Posts Tagged ‘modi di dire’

Modi di dire #15: zoccolo duro

19 febbraio 2015

A partire dal significato generico in cui per “zoccolo” s’intende qualsiasi tipo di basamento o di piedistallo, si è sviluppata nel tempo l’espressione zoccolo duro “per indicare la base di un partito, di un movimento, di un’istituzione, di un gruppo sociale o di altro apparato, che ne costituisce la parte più fedele e più resistente a possibili mutamenti ed evoluzioni o deviazioni” (treccani.it). Nasce infatti negli anni Ottanta (anche se qualcuno sostiene che sia sorta ben prima) all’interno del linguaggio politico e giornalistico per definire quel “nucleo compatto e fedele di un sindacato, di un partito, di un’organizzazione” (Sabatini Coletti), estendendosi poi in altri settori (fino alla recente locuzione “zoccolo duro dei fan” delle serie tv).
In particolare: “Viene lanciata durante la campagna per le elezioni del 26 giugno 1983 da Achille Occhetto per indicare la base del Pci, in grado, a suo giudizio, di resistere a qualunque flessione momentanea, e diventa un’espressione di riferimento del Pci, poi Pds, nel corso degli anni”, scrive Antonello Capurso in Le frasi celebri nella storia d’Italia, Mondadori, 2011.
Nel dizionario economico (simone.it), in un’accezione più ristretta, indica il “livello d’inflazione che, in quanto dipendente da fattori strutturali di lungo periodo tipici di un determinato sistema economico […], risulta di difficile controllo da parte delle autorità preposte”.
Talvolta è usato impropriamente nel senso di “nocciolo duro” (pleonastico, probabilmente per influsso dall’angloamericano hardcore): la parte essenziale, l’elemento fondamentale, il punto principale (treccani.it). “Come al solito, le metafore sono efficaci ma rischiose. Parlando di ‘zoccolo duro’ non penso a qualcosa di solido e tangibile, come se fosse un ‘nocciolo’ che, mordendo l’essere, potremmo un giorno mettere a nudo”. Umberto Eco, in Kant e l’ornitorinco (Bompiani, 2011), si rifà a questa espressione per definire in termini filosofici i limiti e le resistenze dell’interpretazione nella tesi dello “zoccolo duro dell’essere”.

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Modi di dire #14: venire a galla

18 febbraio 2015

L’espressione fa riferimento a qualcosa che si manifesta improvvisamente, che “risulta evidente in modo imprevedibile e inatteso” (Devoto-Oli 2009). E infatti, già nella quarta edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca (1729-1738), viene utilizzata per glossare la voce emergere, come suo sinonimo. Il suo significato è legato a quello del sostantivo femminile galla (dal latino galla) che ha origine nell’àmbito del linguaggio della botanica: la galla è quel “rigonfiamento che si riscontra sulle foglie, sui rami e sulle radici di alcune piante in seguito a stimoli naturali o a punture d’insetti” (Devoto-Oli 2009). In senso figurato, il vocabolo è poi passato a indicare una persona o una cosa leggerissima: Giovanni Pascoli, per esempio, lo usa in una delle prime terzine di Italy come termine di paragone per descrivere la protagonista del celebre poemetto (vv. 14-15: “Maria: d’ott’anni: aveva il peso d’una galla”). Ed è proprio da questo significato che è nata la locuzione avverbiale a galla, con cui la parola è entrata nell’uso corrente: associata a diversi verbi come stare, rimanere, tornare o venire, si riferisce a un corpo che, essendo molto leggero, se immerso in un liquido non va a fondo ma rimane “a fior d’acqua, alla superficie” (treccani.it). Il sostantivo galla, peraltro, è rimasto in italiano anche alla base del fortunato verbo galleggiare, attestato fin da Trecento.

Modi di dire #13: fare l’indiano

15 febbraio 2015

Il modo di dire, attestato fin dal Settecento, è usato in riferimento a chi, in diverse circostanze, fa finta di non sapere o di non capire qualcosa. Niccolò Tommaseo nel suo Dizionario della lingua italiana alla voce indiano scrive:Far l’indiano, fingere di non ne sapere, o affettare fuor di proposito maraviglia; com’uomo estraneo che vien di lontano”. E, infatti, l’espressione trova origine nella percezione che gli uomini del medioevo avevano delle genti provenienti dal Medio Oriente e dalle Indie, luoghi da sempre considerati affascinanti e suggestivi: “Quando, dopo le crociate, cominciarono ad affluire a Venezia i primi mori (così venivano chiamati indifferentemente neri, arabi e indiani), venivano guardati come oggi guarderemmo noi un marziano. Il loro atteggiamento, il modo di vestire, li rendevano oggetto di curiosità che essi accrescevano facendo finta di non capire nulla di quello che li circondava.” [Dizionario dei modi di dire Zanichelli].
Anche Alessandro Manzoni, nel dodicesimo capitolo dei suoi Promessi sposi, mette in bocca questa locuzione a uno dei partecipanti all’assalto ai forni: “Ho già visto certi visi, certi galantuomini che giran, facendo l’indiano, e notano chi c’è e chi non c’è: quando poi tutto è finito, si raccolgono i conti, e a chi tocca, tocca”.

Modi di dire #12: fare le cose alla carlona

11 febbraio 2015

Si tratta di un’espressione che significa “agire alla buona, grossolanamente, in modo trascurato”. Secondo gli studiosi, il sostantivo carlona fa riferimento a Carlo Magno, che nei poemi cavallereschi era chiamato “il re Carlone” per i suoi modi semplici e bonari. In particolare, le prime attestazioni del modo di dire risalgono al primo Cinquecento (stando alla seconda edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca sono presenti già nelle Rime burlesche del Berni) e sono legate soprattutto alla locuzione vestire alla carlona: si dice, infatti, che un giorno l’imperatore avesse invitato alcuni nobili a una battuta di caccia, presentandosi “insaccato in un abito di stoffa rozza di taglio contadinesco” e suscitando lo stupore di tutti [Dizionario dei modi di dire Zanichelli]. Tuttavia non è da trascurare il legame con l’inglese churl, che si rifà all’anglosassone cëorl (a sua volta collegato all’antico tedesco Karl “vigoroso”), che significa – appunto – “villano, rustico” [etimo.it].

Modi di dire #11: franco soccorritore

10 febbraio 2015

Da qualche giorno, nell’ambito della politica italiana, sta circolando una nuova espressione: franco soccorritore. Il neologismo è stato coniato da Maurizio Gasparri, o almeno lui lo rivendica, come si legge sul Corriere della Sera e su Repubblica, in occasione della tanto discussa elezione del dodicesimo presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Riprendendo il concetto di franco tiratore (calco dal francese franc-tireur), il franco soccorritore caratterizza, in maniera ironica, quella figura politica che, in votazioni segrete, tradisce gli accordi presi con il partito di appartenenza, andando però, in questo caso, letteralmente in soccorso dell’avversario.
La stampa ha iniziato parlando di una “caccia al franco soccorritore” (Alessandro De Angelis, huffingtonpost.it, 30 gennaio 2015), definito come una “nuova figura politica: il franco soccorritore, l’infermiere democratico che tradisce per samaritana necessità e aiuta il nemico” (Carmelo Caruso, Panorama, 2 febbraio 2015), “chi, cioè, ha votato Mattarella anche se la linea di partito era un’altra” (clandestinoweb.com, 31 gennaio 2015), riferito spesso per estensione “al voto di alcuni parlamentari azzurri e di Ncd per sbloccare la partita su Sergio Mattarella” (liberoquotidiano.it, 30 gennaio 2015).

Modi di dire #10: Essere a cavallo

23 aprile 2012

Il detto ha origine dagli usi dell’antica Roma, dove poteva appartenere alle forze di cavalleria solo chi poteva permettersi di possedere, mantenere e addestrare a sue spese un cavallo da guerra, il che restringeva non poco la cerchia degli aspiranti. I cavalieri godevano però di bottini di guerra più ricchi di quelli dei fanti, e quindi molti investivano tutti i loro averi in quel bene costoso che era il cavallo, sicuri che a guerra finita il riscontro economico li avrebbe ripagati delle spese sostenute. L’essere a cavallo era di conseguenza indicativo di floride prospettive economiche conquistate però con sacrificio.
Quindi vuol dire “conseguire quanto si desiderava dopo molte difficoltà; risolvere un problema o uscire da una situazione critica con pieno successo; arrivare finalmente a trovarsi in una posizione sicura, non avere più preoccupazioni” [Dizionario dei modi di dire, Hoepli]. Secondo altri, in un significato simile, significa “essere a buon punto” [qui].
Oppure vuol dire “essere in bilico, a cavallo di qualcosa”. In senso lato anche fra due epoche, due situazioni diverse e così via [Dizionario dei modi di dire, Hoepli].

Modi di dire #9: Fare il contropelo

3 aprile 2012

Il modo di dire, in buona sostanza, sta a significare sottoporre a controlli e indagini molto accurati, “esaminare con malignità minuziosa i pensieri e gli atteggiamenti di qualcuno” [Giuseppe Pittàno]. Secondo altri, vuol dire “irritare, stuzzicare, punzecchiare qualcuno fino a provocare una reazione aggressiva” e viene dal fatto che quasi nessuno degli animali domestici ama farsi accarezzare contropelo (cioè in senso opposto al verso del pelo [Dizionario Sabatini-Coletti]); anche il più docile a lungo andare protesta o si ribella [Dizionario dei modi di dire Hoepli].

Modi di dire #7: La spada di Damocle

21 marzo 2012

L’aneddoto della spada di Damocle viene raccontato per la prima volta da Cicerone nelle Tusculanae Disputationes (libro V, versi 61-62), in cui si racconta che “il tiranno di Siracusa Dionisio il Vecchio (secondo altri il figlio Dionisio II), per far capire al suo cortigiano Damocle che la potenza e la felicità di un regnante sono assai precarie, lo invitò alla sua mensa, imbandita in modo splendido, e lo fece sedere al suo posto. Sul più bello Damocle si accorse che dal soffitto pendeva una spada retta solo da un crine di cavallo, simbolo delle preoccupazioni e dei pericoli che incombono sui sovrani. Il cortigiano impallidì e pregò il suo ospite di lasciarlo andar via” [Red., Perché si parla della “spada di Damocle”?, Focus, 28 giugno 2002].
L’espressione, riferendosi a questo racconto, non è altro che una metafora per rappresentare la responsabilità derivante dal potere oppure per descrivere una minaccia che incombe continuamente.
Secondo l’American Heritage Dictionary of Idioms l’espressione è stata usata per la prima volta nel 1747.