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We want Moore: Ordine sottopone a prova il suo disordine

27 dicembre 2015

è una cosa incantata,
come lo smalto sopra
un′ala di locusta,
suddiviso dal sole
finché le trame sono una legione.
Come Gieseking che suona Scarlatti;

come il punteruolo che l′apteryx
ha per becco, oppure come
lo scialle da pioggia del kivi,
fatto di piume filiformi, la mente
tenta la strada come fosse cieca
e cammina tenendo gli occhi a terra.

Ha l′orecchio della memoria,
che sa udire senza
dover udire.
Come l′inclinazione del giroscopio,
che è davvero univoca perché
imperante certezza la governa,

è un potere
di forte incantamento.
È come il collo della
colomba, animato
dal sole; è l′occhio della memoria;
è incoerenza coscienziosa.

E strappa il velo, squarcia
la tentazione,
la nebbia che il cuore porta addosso,
gliela strappa dagli occhi — se pure
il cuore ha un volto; dissipa
lo scoramento. È fuoco nell′iridescenza

del collo della colomba; nelle
incoerenze
di Scarlatti.
Ordine sottopone
a prova il suo disordine; non è
un giuramento di Erode, che non può mutare.

Marianne Moore, «La mente è una cosa che incanta», da Le poesie, Adelphi, a cura di Gilberto Forti, Lina Angioletti

La complessità non è un delitto

26 dicembre 2015

moore_poesie.jpg

non nei giorni di Adamo ed Eva, ma quando Adamo
era ancora solo; quando il fumo non c’era, e il colore
era bello, non per l’affinamento
di un’arte primitiva, ma per la sua stessa
originalità; e nulla c’era a modificarlo se non la

nebbia che saliva, e l’obliquo era una variante
del perpendicolare, semplice a vedersi e
a spiegarsi: non è
più così; né la fascia blu-rosso-gialla
di incandescenza che era il colore ha serbato il suo schema: è
anch’essa una

di quelle cose in cui si può immettere e scoprire molto di
peculiare;
la complessità non è un delitto, ma se la portate
fino alla soglia dell’oscurità,
più nulla sarà semplice. La complessità,
poi, che sia stata affidata alle tenebre, invece

di dichiararsi per quella peste che è in realtà, si agita intorno
come per confonderci con la tetra
illusione che l’insistenza
è la misura di ogni risultato e che ogni
verità dev’essere caligine. Gutturale com’è principalmente
la sofisticazione è quel che è sem-

pre stata – agli antipodi delle iniz-
iali grandi verità. «Parte strisciava, parte
si accingeva a strisciare, il resto
stava torpido nella tana». Nel procedere lento, sussul-
tante, nel gorgogliare e in tutte le minuzie – noi abbiamo la
classica

moltitudine di piedi. A quale scopo! La verità non è l’Apollo
del Belvedere, non è cosa formale. L’onda potrà
sommergerla, se vuole.

Sappi però che ci sarà se dice:
«Ci sarò quando l’onda se n’è andata».

Marianne Moore, «Nei giorni del colore prismatico», da Le poesie, Adelphi, a cura di Gilberto Forti, Lina Angioletti