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Intervista a Antonia Santopietro (8×8, seconda serata)

23 marzo 2017

La filosofia di Zest privilegia ambiti di ricerca letteraria innovativi con un focus particolare sulla quotidianità: hai riscontrato questa caratteristica anche nei racconti selezionati per la seconda serata di 8×8?
Questa è una delle caratteristiche che mi ha colpito di più: il fatto che, per quanto con scritture diverse, ci siano molti focus sulla quotidianità, come i sentimenti che fanno parte della realtà di tutti i giorni o che possono essere vicini a noi. Alcuni racconti sono più forti, altri più evocativi. Però ce ne sono anche di diversi.

Rispetto a questo, quali caratteristiche hai notato nei racconti in gara?
Hanno stili diversi. Alcuni più immaginifici che usano una modalità evocativa. Altri sembrano invece più connessi con la realtà quindi hanno anche un linguaggio vicino al parlato, al sentire. Sono comunque tutte formule dosate in maniera efficace.

In quanto lettrice, nel racconto cerchi qualcosa di diverso al di là del progetto di Zest o le due cose combaciano nel tuo gusto?
Come gusto mio personale sono più legata al presente, cioè cerco scritture che mi consentano di rapportarmi alla realtà. Se cerco una lettura che mi coinvolga, questo è ciò che scelgo. Cerco la realtà.

Credi che la lettura dal vivo dei racconti sia un valore aggiunto in vista del giudizio?
Assolutamente sì, anche perché ho partecipato l’anno scorso. È un valore aggiunto anche se credo che tutte le scritture lette più di una volta ti consentano di notare più cose. Per cui forse il fatto che si ascolti il racconto una sola volta potrebbe non essere sufficiente. Però nella sua formula 8×8 è assolutamente vincente, è un ottimo confronto.

Pubblicheresti su Zest qualcuno di questi racconti?
Sì, più di uno. Investirei su un paio di racconti che sono in gara questa sera.

Zest e 8×8 rappresentano delle iniziative originali. Secondo te come contribuiscono due progetti del genere nella ricerca di nuovi autori e nel panorama narrativo italiano?
Lo scouting è la parte più difficile in assoluto perché di piattaforme acclarate che danno la possibilità di un palcoscenico – anche fisico nel caso di 8×8 – alle voci che scrivono ce ne sono pochissime. Per cui in realtà queste iniziative e i blog si stanno sostituendo a tutto il sistema. Sono sicuramente delle piattaforme di elezione a cui guardare ma auspicherei che ce ne siano di più. La parte narrativa di Zest è aperta ai lettori stessi di Zest, per cui il target non è propriamente quello degli scrittori ma di tutti coloro che hanno l’ambizione di scrivere. Siamo noi che cerchiamo di scegliere delle scritture che siano buone.
Per quanto riguarda l’influenza sull’editoria italiana dipende dall’attenzione dell’editoria. Penso che la combinazione blog e social stia dando un buon contributo. Ci sono poi autori che emergono dai social.

Riscontri questo nuovo slancio più nel racconto o nel romanzo?
Il racconto… questo sconosciuto! Invece ci sono molte persone che amano scrivere racconti, anche se il romanzo sembra una forma superiore. Però in realtà molti autori, soprattutto giovani, cominciano a scrivere racconti. Non so rispondervi con precisione; secondo me bisogna dare attenzione al racconto ma già dire «dare attenzione» vuol dire che lo stiamo discriminando. Per cui, viva la scrittura!

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

Intervista a Alessandro Grazioli (8×8, seconda serata)

22 marzo 2017

In quanto ufficio stampa di minimum fax, come promuovi una raccolta di racconti? Ci sono davvero tutte queste barriere? C’è una differenza tra un autore italiano e uno straniero?
Naturalmente la prima cosa che mi viene da dire è che dipende dalla raccolta, se l’autore è italiano o straniero, se è un grande autore o se è un’opera postuma. Un conto è promuovere Il barile magico di Malamud, un conto è promuovere un’antologia di esordienti italiani. Tutto cambia di volta in volta: come dicevano le nonne, il minestrone lo fai con quello che hai. Dipende dalla natura del libro, dall’autore sia da un punto di vista puramente letterario sia da un punto di vista di disponibilità. Per esempio per la promozione di opere postume di spessore si cerca di «appoggiarsi» a scrittori che le hanno apprezzate.
Non c’è una grandissima differenza nella ricezione dei racconti piuttosto che dei romanzi, almeno per  minimum fax. È una casa editrice che da sempre pubblica racconti e che fa in modo che non abbiano mai meno valore rispetto al romanzo. Il racconto pubblicato e promosso da minimum fax fa parte della promozione e della comunicazione classica della casa editrice. È semplicemente una delle tante forme, non c’è una grandissima differenza in termini promozionali. Però in termini ricettivi, lì sono i numeri che parlano: ahimè i racconti hanno quasi sempre un punto in meno. È un caso che però varia di volta in volta. Abbiamo pubblicato un’antologia di racconti di italiani contemporanei fortunatissima in confronto ai grandi classici americani. Operazioni come quella di La qualità dell’aria (2004) e L’età della febbre (2016) sono state virtuosissime e fortunate in termini di media, di riscontro di pubblico e di vendite ma anche per la presenza nel dibattito culturale. Idem per Malamud e per Yates: del resto tutto a minimum fax è nato sulla scia del grandissimo maestro di racconti Raymond Carver. Se l’editore che pubblica Carver promuove dei racconti parte già avvantaggiato. C’è un’innata curiosità nei confronti di una raccolta di racconti pubblicata da minimum fax. E poi abbiamo fatto anche esperimenti ibridi sulla forma dei racconti: Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan è un romanzo o sono racconti legati? Sofia si veste sempre di nero di Paolo Cognetti sono racconti ma fanno parte di un’unica costruzione. minimum fax è l’editore giusto per dirti che non c’è differenza.

I racconti di questa serata per quel poco che si può capire come si inseriscono secondo te nel contesto della narrativa attuale? Trovi che siano in sintonia con ciò che viene promosso e venduto?
Vi confesso che, come l’ultima volta, io non li ho volutamente letti prima. Secondo me la funzionalità di 8×8 sta nella lettura ad alta voce. È chiaro che non è la performance che stabilisce il valore letterario di un racconto, però vorrei farmi sorprendere il più possibile.

Dei racconti in gara stasera a 8×8, ci sono degli autori su cui investiresti? Avresti in mente qualcosa di particolare per promuoverli?
Una cosa che secondo me ha sempre senso fare, nel caso di un esordio assoluto in una raccolta di racconti, è cercare di farli arrivare e leggere il più possibile: prepararne l’attesa con la lettura da parte di critici, altri scrittori e giornalisti culturali. Il nome e la voce dell’autore cominciano ad assumere una familiarità prima dell’uscita del libro per non lasciare che arrivi in libreria e basta. Si può dare l’anticipazione di uno dei racconti della raccolta o di uno inedito su uno spazio in rete, su un giornale. Lo scopo è preparare il terreno. Già è strutturalmente difficile non tanto per il racconto ma per un libro in generale: la settimana in cui esce il tuo libro ne escono altri trecento. Devi distinguerlo dagli altri e far capire perché è diverso: se è un romanziere o un autore di racconti già affermato non è necessario spiegare chi è e cosa scrive. L’esordiente è una scoperta assoluta, devo comunicare chi è e far sentire la sua voce. Come ho già detto, si tratta di creare l’attesa non tanto sull’effetto dell’uscita ma sulla qualità dell’uscita per far capire che quello che arriverà ha un suo valore.

Nella fase promozionale quanto incide secondo te la personalità e l’efficacia comunicativa di un autore?
Sarei un illuso purista se vi dicessi che non incide. Non dovrebbe ma è chiaro che, ahimè, una forma di influenza ce l’ha. Sta tutto nel modo in cui vuoi che quella fisicità incida. Se provi a sottrarti da una dinamica televisiva e far sì che la fisicità sia legata esclusivamente alla tipologia di voce dell’autore e cerchi di farla aderire al valore letterario dei suoi contenuti, allora ha un senso. L’intervista all’autore deve far arrivare la qualità di una nuova voce. Il valore di un autore non sta nella sua prestanza fisica, semmai questo è un «in più», altrimenti durerebbe il tempo di una stagione di moda. Sarebbe deprimente e sciocco.

A cura di Martina Mincinesi e Sara Valente

La prima serata di 8×8 – 2016

16 febbraio 2016

8x8, prima serata 2016, racconti

Ecco a voi gli 8 concorrenti della prima serata di ‪#‎8×8‬ (23 febbraio, Le Mura):

Stefano Felici, Boltzmann;
Anna Lovisolo, La colomba bianca;
Valentina Maìni, Traffico;
Marco Morana, Garage;
Gianluca Wayne Palazzo, La prima onda del mattino;
Olga Paltrinieri, Fratello;
Monica Pezzella, La croce di Sodoma;
Simone Traversa, Se non avesse preso il furgone.

Per leggere i racconti andate qui.

In giuria: Christian Raimo, Giorgio Gianotto, Alessandra Di Pietro, Leonardo Luccone.
Bando, regolamento e faq.

L’arsenico in bocca

15 febbraio 2016

farmacia-3.jpgI personaggi immaginari mi circondano, mi perseguitano – o piuttosto sono io a essere nella loro pelle. Quando scrivevo l’avvelenamento di Madame Bovary avevo il gusto
dell’arsenico in bocca, ero io stesso così avvelenato, che mi sono regalato due indigestioni di seguito – due indigestioni reali, perché ho vomitato tutto quello che avevo mangiato.

Gustave Flaubert, lettera a Hippolyte Taine, 20 novembre 1866
Illustrazione Carlo Emilio Zummo

Le versioni di Alice, incipit capitolo 4

26 novembre 2015

alice-coniglio

It was the White Rabbit, trotting slowly back again, and looking anxiously about as it went, as if it had lost something; and she heard it muttering to itself ‘The Duchess! The Duchess! Oh my dear paws! Oh my fur and whiskers! She’ll get me executed, as sure as ferrets are ferrets! Where can I have dropped them, I wonder?’ Alice guessed in a moment that it was looking for the fan and the pair of white kid gloves, and she very good-naturedly began hunting about for them, but they were nowhere to be seen—everything seemed to have changed since her swim in the pool, and the great hall, with the glass table and the little door, had vanished completely.

Si trattava del Bianco Coniglio, ancora lui, che tornava indietro trotterellando lentamente e guardando in giro con ansia, come se avesse perso qualcosa; Alice lo udì borbottare tra sé e sé: «La Duchessa! La Duchessa! Oh, povere le mie zampe! Oh, pelliccetta mia, baffetti miei! Mi farà giustiziare, sicuro come che i furetti sono furetti! Dove possono essermi caduti, mi domando?» Alice intuì in un attimo che il Coniglio stava cercando il ventaglio e il paio di guanti di capretto bianchi e con slancio di generosità inizio a cercarli, rna non si vedevano da nessuna parte – tutto sembrava essere cambiato dopo la sua nuotata nel laghetto, anche la grande sala, con il tavolo di vetro e la piccola porta, erano svaniti del tutto.

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, BC Dalai, traduzione di Andrea Càsoli
Era il Coniglio Bianco, che se ne tornava trotterellando con insolita lentezza, guardandosi attorno preoccupato, come se avesse perduto qualcosa, e Alice lo udì borbottare tutto da solo: «La Duchessa! La Duchessa! Oh, povere le mie zampe! Oh, la mia pelliccia, le mi basettine! Mi farà giustiziare, com’e vero che i Reali sono reali! Ma dove posso averli persi, dove?» Alice comprese subito che stava cercando il ventaglio e i guanti bianchi di capretto e, premurosa come sempre! comincio anche lei a ispezionare il terreno, ma non si vedevano da nessuna parte – da quando aveva fatto quella nuotata nel lago tutto il paesaggio era cambiato, e il grande atrio, il tavolo di vetro e la porticina erano completamente svaniti.

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Feltrinelli, traduzione di Aldo Busi
Era il Coniglio Bianco che se ne tornava indietro  un’altra volta, trotterellando con calma e guardandosi attorno ansiosamente come se avesse smarrito qualcosa, e Alice sentì che borbottava fra sé e sé: «La Duchessa! La Duchessa! Oh, zampe zampette! Oh, pelo e basette! Mi farà giustiziare di certo, come e vero che i furetti sono furetti! Ma dove li avrò messi?» Per Alice fu subito  chiaro  che il Coniglio stava cercando  il ventaglio e i guanti  bianchi  di  capretto, e, volonterosa, si diede da fare per aiutarlo, ma non c’era verso di trovarli – era cambiato tutto dopo la nuotata in mare, e il grande salone col tavolino di vetro e la porticina erano svaniti completamente.

Lewis Carroll, Alice nel paese delle meraviglie, Garzanti, traduzione di Milli Graffi

 

 

 

Tu sei la mia mamma sbriciolata

13 luglio 2015

la luce prima, emanuele tonon, oblique studio

Eri la mia regina. Mi dicevi, prima di andare a dormire, sorridendo: mi ritiro nelle mie stanze. E le tue stanze erano questa piccola cucina e questo piccolo salotto che ti faceva pure da camera da letto. La nostra vita insieme sembrava stesse prendendo il giusto verso. Invece, non era vero niente.

Amore, in questo tempo che ci separa, in questa mia solitudine di orfano, voglio provare a dirti le ultime parole che so. Eri arrivata nel mondo in un paesino della Calabria, un paesino tutto in salita. Dalla cima del monte potevi dominare con lo sguardo la costa tirrenica e quella ionica. Raggiungere la vetta del paesino partendo dalla tua casa era questione di polmoni e di gambe. Chissà come salivi tu quelle stradine, come parlavi con le amiche, come nascondevi la meraviglia del tuo corpicino, come vivevi umiliata da quel mondo di uomini. Io ho imparato quelle strade nelle mie estati di bambino, quando scendevamo dal profondo Nord verso quell’altro mondo che era la Calabria. Eri la prima di cinque figli. Due, te compresa, sono morti. Le sole cose che so di te bambina e adolescente me le hai raccontate a cucchiaini. Io, tuo figlio che ti scrive, di te conosco solo le poche cose che mi hai raccontato vincendo il tuo pudore di donna abituata al silenzio. Le altre cose le ho raccolte, le ho mendicate in giro, ne ho fatto tesoro. Ci sono misteri di te che non potrò mai sapere. Voglio ricomporre il tuo corpo sezionato, svuotato. Tu sei la mia mamma sbriciolata, spezzettata. Posso parlarti solo da questi pezzi di te che hai lasciato in giro per il mondo, tu che faticavi a varcare l’ingresso di questa casa dalla quale sei stata sottratta, improvvisamente. Io ho bisogno di fare memoria di te, di renderti la vita che mi hai dato, almeno così. Posso amarti solo nella ricomposizione di te, nel riempimento di te, lasciandomi andare allo scavo nella memoria, alla ricerca dell’introvabile tra i muri freddi di questa casa dal soffitto basso. Le cose di te, amore, non sono ferme laggiù, dove stai distesa: sono in giro per il mondo, sono in questa casa, scavalcano, precedono, guardano indietro me arrancare, me scavare, me stupito di trovare niente. Lo scavo inutile nella memoria: gli anfratti, i pertugi, i cunicoli. Il tempo obbliga alla distanza, esige l’accettazione dell’assenza, non ammette cedimenti. A me cedono le gambe, mamma, posso ricordarti solo in ginocchio.

Emanuele Tonon, La luce prima, Isbn edizioni

Una faccia morta non è più una faccia

5 luglio 2015

Una faccia morta non è più una faccia, per niente una faccia, nessuna faccia non è fredda, né di plastica, né di carne, tutta sogno, tutta pensiero, è fin troppo umana e animalesca e umana e perfino espressiva, ma non è più una faccia e mentre una faccia viva puoi stringerla tra le mani, una faccia morta filtra tra le dita, cola, sgocciola, non faccia, una faccia viva reagisce anche nel sonno anche svenuta ma una faccia morta assorbe il tuo sguardo, stira quella ricerca di connessione all’infinito, le familiari operazioni di connessione, addizione, sottrazione, moltiplicazione e divisione non funzionano con le facce morte, così come non funzionano come procedure aritmetiche con infiniti decimali, una faccia morta, come un infinito decimale, non corrisponde a niente nella realtà, una faccia morta è un concetto, e perciò non puoi stringerla tra le mani, e perciò io stringo tra le mani la faccia viva di mia figlia, la sua faccia un tempo viva, quella faccia che amavo e che ho concepito con la mia moglie di allora, come se fosse reale, nella mia mente, ostacolando la comune, persistente, inutile credenza secondo cui i ricordi vengono ogni volta ricostruiti daccapo, coltivati, raccolti, una non faccia la dolce dolce faccia di mia figlia dentro di me è una cosa viva, astratta e reale, che non è mai sparita e che quindi non ha mai avuto bisogno di essere ricostruita e chissà dove c’è una cosa in questo mondo, nel mio mondo, l’unico mondo che è la sua dolce faccia morta, una non faccia, forse un simbolo, un segno, un faro direzionale, un indicatore denotativo o connotativo ma non una faccia.

Percival Everett, La cura dell’acqua, Nutrimenti, traduzione di Marco Rossari

Cinquanta anni di Oscar

27 aprile 2015

oscar mondadori approfondimento oblique

Oggi sono cinquant’anni dall’uscita del primo Oscar Mondadori. Ieri su la Repubblica c’era un bel pezzo di Simonetta Fiori. Viene riportata una frase significativa, a pochi mesi dall’uscita, di Alberto Mondadori: “La concorrenza si è scatenata a imitare gli Oscar per cui io e Sereni dobbiamo manovrare la nostra politica editoriale come se fossimo sul ponte di comando di una nave ammiraglia”.
Leggi l’approfondimento che abbiamo fatto qualche tempo fa.

Come stanno al mondo gli autistici

20 aprile 2015

storia del mio bambino perfetto, marina viola

Tante persone che non hanno a che fare con autistici sono spaventate dal loro modo di stare al mondo, dal loro modo di guardare nel vuoto, di muovere il corpo, dall’apparente indifferenza che mostrano nei confronti di chi gli sta attorno. In un certo senso capisco il disagio, la diffidenza verso ciò che non si conosce.
Manca, senza ombra di dubbio, un’educazione al diverso. A scuola si condivide l’aula, ma poco altro, e da adulti sono ancora meno le opportunità di avere a che fare con disabili in generale. Anche negli anni Cinquanta si era sorpresi se una coppia nera o gay entrava in un ristorante e si sedeva di fianco a noi, ma poi con il tempo ci si è abituati a quella “differenza” e adesso nessuno ci fa più caso.

Marina Viola, Storia del mio bambino perfetto, Rizzoli

Vota il tuo racconto preferito: quinta serata di 8×8, 21 aprile 2015

14 aprile 2015

Leggi qui i racconti della quinta serata e vota il tuo preferito.
(il racconto L’assurda colpa di esistere di Jacqueline Nieder è stato squalificato.)