Posts Tagged ‘il Saggiatore’

Mi chiamo Maria Wyeth

15 settembre 2015

Joan Didion

Nel primo caldo mese dell’autunno successivo all’estate in cui lasciò Carter (l’estate che Carter lasciò lei, l’estate che Carter smise di abitare nella casa di Beverly Hills), Maria percorreva in macchina l’autostrada. Si vestiva ogni mattina con più decisione di quanta ne avesse avuta da un po’ di tempo a quella parte, una gonna di cotone, una maglietta, sandali di cui sbarazzarsi con un calcio quando volesse avvertire il contatto dell’acceleratore, e si vestiva in fretta e furia, passandosi un paio di volte una spazzola tra i capelli e legandoli sulla nuca con un nastro, perché era essenziale che arrivasse sull’autostrada per le dieci (interrompersi era come gettarsi in un indicibile pericolo). Non in un qualche punto dell’Hollywood Boulevard, non lungo il tragitto per l’autostrada, ma proprio in autostrada. Se non ci arrivava perdeva il ritmo della giornata, quel suo slancio precariamente imposto. Una volta arrivata sull’autostrada e riuscita a imboccare una corsia veloce, accendeva la radio a tutto volume e guidava. Percorreva la San Diego fino alla Harbor, la Harbor su su fino alla Hollywood, la Hollywood fino alla Golden State, la Santa Monica, la Santa Ana, la Pasadena, la Ventura. Le percorreva come un battelliere percorre un fiume, ogni giorno più intonato alle sue correnti, ai suoi inganni, e proprio come un battelliere avverte l’impeto delle rapide nel lento scorrere tra veglia e sonno, così Maria giaceva di notte nel silenzio di Beverly Hills e vedeva i grandi cartelli stradali veleggiarle sul capo a cento all’ora.

Joan Didion, Prendila così, Il Saggiatore, traduzione di Adriana Dell’Orto

Johnny e la città

26 febbraio 2014

Stati-di-grazia

Ho pensato che tra Johnny e la città non corra buon sangue. Johnny potrebbe svanire e la città passandogli accanto fingere di non vederlo, ho pensato. Johnny potrebbe accasciarsi e la città non smettere di limarsi le unghie, asciugarsi i capelli, passare la crema sul viso.

Davide Orecchio, Stati di grazia, il Saggiatore

A Ivrea regnava la trasparenza

12 luglio 2013

Diversamente da me, che a passeggio per gli stabilimenti ho avvertito l’influsso benefico ma purtroppo sfocato di ciò che fu, Chief trovò dinanzi ai suoi occhi la prova che almeno una volta nel recente passato, e forse l’unica in Italia dopo il Rinascimento, è stato realmente possibile concepire l’attività industriale non come mero strumento di possesso del mondo, al fine di guadagnarsi nuovi spazi di dominio con bulimia da licantropi, ma piuttosto come sistema d’influenza sul mondo, e sui luoghi fisici direttamente controllati attraverso lo strumento dell’economia, baricentro magnetico che secondo un principio atavico di etica e giustizia doveva restituire molti dei sacrifici pretesi alle forze che lo alimentavano, uomini e territorio, e che col loro sforzo lo rendevano possibile ed efficiente. Sottoforma di benessere e alta qualità della vita. Solo attendendo a questi principi, per Olivetti, l’idea d’industria come mezzo e di uomo come fine avrebbe avuto senso.
Non c’era utopia in quella visione, e la prova è proprio Ivrea.
Ivrea è il resoconto fisico, esistente e incancellabile, che di fronte a una volontà umana precisa, di fronte a un’autentica e sincera visione del mondo e della società, fu possibile, per quasi trent’anni, coordinare l’azione alle idee, e che l’uomo, anche se dotato e in grado di esercitare potere, prestigio e denaro, non è per natura improntato al male né alla consuetudine dell’assoggettamento e dello sfruttamento smoderato, e che anzi, attraverso le politiche concrete si poteva agevolmente dimostrare la negazione dell’esistenza di una malvagità intrinseca nell’uomo, il pensiero centrale e fin troppo ricorrente nella filosofia politica moderna, da Machiavelli e da Hobbes fino a Kant.
A Ivrea non si metteva in discussione il sistema produttivo che frattanto si era affermato su scala planetaria come macchina mondiale, cioè quello capitalista via via sempre più libertino.
Adriano Olivetti non era un rivoluzionario tout court.
Apparteneva all’élite, è innegabile, ma non possedeva spirito conservativo di casta, era culturalmente onnivoro, fuorché, si dice, per una certa idiosincrasia alla musica. Proponeva una visione etica del modello occidentale. Dall’analisi capillare della sua vita d’intellettuale e d’industriale appare evidente che nel suo animo fosse del tutto assente l’enzima orientato all’accumulazione, o l’idea di governare il territorio con logiche feudali attraverso qualsiasi forma di autoritarismo.
Perciò Olivetti, e l’agente Chief lo conferma nel suo rapporto, is very sensitive to the danger of comunist control: intuiva che nell’accezione concreta, nel socialismo reale, ovvero quella Russia staliniana e della sua area d’influenza, il modello produttivo in uso si modificava solo leggermente dal capitalismo reale, per lo più nei crismi della sua organizzazione esteriore e interna; ma nel profondo, specie nel suo misurarsi con il mercato estero, e soprattutto nei meccanismi di funzionamento sostanziali, si tramutava in un rigido capitalismo di stato altamente burocratizzato e accentratore, nient’altro che un monolitico apparato di potere gestito da pochi individui mimetizzati da stato che mirava a sopravvivere come dominio piuttosto che a migliorare le condizioni di vita collettive, o in assoluta distonia con le sue premesse ideologiche, di liberare l’uomo dalla lotta feroce per la sopravvivenza.
Le linee di produzione Olivetti, maestose e rifulgenti della luce del sole, cangianti come cartine tornasole in grado di assecondarne tutti i furori piromani, così come le lunatiche timidezze invernali trasmutando ogni luminescenza in un riflesso dai colori differenti, erano immensi contenitori di uomini, rifinite come vagoni ipermoderni, veri gioielli di tecnologia. E proprio come vagoni di prima classe, erano aperte all’invasione della luce, e soprattutto, dello sguardo altrui.
Chief ebbe sicuramente modo di girare liberamente per Ivrea, quasi come in una sorta di esperimento virtuoso in divenire, abbandonandosi all’habitat naturale di un voyeur dell’idealismo, un vero e proprio paradiso per studiosi di natura umana se si è disposti ad ammettere che come tali si possano considerare, in una certa accezione, gli agenti segreti.
Con pudica gentilezza, allora come oggi, le sale per la costruzione e per il collaudo, piene di postazioni di legno e di meccanismi di collaudo, concedevano alla vista di chi le popolava nei grandi spazi interni nelle ore lavoro, il godimento del panorama, per mezzo d’innovative pareti a vetrata, il pan de verre teorizzato da Le Corbusier e messo in partica dagli architetti milanesi Figini e Pollini, ideatori di muraglie trasparenti che annullavano i confini psicologici tra le sale di assemblaggio e i monti della Valle d’Aosta, monumentali, testimonianze empiriche dell’esistenza di un Dio super partes, intento a lasciarsi contemplare nella maestosità irriducibile delle rocce, quasi che le tracce di sé risiedessero nei chiaroscuri da sindone scavati nei fianchi delle montagne, in immagini rupestri sfocate, nei calchi di nervature umane tratteggiate dalle piogge e dalle alabastrine bande tracciate dalla neve.
I vetri, insomma, concedevano alla curiosità di chi passeggiava da quelle parti, o di chi, in controluce, decideva di fermarsi per pochi attimi a contemplare quella sintesi di male e bene, di coercizione e volontà, di alienazione e realizzazione, di decoro e pavidità che può essere l’uomo, specie se immerso nell’apparato produttivo che lo trascende, e che in apparenza lo sovrasta, se non intervenisse la natura a ristabilire l’equilibrio.
Ecco perché a Ivrea è quasi come se ai piedi della Serra Morenica lunga più di venti chilometri, davanzale levigato in superficie da una mano artigiana o meglio ancora da un tornio, o da una rettificatrice, si vada lentamente innalzando, a ogni sorgere del sole, un’immensa casa degli specchi, un geometrico diamante opalino volto a creare il più perfetto gioco di rimandi tra la propria anima profonda, per nulla facile da riconoscere nelle difficoltà reali e nei meccanismi che l’hanno forgiata, e quella del luogo biologico in cui la fabbrica sorge e di cui è cuore pulsante, il canavese. Affinché l’anima della terra originaria e la propria, di fabbrica inconsueta per gli standard convenzionali, stabiliscano un rapporto basato sul continuo e ininterrotto permearsi.
A Ivrea regnava soprattutto un principio, la trasparenza.

Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Invisibile è la tua vera patria, il Saggiatore

L’industria è vita e morte

9 giugno 2013

Ogu e origa. Occhio e orecchio. La montagna è viva, ha un corpo organico che la miniera squarcia nelle viscere, si muove e sibila. Va osservata nei minimi dettagli, nei suoi gesti impercettibili. Non ha diritto a segreti perché è troppo pericoloso concedergliene, a questo mondo chi non è ricattabile è un sovrano, e chi è sovrano va temuto e rispettato. Occhio e
orecchio, sempre, a ogni penetrazione nel ventre del gigante immenso e dormiente, almeno all’apparenza. Occhi irrequieti, vividi, all’erta. Orecchie tese. Armi sensoriali di difesa. Perché la pietra cambia ogni volta.
Perché laggiù bisogna stare attenti, sicuri di sé eppure attenti, la pietra non ha coscienza né compassione, può arricchire la vita e infliggere morte l’attimo dopo. È volubile, la pietra. Si può consumare metro dopo metro nelle viscere, si possono creare cripte e altari consacrati a Dio, ma non puoi addomesticarla, mai. Il tuo Dio non corrisponderà mai al suo.

Giancarlo Liviano D’Arcangelo, Invisibile è la tua vera patria, il Saggiatore

L’educazione dei lettori

9 marzo 2012

Devi creare lettori e non solo dar loro quello che vogliono.

Carlos Fuentes, citato da Luca Formenton qui