Posts Tagged ‘feltrinelli’

Come odio questi attacchi terroristici

26 maggio 2016

“Come odio questi attacchi terroristici,” dice l’infermiera magra a quella più anziana. “Vuoi una cicca?”
La più anziana prende la gomma da masticare e annuisce. “Che ci puoi fare?” dice. “Anch’io odio le emergenze.”
“Non sono le emergenze,” insiste quella magra. “Io non ho problemi con gli incidenti e il resto. Sono gli attacchi terroristici, ti dico. Quelli rovinano tutto.”

Etgar Keret, “Improvvisamente, la stessa cosa”, Sette anni di felicità, Feltrinelli, traduzione di Vincenzo Mantovani

Annunci

La lingua manga di Banana

22 aprile 2016

yoshimoto-nara-round-eyes-2009-butterboom.jpg

Prima che i Tanabe mi prendessero con loro dormivo sempre in cucina. Non riuscivo mai a prendere sonno, e una volta che vagavo per le stanze all’alba alla ricerca di un angolino confortevole, scoprii che il posto migliore per dormire era ai piedi del frigo.
Mi chiamo Mikage Sakurai. I miei genitori sono morti, tutti e due giovani. Perciò sono stata allevata dai nonni. Il nonno è morto quando ho cominciato le medie. Da allora io e la nonna abbiamo vissuto da sole.
Pochi giorni fa all’improvviso è morta la nonna. Sono rimasta di stucco.

Yoshimoto Banana, Kitchen, Feltrinelli, traduzione di Giorgio Amitrano

 

L’assedio della finzione

25 novembre 2015

Siamo totalmente assediati dalla finzione e dalla narrativa, non solo per quanto riguarda i libri e i film, ma anche i giornali e le notizie in televisione hanno la stessa forma. In ogni caso non è un’avversione assoluta, ma nello specifico del progetto de La mia lotta non poteva funzionare, non potevo descrivere il mio mondo attraverso l’invenzione. Ora che ho finito con la descrizione della vita vera devo tornare alla finzione, e questo per me rappresenta la sfida più grande: reinventarmi come scrittore.

Karl Ove Knausgård, La morte del padre, Feltrinelli, traduzione di M. Podestà Heir

 

 

 

Mi sono chiesta perché non sono una mela

12 aprile 2015

Herta Muller

Il tentativo di sapere chi sono io è cominciato quando da bambina mi sono posta le domande sui nomi delle cose. Mi sono chiesta perché non sono una mela, o una rondine. Ma anche perché alcune piante sono utili mentre altre vengono tolte di mezzo. E per quale motivo quelle nocive sono le più belle. Sono domande che accompagnano gli esseri umani per tutta la vita. L’infanzia è una specie di salvadanaio che ci portiamo addosso lungo tutta la nostra esistenza.

Hertha Müller, intervistata da Wlodek Goldkorn, D della Repubblica, 11 aprile 2015

L’uomo artigiano

6 marzo 2015

L'uomo artigiano Richard Sennett

Il falegname, la tecnica di laboratorio e il direttore d’orchestra sono tutti artigiani, nel senso che a loro sta a cuore il lavoro ben fatto per se stesso. Svolgono un’attività pratica, ma il loro lavoro non è semplicemente un mezzo per raggiungere un fine di un altro ordine. Se lavorasse più in fretta, il falegname potrebbe vendere più mobili: la tecnica del laboratorio potrebbe cavarsela demandando il problema al suo capo; il direttore d’orchestra sarebbe forse invitato più spesso dalle orchestre stabili se tenesse d’occhio l’orologio. Nella vita ce la si può cavare benissimo senza dedizione. L’artigiano è la figura rappresentativa di una specifica condizione umana: quella del mettere un impegno personale nelle cose che si fanno.

Richard Sennet, L’uomo artigiano, Feltrinelli, traduzione di Adriana Bottini

Cosa sia questo cuore umano

1 marzo 2015

Hearts-c1979-84

Il cuore di Simon Limbres. Cosa sia questo cuore umano, dall’istante in cui ha cominciato a battere più forte, alla nascita, quando altri cuori là intorno acceleravano a loro volta salutando l’evento, che cosa sia questo cuore, cosa l’abbia fatto balzare, vomitare, crescere, danzare in un valzer leggero come una piuma, o pesare come un macigno, cosa l’abbia stordito, cosa l’abbia fatto struggere — l’amore; che cosa sia il cuore di Simon Limbres, che cosa abbia filtrato, registrato, archiviato, scatola nera di un corpo di vent’anni, nessuno lo sa davvero, soltanto un’immagine in movimento creata da ultrasuoni potrebbe restituirne l’eco, mostrare la gioia che dilata e la tristezza che contrae, solo il tracciato cartaceo di un elettrocardiogramma srotolato dal principio potrebbe segnarne la forma, descriverne la fatica e lo sforzo, l’emozione che pressa, l’energia prodigata per comprimersi quasi centomila volte al giorno e per far circolare fino a cinque litri di sangue al minuto, sì, solo quella linea potrebbe raccontarlo, delinearle la vita, vita di flussi e riflussi, vita di valvole che si aprono e che si chiudono, vita di pulsazioni, nel momento in cui il cuore di Simon Limbres, quel cuore umano, proprio quello, sfugge alle macchine, nessuno potrebbe sostenere di conoscerlo, e quella notte — notte senza stelle, un freddo da spaccare le pietre sull’estuario e nel Pays de Caux, mentre un’onda lunga senza riflessi rotolava sulle falesie e la piattaforma continentale indietreggiava svelando striature geologiche –, quel cuore rimandava il ritmo regolare di un organo che si riposa, di un muscolo che lentamente si ricarica — polso probabilmente inferiore ai cinquanta battiti al minuto — quando l’allarme di un cellulare è scattato ai piedi di un letto stretto, sul touch screen l’eco di un sonar inscriveva a led luminosi le cifre 05:50, e in quell’istante tutto è precipitato.

Maylis de Kerangal, Riparare i viventi, Feltrinelli, traduzione di Maria Baiocchi con Alessia Piovanello

Librerie, piccolo è bello (e funziona meglio)

26 febbraio 2015

iliad-bookshop

Il 2 maggio Mitchell Klipper, il libraio più potente degli Stati Uniti, andrà in pensione. Negli ultimi ventotto anni ha lavorato per Barnes & Nobles, occupandosi prima degli affari finanziari, poi delle operazioni immobiliari e infine guidando il settore delle vendite al dettaglio. Mr Klipper è l’uomo che ha fatto nascere più di seicento megastore. Fino al 2009 ha aperto trenta o più punti vendita all’anno. Poi ha giocato in difesa e secondo alcuni neanche male: il suo diretto concorrente, Borders, è uscito dal mercato. Lui no, anche se ha dovuto avviare un piano di dismissioni che porterà nei prossimi dieci anni alla chiusura di un terzo dei punti vendita.
La sua uscita di scena segna la fine di un’era, quella dei supermarket dei libri. Il gigantismo non paga più. Se in America le librerie indipendenti stanno avendo la loro rivincita – dal 2009 a oggi sono cresciute del 20% – in Europa sono i grandi a pensare in piccolo: riducono la metratura dei negozi e puntano sul vecchio libraio. Proprio lui, in carne, ossa e competenze. Una contro-rivoluzione che arriva in Italia nei giorni caldi delle trattative tra Mondadori ed Rcs, quando lo spettro di un colosso in grado di controllare il 40% del mercato fa tremare i gruppi concorrenti, gli scrittori e l’intera cittadella dell’editoria. All’interno di un sistema dove già oggi pochi soggetti possiedono tutta la filiera del libro, si fa così strada un nuovo modello commerciale: “La catena di librerie indipendenti”.
La definizione è di James Daunt, il libraio londinese chiamato dal miliardario russo Alexander Mamut a risanare Waterstones, colosso inglese di 200 megalibrerie e 4.500 dipendenti. Ma viene fatta propria da Alberto Rivolta, che da dicembre guida la direzione operativa del Gruppo Feltrinelli con responsabilità diretta su Librerie Feltrinelli, 105 punti vendita diretti e 14 in franchising, 1.500 dipendenti e un fatturato nel 2014 di circa 290 milioni di euro, 13 milioni in meno dell’anno precedente. Una perdita più contenuta rispetto al trend generale del mercato – il libro, nella sua versione cartacea, ha segnato un meno 4% nell’ultimo anno – ma comunque una perdita. Alcuni negozi sono sotto osservazione, i contratti di solidarietà che hanno ridotto la forza lavoro di circa il 20% sono appena stati rinnovati per altri quindici mesi. Ma i sacrifici dei dipendenti saranno inutili se Feltrinelli non rivoluzionerà la sua rete di vendita.
«L’e-commerce sta cambiando i nostri modelli di consumo. Chi va in una libreria fisica – spiega Rivolta – lo fa perché c’è qualcosa di più importante del prezzo». Una volta nelle Feltrinelli si scoprivano testi che nessun altro pubblicava. Negli ultimi dieci anni si andava per la comodità di trovare qualsiasi cosa, anche film e musica. Un modello che ha avuto il suo punto di forza negli acquisti centralizzati, nella quantità e nelle novità. Ma che ha finito per penalizzare le competenze dei librai e che adesso scricchiola sotto il peso dell’emorragia dei lettori: nell’arco di quattro anni l’Italia ne ha persi oltre due milioni e mezzo, 820mila solo nel 2014. «Al centro del piano di rilancio c’è l’attenzione al cliente, la valorizzazione del nostro personale e la salvaguardia dei livelli occupazionali». Si parla di personal shopper da prenotare per avere una consulenza su misura e di direttori incoraggiati a comportarsi con l’autonomia dei vecchi librai di quartiere.
Ma in gioco c’è anche la trasformazione della rete di vendita nei prossimi tre anni. «Vogliamo valorizzare Red, il nostro modello di eccellenza, un luogo aperto che all’esperienza della lettura affianca l’enogastronomia, i live di musica, gli incontri con gli autori. È una grande libreria che torna alla sua origine: uno spazio del pensiero». Ne esistono due, una a Milano e l’altra a Firenze. Ne aveva aperta una anche a Roma, in via Del Corso, ma è stata costretta a chiudere per un cedimento strutturale all’edificio. Ne nasceranno altre? «Dipende, sono adatte alle grandi città, alle strade con un notevole passaggio». Per il resto Feltrinelli torna a pensare in piccolo. «Siamo una catena per cui non possiamo rinunciare alla standarizzazione, ma stiamo studiando una formula ibrida e la definizione utilizzata da Daunt è quella che più ci convince: una catena di librerie indipendenti». Gli acquisti continueranno ad essere centralizzati, ma i direttori avranno più autonomia nella commercializzazione e nella disposizione dei libri. E le metrature? In America un gigante come Borders è stato messo in ginocchio dall’e-commerce, ma anche dalle superfici dei suoi megastore: troppo costose rispetto alle entrate. Un rischio che ha corso anche la Feltrinelli di piazza Colonna a Roma, prima che la società proprietaria dell’immobile gli accordasse uno sconto del 25% sull’affitto. «C’è una tendenza mondiale a ridurre la metratura – continua Rivolta – ma non è detto che questo significhi cambiare indirizzo. Si può pensare a una divisione degli spazi, alleandosi con aziende che hanno filosofie coerenti alla nostra per mirare ad un ruolo più completo nella vita dei nostri clienti, di consulente a 360 gradi nell’intrattenimento culturale». Il pensiero va a Eataly, anche perché l’unione tra cibo e libri «sta funzionando bene».
Rinnova la sua formula, metratura compresa, anche Mondadori, che a dicembre ha chiuso il multicenter di corso Vittorio Emanuele a Milano. Quattromila metri quadrati ereditati da Messaggerie Musicali, che ora saranno occupati dal marchio di abbigliamento Mango. «Apriremo presto un nuovo store nel quadrilatero, ma di dimensioni più contenute, tra gli 800 e i mille metri quadrati e con all’interno un punto di ristorazione, integrato nell’esperienza d’acquisto. Un modello nuovo, che all’offerta dei libri affianca l’elettronica, i prodotti di intrattenimento e divertimento», spiega Mario Maiocchi, amministratore di Mondadori Retail. «Avremo altri tre negozi simili entro il 2016, ma in due casi si tratta di conversioni di librerie già esistenti». Per il resto la carta vincente è quella dei negozi in franchising, dimensione media tra i 200 e i 600 metri quadrati. «Ne abbiamo 550 e vogliamo continuare ad aprirne una quarantina l’anno. Pensiamo che sia questo il modello più efficace perché unisce ai vantaggi economici ed organizzativi di una grande catena, la capacità imprenditoriale dei singoli. I librai sono il motore delle vendite e infatti in autunno abbiamo lanciato un programma di corsi di formazione per tutto il personale». Non accadeva da anni. Maiocchi crede che la vera sfida sia l’integrazione tra canali di vendita diversi. Anche perché, andando a guardare il miliardo e mezzo di euro che nel 2014 gli italiani hanno speso per leggere, si scopre che il libro di carta si compra sì nelle librerie fisiche, per il 40,6% in quelle di catena e per il 30,7% nelle indipendenti, ma sempre di più online: 13,8%, vale a dire l’8% in più.
Chi è sempre andato controcorrente, puntando sul piccolo anche quando il mercato sembrava prediligere i megastore è stata la catena Giunti al punto: 176 negozi, che crescono al ritmo di 15 ogni anno, tutti in provincia e con la stesse dimensioni, 200, 250 metri quadrati al massimo. «Siamo nati venticinque anni fa – racconta il direttore generale Jacopo Gori – e subito ci è stato chiaro che non potevamo avere negozi riforniti di tutto. Una cattedrale di duemila metri quadri non sarebbe stata utile perché nessuno fa trenta chilometri per comprare un libro e poi, anche in spazi così grandi, è necessario fare una selezione dei titoli. Abbiamo puntato su piccoli presidi nel territorio e su librai veri, niente commessi. I nostri 550 dipendenti, di cui l’85% sono donne e la maggioranza ha meno di 35 anni, sono in grado di scegliere e consigliare il libro giusto sia ai grandi lettori che, cosa molto più difficile, a chi non legge nulla o quasi». Pochi mesi fa hanno stretto un’alleanza con Amazon, il gigante accusato di avere messo in ginocchio le librerie. «Ogni acquisto nel loro store permette di accumulare punti sulla nostra carta fedeltà e di utilizzarli nelle nostre librerie. Abbattiamo le barriere fra virtuale e reale».
Anche perché non avrebbe senso opporsi al digitale o a Internet. Ne è convinta l’Associazione italiana editori che ha appena presentato alla Scuola per librai Umberto e Elisabetta Mauri un ebook con i consigli per utilizzare al meglio i social: ventuno idee prese in prestito dall’estero per valorizzare identità, comunicare competenze e passioni, creare una community. Una rivoluzione non da poco se si pensa che qualche anno fa i librai erano stati dati per estinti. Oggi twittano, postano foto, organizzano maratone di lettura, potrebbero essere uno degli antidoti alla crisi. Parafrasando la celebre battuta di Mark Twain su se stesso, forse la notizia della loro morte è stata alquanto esagerata.

Stefania Parmeggiani, “Librerie, piccolo è bello (e funziona meglio)”, la Repubblica, 26 febbraio 2015

Non è sufficiente capire qualcuno per aiutarlo

26 novembre 2014

A volte, anche se non sappiamo nulla di una persona, ci sembra di saperne abbastanza da poter dire chi è, in che modo ama, di cosa ha paura e che cosa, alla fine la rovinerà. La “rovina”, come destino presente in nuce, è condizione necessaria alle nostre precognizioni. Infatti sono le persone tragiche a farci vedere, senza svelarle, origine e fine della loro tragicità. Chi è saggio si tiene alla larga da questo genere di individui. Si impara, superata l’adolescenza, che non è sufficiente capire qualcuno per aiutarlo. Anzi, capire è il primo passo per il fallimento, è l’anticamera dell’incubo e della privazione dal bello.

Giulia Villoresi, Chi è felice non si muove, Feltrinelli

Egoisti come le persone

31 ottobre 2013

“Sono come persone, gli animali, cioè, bisogna trattarli come persone. Possono restare delusi proprio nello stesso modo. E anche tra di loro sono così, egoisti e senza scrupoli. Ha letto quella cosa dei babbuini? Quello che succede? Le femmine hanno i parti prematuri, perché il capobranco ammazza comunque a morsi il loro piccolo, se non è suo. Vuole imporre i propri geni. Tutto qui. Puro egoismo”.

Ingo Schulze, “Uccelli migratori”, Semplici storie, Feltrinelli

Chiudere la bocca

20 ottobre 2013

Tutto cominciò con un bacio. Quasi sempre comincia con un bacio. Ela e Ziki erano a letto, nudi, solo le loro lingue si toccavano, e a un tratto lei si sentì pungere da qualcosa. “Ti ho fatto male?” le domandò Ziki, e quando lei scosse la testa, aggiunse: “Stai sanguinando”. […]
Non si baciarono per alcuni giorni, per via della ferita […]. Lei aveva la sensazione che lui le nascondesse qualcosa. E infatti, una notte, approfittando del fatto che Ziki dormiva con la bocca aperta, tese delicatamente un dito sotto la sua lingua e la trovò: una piccola cerniera lampo.

Etgar Keret, “Puntura”, da All’improvviso bussano alla porta, Feltrinelli, traduzione di Alessandra Shomroni