Posts Tagged ‘Lydia Davis’

La carne fa male, il tofu fa bene

18 settembre 2016

 

Mio marito mangiava spesso nelle tavole calde prima che ci conoscessimo. Ce n’erano due in particolare che gli piacevano, ma la sua preferita era quella dove servivano un panino al roast beef particolarmente buono. Il roast beef gli piace ancora, e le bistecche, e gli hamburger, con il sughetto e le spezie, magari alla griglia, con spiedini di cipolle e peperoni.
Adesso però sono io che cucino la maggior parte di quello che mangia. Spesso gli preparo pasti interi senza carne, perché penso che la carne non ci faccia bene. Spesso evito anche i frutti di mare, perché anche la maggior parte dei frutti di mare non ci fa bene, e non cucino quasi mai pesce, in parte perché non mi ricordo mai quali tipi di pesce sono sicuri da mangiare e quali quasi certamente no, ma soprattutto perché a lui il pesce piace solo quando glielo servono al ristorante oppure quando è cucinato in modo che non possa distinguere che è pesce. Spesso evito anche di usare il formaggio, per via del grasso. Gli preparo del riso integrale in casseruola, per esmepio, oppure crema di rape con foglie di rapa, oppure fagioli bianchi e gratin di melanzane, oppure polenta con verdure speziate.
“Perché non cucini mai le cose che piacciono a me?” mi chiede ogni tanto.
“Perché non ti piacciono le cose che cucino?” gli rispondo.
Una volta ho marinato delle fette di tofu in salsa tamari, aceto di champagne, vino rosso, maggiorana tostata e funghi secchi sobbolliti nell’acqua. Le ho marinate per quattro o cinque giorni, poi gliele ho servite, tagliate sottili, in un panino con rafano e maionese, fette di cipolla rossa, lattuga e pomodoro. Prima ha detto che il tofu rimaneva comunque molto insipido, che è quello che dice sempre del tofu, poi ha detto che d’altro canto, se non avesse saputo che c’era dentro il tofu, non sarebbe riuscito comunque a sentirne il sapore perché c’erano così tante altre cose nel panino. Ha detto che non era male, poi ha detto che sapeva che il tofu gli faceva bene.
A volte gli piacciono le cose che gli cucino e se è di buonumore me lo dice anche.

Lydia Davis, “La carne, mio marito”, Inventario dei desideri, Bur

Camere da letto separate

8 marzo 2016

Si sono spostati in camere da letto separate adesso.
Quella notte lei sogna di stringerlo fra le braccia. Lui sogna di essere a cena con Ben Jonson.

Lydia Davis, “Quasi finita. Camere da letto separate”, Creature nel giardino, Bur

I racconti di Lydia Davis

23 novembre 2015

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You let your work be collected as “stories” but never as “short stories.” Why is that?
To me a short story is a defined traditional form, the sort of thing that Hemingway wrote, or Katherine Mansfield or Cechov. It is longer, more ­developed, with narrated scenes and dialogue and so on. You could call some of my stories proper short stories. Most of the others I wouldn’t call short ­stories, even though many are very short. Some you could call ­poems—not many.
So you consider some of your stories to be poems?
Yes, it depends very much on the impulse behind them. Some I want to be very flat and prosey. They’ll still have their own music and rhythm, but they won’t be songs. And then others I think of as songs. And those are poems, even if they don’t look like poems on the page. I think I have always held poems in the highest esteem, of all forms of writing, and still do. I’m not saying there aren’t amazing stories and amazing novels. But I suppose that what a poem can do amazes me more.
Do you consciously plan to write one kind of story or another? Or is each one intuitive?
I’m leery of planning stories out ahead of time. Almost without exception they’ll start from an idea or a phrase, which I then plunge right into and explore. If I stop to think, This ought to be in the first person plural, or, This ought to be one unbroken paragraph, or whatever, I think it would stop me. They are intuitive. They may all embed a bit of narrative because I like narrative. I’m very fond of stories and storytelling—I think most people are. Almost everyone gets more alert when someone says, Listen to what happened to me yesterday.
Another problem with terminology is that my so-called stories could fall into so many categories. I don’t want to have to stop and think, Today I wrote a philosophical meditation, or, Today I wrote an anecdote. Today I wrote a vignette. Today I wrote an epi . . . what is it, an epigram or an epigraph? I always forget. The point is, I don’t want that kind of worry.
What about your stories in the form of letters? Did you actually send
these letters?
Yes. These I will categorize—as letters of complaint. They started with “Letter to a Funeral Parlor,” complaining about the word cremains. It’s a horrible word, combining cremated and remains. Only people in the funeral-parlor business like it. I don’t think any grieving families like cremains. I started it as a serious letter and then I saw the humorous possibilities. Then it got too literary to send, but after a while I thought I would still like to send it. So I revised it back down to a more serious letter of complaint, and I did send it. They didn’t answer. Other letters of complaint followed, because I realized that I had a lot to complain about. […]

Lydia Davis, intervistata da the Paris Review, primavera 2015

Quello che sapeva lei

21 dicembre 2013

La gente non sapeva quello che sapeva lei, che in realtà lei non era una donna ma un uomo, spesso un uomo grasso, ma più spesso, probabilmente, un uomo vecchio. Il fatto di essere un uomo vecchio le rendeva piuttosto difficile essere una donna giovane. Le veniva difficile parlare con un uomo giovane, ad esempio, nonostante lui fosse chiaramente interessato a lei. Era costretta a domandarsi: Perché questo giovane sta flirtando con un vecchio?

Lydia Davis, Inventario dei desideri, Bur Rizzoli, traduzione di Adelaide Cioni

Essere speciali

1 dicembre 2012

Noi sappiamo di essere molto speciali. Eppure continuiamo a cercare di capire in che senso: non in questo, non in quello, in quale allora?

Lydia Davis, Speciali