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Il Fat Charlie’s è ovunque

9 maggio 2017

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Bastava aver frequentato Oceanside per un po’ per sapere che quel cibo fresco era in realtà il fish & chips del giorno prima fatto rinvenire sotto la lampada a infrarossi, e che la musica dal vivo, quando c’era, di solito era suonata da teenager raffazzonati, jeans a brandelli e una spilla da balia a trapassargli le labbra. Nadia Turner sapeva altre cose del Fat Charlie’s che non potevano figurare su una pubblicità, per esempio il fatto che una porzione di Charlie’s Cheesy Nachos era lo snack perfetto dopo una sbornia o che il capocuoco vendeva il fumo migliore a nord del confine.  Sapeva che dentro al locale c’erano dei salvagenti gialli appesi sopra al bancone e per questo, dopo i turni più faticosi, i tre camerieri neri lo soprannominavano “la nave degli schiavi”. Sapeva i segreti del Fat Charlie’s perché glieli aveva raccontati Luke.
“Che mi dici dei bastoncini di pesce?” gli aveva chiesto.
“Intrisi di unto.”
“La pasta ai frutti di mare?”
“Pericolosa.”
“Cosa ci può essere di tanto pericoloso in una pasta?”
“Sai come fanno quella merda? Prendono gli avanti del pesce e li ficcano nei ravioli.”
“Va bene, ma almeno il pane?”
“Se non finisci il tuo pane, lo portiamo a un altro tavolo. Magari ti ritrovi a toccare lo stesso pane di uno che si è grattato le palle tutto il giorno.”

Brit Bennett, Le madri, Giunti, traduzione di Giovanna Scocchera

Intervista a Giulia Caminito (8×8, prima serata)

15 febbraio 2017

Sappiamo che è la tua prima volta a 8×8: cosa ti aspetti dai racconti di questa serata? Credi che la lettura dal vivo dei racconti sia un valore aggiunto in vista del giudizio?
Fin dall’inizio ero curiosa di capire la differenza tra la lettura personale e l’interpretazione degli scrittori per bilanciare le mie impressioni nel confronto con loro. Infatti ho molte domande sui contenuti: capire se gli autori avevano intenzione di inserire i racconti in un progetto, all’interno di un raccolta, se hanno avuto già esperienze del genere, come si immaginano di collocarli in un percorso più ampio.

Rispetto alla forma del racconto, cosa cerchi da lettrice e da scrittrice?
È complicato. Questo è forse un discorso banale, però purtroppo esiste una tradizione italiana di racconti ma sembra che non faccia mai lo scatto verso il grande pubblico. Io sono una grande amante dei racconti. Quello che mi aspetto, dipende da racconto a racconto. A me piacciono le raccolte in cui ogni racconto è all’interno di una costellazione. Per me è più difficile leggere un singolo racconto in un’antologia: non mi dà lo stesso effetto di una raccolta pensata da un solo autore. Quindi ricerco identità e progettualità, che ci sia qualcosa di raccontato e che l’idea sia conclusa. In certi casi si tende a lasciare molto sospesa la narrazione però questo deve essere ben calibrato. O la tua idea è la sospensione — e te la devi giocare in un certo modo — oppure in certi casi l’effetto risulta un po’ esile. 

Hai notato alcune di queste caratteristiche nei racconti della prima serata di 8×8?
Alcuni hanno questo difetto anche se è vero che gli scrittori avevano a disposizione poco spazio. Ottomila battute sono poche ed è solo sopra le diecimila che si comincia ad avere un po’ di spazio. Secondo me queste cose devono essere considerate nella valutazione. Si potrebbe chiedere agli autori se hanno tagliato dei racconti che già avevano e se li hanno adattati. Il racconto deve essere studiato e preciso all’interno dei suoi spazi, altrimenti potrebbe perdere il senso originario in cui è stato immaginato. I racconti ovviamente vanno ben misurati, ricalibrati e riletti.

Tra romanzo e racconto qual è per te la forma più congeniale di scrittura?
Per me sono allo stesso livello anche se da un punto di vista editoriale i racconti vengono considerati marginali nel percorso narrativo di un autore rispetto al romanzo, come se non avessero uno sguardo sul presente e una forza attrattiva sul pubblico. È una cosa che mi dispiace molto perché per me le due cose si equivalgono in forza. Nel racconto tendo a costruire un rapporto tra il quotidiano e il surreale, posso inserire più idee e più concentrate. Non mi disperdo nella ricerca di un contesto ma lavoro di più sul linguaggio e sulle finzioni narrative.

A proposito dello stile e del linguaggio, hai notato tra queste voci una tonalità comune?
In realtà i racconti sono tutti molto diversi. Ce ne sono alcuni che riprendono una linea della letteratura americana: la letteratura della crudeltà. Questa nei racconti continua ad avere la meglio soprattutto sui lettori giovani. Però è una cosa già sentita che non produce più l’effetto shock iniziale. Il gusto si è ormai abituato. Ho notato una prevalenza della prima persona, un senso di sospensione, però alcuni hanno un buon contesto. Infatti secondo me l’importante è che il microcosmo del racconto sia riconoscibile.

Intervista a cura di Martina Mincinesi e Sara Valente