella per cui un lettore lo legge sia per ricordarlo, e il conflitto tra queste due premesse produce a volte una strana incredibile situazione.

Thomas Wolfe, Storia di un romanzo, Fazi