Posts Tagged ‘narrativa italiana’

È in una solitudine che lei non sente affatto

22 maggio 2017

Stamani visita liscia. La Viola si è un po’ calmata. Sembra una libellula. Magra, spiritata, agile. È ancora tutta canti di chiesa ma di umore sereno. È ancora in cella. Nuda, un materasso per terra. È in una solitudine che lei non sente affatto.
(Le donne magre con l’andare degli anni mantengono di più il respiro giovanile.)

Mario Tobino, Le libere donne di Magliano, Oscar Mondadori

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Allora, perché non mangi?

21 settembre 2016

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Per strada Lucifero tira la coda ai cani che gli passano vicino, sputa contro i finestrini delle macchine parcheggiate, prende a sassate le saracinesche abbassate dei negozi. Lo seguo qualche passo più dietro, finché tira fuori la pesca dalla tasca e si volta.
“La vuoi? È buona,” la spacca in due e me ne offre metà.
Gli dico di no ma lui continua a fissarmi con quel braccio teso.
Restiamo immobili, uno davanti all’altro.
“Perché non mangi?” mi fa mentre addento la pesca.
Alzo le spalle e lui non insiste, scavalca la ringhiera e si avvia per un dirupo che porta a una spiaggetta con qualche gozzo ancorato.
“Dove vai? È pericoloso!”
“Di qua si fa prima,” risponde saltando da un masso all’altro.
Scendo di schiena, aggrappato agli scogli che mi graffiano, e un po’ alla volta riesco quasi ad arrivare di sotto. Manca un ultimo salto ma ho paura, me ne sto appeso a uno spuntone di roccia. Lucifero mi afferra per le caviglie e mi tira giù come si strappa un cerotto. Un colpo secco e sono per terra.
Resto ad aspettare che il cuore si calmi. Ho le ginocchia scorticate, le guance bollenti.
Lucifero si leva le scarpe, la maglietta, e corre a tuffarsi.
“Dài, vieni a mare!” mi chiama con una voce che mi costringe a obbedire.
Sulla riva, un’onda mi circonda i piedi e la pelle delle braccia si increspa. L’acqua si ritrae portandosi dietro i brividi, che un attimo dopo ritornano più forti. Non riesco ad andare né avanti né indietro.
“E buttati!” Lucifero mi prende per un braccio, cerco di resistere ma è inutile. Uno strattone e mi scaraventa in acqua.
“Allora? Perché non mangi?”
“Non voglio crescere,” mi scappa, e lui mi fissa con la stessa faccia stupita che avrà quando sua madre gli aprirà la gola con un coltello.

Athos Zontini, Orfanzia, Bompiani

Una cosa la faceva: ti guardava

6 settembre 2016

Prima della malattia, Lucia Palmieri era alta come la figlia, ora misurava circa un metro e cinquantadue e pesava trentacinque chili. Come se un parassita alieno le avesse risucchiato la carne e le viscere. Era ridotta uno scheletro ricoperto di pelle floscia e livida.
Aveva settant’anni ed era affetta da una rara e irreversibile forma di degenerazione del sistema nervoso centrale e periferico.
Viveva, se quella roba era vita, inchiodata a quel letto. Più incosciente di un mollusco bivalve, non parlava, non sentiva, non muoveva un muscolo, non faceva niente.
In realtà, una cosa la faceva.
Ti guardava.
Con due enormi fari grigi, dello stesso colore di quelli di sua figlia. Occhi che sembravano aver visto qualcosa di così immenso che ne erano rimasti fulminati, mettendo in cortocircuito tutto l’organismo. Stando immobile per tanto tempo, i muscoli le si erano ridotti a una pappa gelatinosa e le ossa si erano ritirate e torte come rami di fico. Quando la figlia doveva rifarle il letto, la alzava e la teneva tra le braccia come fosse una bambina.

Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via, Einaudi Stile libero

Non è cambiato niente

23 febbraio 2012

Il pubblico non ci segue. Non sappiamo scrivere libri che interessino vivamente la maggioranza dei lettori. […] Decadimento, dunque, impopolarità. Vero. Ma tutta colpa degli autori? Non credi anche tu che a questo decadimento, a quest’impopolarità abbia contribuito per la sua parte l’eccesso delle traduzioni? Quando gli autori italiani si sono visti alquanto abbandonati da una parte dei lettori che più volentieri, per ragioni varie, si rivolgono alle versioni, non credi tu che la loro capacità artistica ne abbia sofferto?
[…] Di più c’è questo: che sempre c’è in certa letteratura d’importazione un gusto piccante, un aromatico pigmento, il quale manca alla letteratura italiana, e il palato che si abitui a quella cucina finisce per trovare insipida la miglior tavola casalinga. Bisogna infine aggiungere che alla letteratura straniera vien quasi fatto un trattamento di favore, perché le si permettono libertà di solito non concesse alla letteratura nazionale, e licenze assolutamente ingiustificabili.

Michele Saponaro, fine anni Trenta