Posts Tagged ‘Guido Bulla’

Tuono che tutto scuoti

6 marzo 2018

Soffiate, venti, fino a che vi squarcino le guance!
Infuriate, soffiate! Sputate, voi, uragani e cateratte,
finché sommergerete i campanili
affogando anche i galli sopra i tetti!
Fuochi di zolfo, lesti come i pensieri,
avanguardie di folgori che fendono le querce,
scotennate questa mia testa bianca!
Tuono che tutto scuoti,
spiana a furia di colpi il tondo ventre
di questo mondo,
e schianta le matrici di natura.
Disperdi insieme tutti quanti i semi
che fanno l’uomo ingrato!

William Shakespeare, Re Lear, traduzione di Guido Bulla

 

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Il tentativo di addomesticare i selvatici è sempre fallimentare

19 gennaio 2015

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I maiali si erano riservati la selleria come quartier generale. Qui, la sera, sui libri prelevati dalla casa colonica, studiavano l’arte del maniscalco e del falegname e altre tecniche utili. Palladineve si dava molto da fare anche nell’organizzare quelli che chiamava Comitati Animali. In questa attività era instancabile. Per le galline istituì il Comitato per la Produzione delle Uova, e per le mucche la Lega delle Code Pulite; poi creò il Comitato per la Rieducazione dei Compagni Selvatici, che si prefiggeva di addomesticare topi e lepri, il Movimento per una Lana Più Bianca (destinato alle pecore) e altri ancora, per non menzionare i vari corsi di alfabetizzazione. Nel complesso, si trattò di progetti fallimentari. Il tentativo di addomesticare le creature selvatiche, per esempio, naufragò quasi subito: quelle, infatti, continuarono a comportarsi praticamente come prima, e se venivano trattate con generosità tentavano semplicemente di approfittarne.

George Orwell, La fattoria degli animali, Arnoldo Mondadori Editore, Medusa, traduzione di Guido Bulla

Le interviste ai giudici di 8×8 — Guido Bulla

7 aprile 2014

Se dovessi consigliare la lettura di un racconto a un giovane scrittore quale sceglieresti? Un racconto che sia manifesto, ispirazione e stimolo per la scrittura. E perché?
Per lo stesso motivo per cui viviamo in un mondo ‒ fortunatamente ‒ imperfetto, non potrei mai indicare un solo racconto. Da vecchio anglista, sceglierei, un po’ alla rinfusa e per ragioni diversissime, opere come I morti e Eveline di James Joyce (leggendoli come racconti autonomi quantunque costituiscano parte organica di Gente di Dublino); Finzioni di Borges (per intero, in quanto pietra miliare della narrativa postmoderna in cui cultura letteraria, scienza e fantasia si uniscono in modo esemplare); La moglie di Gogol’ di T. Landolfi per l’ispirazione neobarocca del linguaggio e per la stimolante esitazione fra i modi della narrazione biografica e la sottintesa, mai ingombrante cialtroneria; continua inoltre a sembrarmi obbligatoria la lettura de La sentinella di Arthur C. Clarke, modello di capacità di sintesi, di straniamento mimetico, di costruzione a sorpresa. Potrei poi aggiungere un paio di racconti di H.G. Wells, di K. Mansfield, di W. Somerset Maugham, e di mille autori che mi torneranno in mente subito dopo aver consegnato queste righe.
Tutto ciò per dire che non rispondo a questa domanda.

Autore di racconti e autori di romanzi. Esiste una differenza? Esiste un percorso che porta dall’uno all’altro o viceversa?
Una volta, per esempio quando il numero di pagine delle corpose riviste vittoriane lo consentiva, diversi autori compivano il loro tirocinio letterario con short stories (che poi non erano necessariamente tanto short), e in seguito passavano alla dimensione del romanzo. Nel caso di scrittori particolarmente popolari (Dickens, per tutti), spesso i romanzi si pubblicavano prima a puntate (più o meno narrativamente “autonome”, in modo da attrarre e mantenere desta l’attenzione del lettore) e poi comparivano in volume a uso delle librerie circolanti o per l’acquisto da parte dei lettori meno poveri.
Con questo intendo dire che la seconda parte della domanda implica probabilmente riflessioni che mi trovano del tutto impreparato: riflessioni che hanno a che fare con le contingenti situazioni dell’editoria, dell’economia, della società.
Se ci sia una differenza sostanziale fra l’autore di racconti e l’autore di romanzi è molto difficile dirlo, anche perché credo che ormai sia impossibile stabilire cosa sia normativamente un racconto (o, se per questo, anche un romanzo, genere variegato, raccogliticcio e sfuggente fin dalle sue origini ‒ e non si parla del sovversivo Sterne, ma forse addirittura del pionieristico Cervantes). Certamente sono esistiti ed esistono scrittori che si trovano totalmente a proprio agio nella dimensione del racconto (a quelli citati sopra potrei qui aggiungere almeno Poe, D.H. Lawrence, Maupassant, Hemingway, Carver).
Il mio maggior timore è però che le distinzioni fra racconto e romanzo siano destinate a perdere d’importanza in un quadro generale in cui il racconto “vende poco” e la pubblicazione di un romanzo non è molto dissimile dalla vincita di un terno al lotto.

Originalità, tecnica e cose da dire. Cosa conta di più nella riuscita di un buon racconto?
Senza azzardare priorità né proporzioni, direi proprio originalità, tecnica e cose da dire. Bravi.

Cosa deve avere un racconto per essere definito un buon racconto? Esempi?
Per gli esempi, rimanderei alla risposta data alla prima domanda. Quanto ai criteri, azzarderei (ma devo fare presente che sono nato nella prima metà del secolo scorso) che un importante requisito per un buon racconto a me sembra la sintesi. Non si dovrebbe cioè sprecare neppure una parola; tutto dovrebbe convergere verso un punto, un nodo centrale (un’esperienza, un ricordo, un ritratto, una riflessione, un’illuminazione ‒ gli Spots of Time di Wordsworth, i Moments of Being di Virginia Woolf, le “epifanie” di Joyce). Probabilmente, tanto più se si considera l’esiguo spazio a disposizione, è raccomandabile (requisito peraltro estensibile a un buon romanzo, a un buon film, a un buon discorso pubblico eccetera) un incipit che sorprenda, suscitando aspettative che auspicabilmente il resto della narrazione soddisfi (niente di peggio di una sorpresa che si affloscia). Insomma, a mio parere un racconto dovrebbe essere un oggetto rotondo. Certo, nulla impedisce che si tenti un lavoro “sperimentale”. Ma ‒ se posso rubare l’idea a B.S. Johnson ‒ un esperimento non è positivo di per sé, in quanto, per sua natura, l’esperimento può anche fallire.
Detto questo, mi è capitato molto spesso di detestare racconti che si attagliavano perfettamente a questi pseudorequisiti e di amarne invece altri che non li rispettavano affatto. Evidentemente, in età di specializzazione, per le formule è bene rivolgersi ai matematici.

Durante le serate di 8×8, la lettura del racconto fa trapelare aspetti emotivi e di personalità dell’autore.
Questo è sacrosanto. Si potrebbe dire che tale aspetto previene la futura possibilità di trovare umanamente detestabile, non appena lo si incontri nella vita reale, un autore che abbiamo amato per anni.
Ma, per dare una risposta seria: oltre ad aggiungere sempre un tonificante apporto emotivo, l’interpretazione (più o meno professionale che sia) è anche opera di autoesegesi: può introdurre o chiarire dimensioni ironiche, tragiche, comiche che la nostra lettura solitaria del testo (fatta salva l’autonomia di un lavoro ormai presentato in forma conclusa) può aver lasciato aperte.

Lo scrittore deve mostrarsi? Aggiunge alla scrittura, e alla ricezione dell’opera, conoscere chi scrive?
La risposta qui dovrebbe essere un doppio, secco, deciso no. Invece, oltre a rimandare alla risposta precedente, aggiungerei solo che il risaputo, banale, ma reale predominio dell’aspetto visivo che permea la nostra civiltà ‒ Pasolini, vienimi in soccorso ‒ renderebbe comunque inevitabile la sovrapposizione fra l’opera e l’autore (o quantomeno l’immagine di quest’ultimo). Se volessi spingere agli estremi questa considerazione, consiglierei ai giovani scrittori di provare a farsi ammettere alle corti dei vari fabiofazio e/o dei brunovespa. Ma resisto alla tentazione.

Qual è il punto di forza di 8×8?
Il solo fatto di esistere. Il fatto che vengano offerte ai giovani autori a) la possibilità di scrivere; b) la possibilità di misurarsi con altri colleghi e con un pubblico vivo di lettori/ascoltatori; c) la possibilità ‒ remota quanto si voglia ‒ di stabilire primi contatti col misterioso mondo dell’editoria. Inoltre, chiunque scriva anche due sole righe con intento “creativo” sa cosa significhi trovare un pubblico attento. Nell’impossibilità ‒ tranne in caso di amori al primo stadio o di amici masochisticamente disponibili ‒ di spiare le reazioni del nostro eventuale lettore sbirciando sopra la sua spalla, non è certo cosa da poco poter disporre di un pubblico che segue con attenzione i nostri racconti (interpretati tra l’altro da noi stessi con tutto il calore e con un totale rispetto filologico per le nostre intenzioni originarie).

Suggerimenti per migliorare 8×8?
Ormai è troppo tardi per rimediare a uno storico abbaglio, ma 8×8 dovrebbe assegnare postumamente la palma a un tale che ha concorso alla prima edizione, un signore parecchio anziano che di recente è stato cooptato fra i membri della giuria “di qualità”. Ma le sventure temprano l’uomo.
Di serio, invece, suggerirei di adottare un margine di tolleranza (margine molto ristretto, poniamo di un minuto esatto al massimo) se la lettura sul palco dovesse protrarsi. Ciò solo nel caso in cui giuria e pubblico, insindacabilmente, decidessero che tale infrazione torna a vantaggio della qualità estetica e interpretativa.

Quale famoso scrittore di racconti (vissuto o che scrive ancora) avrebbe secondo lei partecipato a 8×8? Scegliendo di metterci la faccia e la voce. Perché?
Charles Dickens e Mark Twain (per danaro).
Fra i viventi, Andrea Camilleri (per il suo adorabile narcisismo senile).