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Intervista a Stefano Petrocchi (8×8, quarta serata)

3 aprile 2017

Da direttore della fondazione Bellonci, che promuove la diffusione della narrativa italiana anche all’estero, come viene recepita la nostra letteratura? Pensa che ci sia una preferenza per un genere in particolare (romanzo o raccolta di racconti)? Secondo lei viene apprezzata la nuova generazione di autori o vengono ancora prediletti gli scrittori del Novecento?
Ci sono alcuni scrittori italiani contemporanei, diciamo della generazione trenta-quarantenni – per esempio Teresa Ciabatti lo ha detto in un’intervista a «The Huffington Post» qualche giorno fa, ma lo ha detto anche Nicola Lagioia in passato –, che ritengono la narrativa contemporanea italiana non meno interessante di quella americana, francese o inglese. Questo è secondo me un punto di vista minoritario, ma non lontano dalla verità. Ci sono grandi autori italiani che in questo momento non hanno nulla da invidiare ai celebrati americani, francesi e inglesi; se questa percezione – minoritaria da noi – è anche diffusa fuori d’Italia, non saprei. Secondo me noi scontiamo una non altissima propensione di alcuni paesi stranieri a tradurre la nostra narrativa. Naturalmente c’è il fenomeno Ferrante, che ha cambiato un po’ questo panorama negli ultimi anni, ma gli autori più tradotti credo tendano a essere gli stessi da molti anni, vale a dire Dacia Maraini, Alessandro Baricco, Italo Calvino. Questi autori faticano meno a entrare rispetto agli autori più recenti, anche se qualcosa si sta muovendo: per esempio il fatto che recentemente sia stato tradotto in inglese – da un premio Pulitzer quale Jhumpa Lahiri e pubblicato da Europa Editions negli Stati Uniti – il libro di Domenico Starnone, Lacci, è una cosa molto interessante, che apre scenari nuovi. Ecco, il fatto che Europa Editions, che è la testa di ponte dell’editore e/o negli Stati Uniti, abbia tutta la narrativa in traduzione, non solo italiana ma anche europea in generale, è molto importante e sta contribuendo a far cambiare le cose.

Con il premio Strega state facendo un gran lavoro di rinnovamento sia nel sistema di acquisizione delle opere sia dal punto di vista delle votazioni. In che direzione state andando? Ci possiamo aspettare sorprese o la logica dell’accentramento editoriale determinerà l’esito dei vincitori?
Sono due cose diverse. Intanto quello che sta facendo il premio Strega è andare verso i lettori. Si è sempre detto che il premio – questo lo abbiamo anche misurato statisticamente – dà un grande impulso alle vendite dei vincitori, pari a quattro-cinque volte di più rispetto a quello che avevano venduto prima dell’assegnazione. Se c’è questa corrispondenza tra le scelte della giuria del premio e il gusto dei lettori, non c’è ragione per non includere i lettori stessi nel processo di selezione delle opere. Lo abbiamo fatto raggiungendo un numero abbastanza grande di voti espressi dai lettori forti che abbiamo individuato insieme alle librerie indipendenti italiane; abbiamo istituito il premio Strega giovani dove cinquecento ragazzi di tutta Italia leggono i libri della dozzina, la selezione di partenza del premio Strega; abbiamo creato molti circoli di lettura all’estero coordinati dagli istituti italiani di cultura – sono circa una ventina e coinvolgono potenzialmente duecento persone, dieci per ciascun circolo, sono composti perlopiù da amanti della nostra lingua, non solo da italofoni per nascita. È una direzione su cui proseguiremo, forse fin da quest’anno: quando ad aprile dovremo annunciare la dozzina dei candidati probabilmente annunceremo anche l’allargamento ulteriore della giuria. Se questo potrà portare a risultati inaspettati nelle votazioni potrebbe accadere, ma non è uno scopo primario. Quello che ci interessa è avvicinare di più i lettori al premio. Registro che i grandi editori vincono il premio Strega più o meno nella stessa percentuale in cui vincono anche gli altri premi italiani: il panorama letterario italiano non comprende solo il nostro premio, ma anche altri importanti riconoscimenti, altrettanto storici quali il premio Campiello, il premio Mondello e così via. E più o meno i risultati sono simili, ovvero noi non facciamo le riforme del premio contro qualcuno, ma le facciamo badando semplicemente ad allargare la platea dei lettori e a premiare i migliori. Che il libro migliore sia edito da un grande editore o da un piccolo editore non deve avere importanza.

Dal punto di vista letterario cosa indaga o ascolta lo Strega?
Ultimamente è stato notato che i libri che hanno vinto il premio rispecchiano in maniera molto fedele alcuni macrofenomeni della società, per esempio il libro vincitore di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, è un romanzo che racconta la crisi della sinistra, quella preberlusconiana e postberlusconiana; il libro di Walter Siti che aveva vinto l’anno prima racconta come la grande finanza influisce sulle nostre vite e come abbia punti di contatto con la criminalità organizzata; potrei citare ovviamente anche il libro di Edoardo Nesi del 2011, Storia della mia gente, che racconta il disfacimento di un polo industriale, quello del settore tessile di Prato, dove peraltro operava lo stesso Nesi come imprenditore. È un fatto: ultimamente la cronaca penetra molto, in modo molto forte, nei libri proposti al premio. Forse viene meno quell’aspetto fantastico della letteratura che pure è importante, ovvero la capacità non solo di rispecchiare il mondo in cui siamo ma anche di farcene immaginare un altro. Sta di fatto che questo filone molto aderente alla realtà è decisamente prevalente negli ultimi tempi.

Ha scritto un libro pieno di storie attorno ai premi Strega. Che effetto le ha fatto stare dall’altra parte a sentire i giudizi dei critici e dei lettori, e presentare il libro in giro per l’Italia?
Ah beh, interessante! Ma non è che ci siano stati tantissimi giudizi… per esempio è interessante quello che ha scritto un lettore di aNobii – l’unico commento – che dice: «Che il premio Strega fosse una pastetta lo sapevamo già; sentircelo raccontare è persino stucchevole, un libro sostanzialmente inutile». Un bagno di umiltà notevole. In realtà quello che alcuni hanno riconosciuto è la cosa che stava dietro, ovvero l’intenzione di raccontare le storie intorno al premio non è tanto quella di mettere in piazza i suoi retroscena, quanto quella di far capire come questo premio, che la stessa fondatrice aveva chiamato «una polveriera» – da qui il titolo del libro –, accende in qualche modo gli animi – ci sono scrittori che si trasfigurano quando concorrono al premio. Io racconto di una battuta che fece Anna Maria Rimoaldi, che ha diretto il premio dopo Maria Bellonci, su uno scrittore che di solito era un pezzo di ghiaccio ma che la sera in cui vinse il premio Strega tremava come una foglia. Ecco, è l’umanità degli scrittori e degli editori che in realtà volevo raccontare.

Secondo lei quali devono essere le caratteristiche di un buon racconto a livello di trama, scrittura e forma? Ha un testo o un autore di riferimento che consiglierebbe come modello agli esordienti nel racconto?
Io amo molto i romanzi brevi; in inglesi li chiamano short novel. Da noi sono anche definiti racconti lunghi. Per esempio: Giro di vite di Henry James, Un anno terribile di John Fante, La figlia oscura di Elena Ferrante – un racconto gotico straordinario. Mi interessano romanzi che in poche pagine riescono a tendere un arco narrativo che è come un lungo respiro, dall’inizio alla fine non ti lasciano riprendere fiato. Non sono un grandissimo lettore di racconti, devo dire la verità, però mi piacciono moltissimo i racconti brevissimi, fulminanti, per esempio quelli di Max Aub in Delitti esemplari, dove in un racconto dice «L’ho ucciso perché era più forte di me», e in quello successivo «L’ho ucciso perché ero più forte di lui». Oppure un racconto di Mario Benedetti di tre righe, Il loro amore non era semplice.

In un panorama editoriale che non lascia forse molto spazio al racconto perché crede abbia una diversa fortuna di pubblico, come si inserisce secondo lei l’iniziativa di un concorso letterario come 8×8?
Beh, è molto interessante. Intanto perché fa un lavoro di scouting. Questa è tra l’altro una cosa che facciamo anche noi con i ragazzi nelle scuole, intendo con la fondazione Bellonci. Li invitiamo ogni anno a raccontarsi attraverso poche pagine e ci siamo accorti, selezionandoli in anni diversi, che spesso tendiamo a selezionare i racconti degli stessi ragazzi, cioè tendiamo a far emergere un talento. Il racconto in questo è secondo me straordinario come rivelatore del talento, in poche pagine devi fare delle scelte linguistiche molto ponderate, e se ti riescono vuol dire che hai della stoffa e che devi continuare a scrivere.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Gli scrittori Mork e gli scrittori Zeb

18 aprile 2015

La polveriera -- Petrocchi

“[…] Da una parte troviamo un gruppo di autori più giovani, a cui ho dato il nome di Mork, dall’altra ci sono invece scrittori più maturi, gli Zeb, da Zebulon Macahan di Alla conquista del West.”
Come il simpatico extraterrestre che in Mork e Mindy ha il caschetto e le smorfie di un Robin Williams non ancora trentenne, gli scrittori del primo tipo ostentano in ogni occasione un candore ai limiti dell’ingenuità. Non amano i discorsi troppo complicati e fanno mostra di non stimare troppo le proprie risorse intellettuali, mettendo in risalto, per contro, un’innata attitudine a empatizzare con l’altro. Sostengono inoltre di non tenere in gran conto le tecniche di scrittura, alludendo alla traboccante pienezza del loro talento sorgivo. Tendono infine a esordire con un piccolo editore di qualità, cui rimangono legati negli anni da un fraterno vincolo di amicizia, sebbene siano corteggiatissimi dai colossi dell’editoria nazionale.
Al polo opposto si collocano quelli che Luca chiama anche gli “scrittori dell’esperienza”, tutti invariabilmente reduci da qualcosa: viaggi umanitari in territori di guerra, periodi d’insegnamento in zone devastate dal disagio sociale, interminabili serie di occupazioni faticosissime. Non sono immuni neppure da un passato di burrascoso impegno politico, e tutte queste avventure hanno lasciato traccia sui loro volti solcandoli di rughe come la maschera dell’attore James Arness, lo scout Zeb che alla fine della Guerra di Secessione guida i Macahan attraverso le verdi praterie del West. Gli autori appartenenti a questa seconda categoria, composta sovente da uomini dal fisico nervoso dei grandi camminatori, amano vivere nella frugalità e distillare piccoli libri di memorie rapprese in frasi di perlopiù enigmatica saggezza.
Restando nel campo maschile, si potrebbe tentare di definire il gruppo degli Uomini bionici (prediligono le arti marziali), suggerisco con qualche timore di essere preso sul serio. Luca ribatte che la tipologia a cui si sta applicando, sulla base di un’intuizione che non esita a definire promettente, riguarda uno dei pochi casi di scrittore rappresentato nelle serie televisive.

Stefano Petrocchi, La polveriera, Mondadori